14 luglio: il trionfo del popolo e l’esorcismo del male, la narrazione della libertà tra la Bastiglia e il Festino

0
558
bastiglia festino parigi palermo
Reading Time: 6 minutes

Parigi, 14 luglio. Palermo, 14 luglio. Due geografie distanti, due culture apparentemente inconciliabili, un’unica identica notte in cui la storia e il mito si fondono per celebrare il bene più prezioso dell’essere umano: la liberazione. Da un lato, il cuore pulsante dell’Illuminismo e della modernità politica occidentale, che ricorda il crollo di una fortezza-simbolo e la nascita di una nazione di cittadini uguali di fronte alla legge. Dall’altro, la capitale di un’isola-regno intrisa di barocco, misticismo e passioni popolari, che si stringe attorno a un carro trionfale per ringraziare la “Santuzza” che salvò la città dal nero abbraccio della peste.

A uno sguardo superficiale, accostare la Festa Nazionale Francese, istituzionalizzata nel 1880 per legare a doppio filo la memoria della Presa della Bastiglia del 1789 e la Festa della Federazione del 1790, al Festino di Santa Rosalia a Palermo potrebbe sembrare un azzardo storiografico. Cosa unisce la ghigliottina ideale calata sull’Ancien Régime all’incenso bruciato davanti al reliquiario di una nobile eremita del dodicesimo secolo? La risposta risiede proprio nel concetto profondo, viscerale e collettivo di “liberazione”. In entrambi i casi, una comunità sperimenta la transizione traumatica da uno stato di oppressione mortale a uno stato di rinascita, traducendo questo passaggio in un rituale pubblico che si rinnova da secoli e che trasforma le strade in un teatro a cielo aperto.

La Bastiglia e il contagio: le fortezze dell’oppressione

Per comprendere il parallelismo strutturale tra i due eventi, occorre analizzare la natura del male da cui le due comunità hanno avvertito il bisogno di liberarsi. Nella Francia del tardo Settecento, il male ha il volto dell’assolutismo monarchico, dell’arbitrio regio istituzionalizzato dalle lettres de cachet, i passaporti per l’inferno della detenzione senza processo, e dell’ingiustizia fiscale che schiacciava il Terzo Stato. La Bastiglia non era semplicemente una prigione medievale quasi vuota la mattina del 14 luglio 1789; era l’incarnazione architettonica della tirannia, un mostro di pietra che dominava i sobborghi operai di Parigi e proiettava la sua ombra minacciosa sulle speranze di riforma. Abbatterla non significò solo compiere un atto di rilevanza militare, ma compiere un esorcismo politico: smantellare l’oppressione fisica per liberare lo spirito democratico del popolo.

A Palermo, nel giugno del 1624, il mostro non ha il volto di un re dispotico, ma quello invisibile e devastante della Yersinia pestis. Il vascello mercantile arrivato da Tunisi trasporta un carico di morte che in pochi mesi trasforma la splendida capitale del vicereame spagnolo in un immenso cimitero a cielo aperto. La peste del 1624 non è solo un’emergenza sanitaria; è la paralisi totale della società, il crollo di ogni legame umano, la sanzione divina, secondo la mentalità dell’epoca, di una colpa collettiva. Il contagio è l’oppressione biologica che toglie il fiato, chiude le porte delle case, semina il sospetto tra fratelli e trasforma la città in una prigione a cielo aperto, non meno claustrofobica dei sotterranei della Bastiglia.

La liberazione, in entrambi i contesti, richiede un atto di rottura radicale, un miracolo che sia al tempo stesso storico e metafisico. Se a Parigi il miracolo è la presa di coscienza del popolo che si fa storia attraverso le armi e la parola, a Palermo il miracolo si materializza nel ritrovamento delle ossa di Rosalia Sinibaldi sul Monte Pellegrino, il 15 luglio del 1624, grazie alla duplice visione del saponaro Vincenzo Bonello. La processione dei resti della Santa, avvenuta l’anno successivo, spezza il giogo dell’epidemia. La fine del dispotismo e la fine del contagio diventano così le due facce della stessa medaglia: il ritorno alla vita di una collettività che rischiava l’annientamento, politico in un caso, fisico nell’altro.

Dal caos all’ordine: la Festa della Federazione e l’abbraccio del Cassaro

Il 14 luglio francese non celebra unicamente la violenza purificatrice della rivolta del 1789. Il legislatore della Terza Repubblica, nel sancire la data come festa nazionale, intendeva soprattutto commemorare il 14 luglio 1790: la Festa della Federazione. In quel giorno, al Campo di Marte, centinaia di migliaia di delegati arrivati da tutte le province di Francia, insieme al re Luigi XVI e a La Fayette, giurarono fedeltà alla nazione, alla legge e alla futura Costituzione. Fu il momento dell’armonia ritrovata, il tentativo, seppur effimero, di trasformare il trauma della rottura rivoluzionaria in una nuova coesione sociale. Il popolo non era più una massa indistinta e tumultuosa, ma una comunità politica unita dal principio della Fraternité.

Questa transizione dal caos generativo alla catarsi collettiva e ordinata si ritrova, intatta, nelle notti palermitane del Festino. La sfilata del trionfale Carro della Santuzza lungo il Cassaro, l’antico asse viario oggi denominato via Vittorio Emanuele, rappresenta il superamento della disgregazione causata dal morbo. Durante i mesi della peste, la strada era il luogo del contagio, del cadavere abbandonato, del terrore del contatto umano. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio, la stessa identica via si trasforma nell’arteria pulsante di una riconciliazione comunitaria. Il Festino, codificato nella sua magnificenza barocca dal genio dell’architetto Paolo Amato alla fine del Seicento, è una macchina scenica che ordina il caos.

Mentre i parigini del 1790 edificavano una collina artificiale al Campo di Marte in un cantiere collettivo a cui parteciparono nobili e lavandaie fianco a fianco, i palermitani di ogni ceto sociale si uniscono ancora oggi dietro al Carro, una gigantesca architettura mobile che simboleggia la nave della salvezza. In entrambi i casi, l’evento festivo agisce come un formidabile livellatore sociale. Sotto lo sguardo della Repubblica o sotto la benedizione della Santa eremita, le barriere di classe si attenuano: il grido “Viva Palermo e Santa Rosalia!” che risuona ai Quattro Canti ha la stessa forza unificatrice del “Vive la Nation!” pronunciato dai federati francesi. Entrambi i popoli celebrano il fatto di essere sopravvissuti e di aver riconquistato lo spazio pubblico.

La liturgia dello spazio urbano: il fuoco, le luci e il grido di libertà

L’analisi dei simboli e delle liturgie che caratterizzano le due ricorrenze rivela un’ulteriore, sorprendente convergenza. Sia la Francia rivoluzionaria che la Palermo barocca intuiscono che una liberazione non può essere solo pensata o scritta sui decreti, ma deve essere messa in scena attraverso i sensi.

A Parigi, l’illuminazione pubblica e i successivi fuochi d’artificio sui ponti della Senna hanno sempre rivestito un ruolo centrale. La luce è il simbolo dell’Illuminismo che dirada le tenebre dell’oscurantismo e della tirannia. I balli popolari sulle macerie della Bastiglia, dove venne apposto il celebre cartello “Qui si balla”, trasformarono un luogo di tortura in uno spazio di gioia condivisa. La festa repubblicana si appropria dei monumenti del potere monarchico per risignificarli in chiave democratica.

A Palermo, la luce assume una connotazione legata alla trasfigurazione e al trionfo sulla putrefazione della morte. Le luminarie che addobbano il Cassaro creano una galleria di fuoco che guida il cammino della Santa. Il culmine della ricorrenza, la notte del 14 luglio, si consuma alla Marina, davanti al mare, con i tradizionali ed estesissimi fuochi d’artificio. Il fuoco palermitano non è solo estetico, è apotropaico: brucia simbolicamente i residui del morbo, illumina la notte del riscatto e dichiara al Mediterraneo che la città è viva. E se i parigini ballavano sulle pietre distrutte dell’assolutismo, i palermitani consumano i loro cibi tradizionali per le strade, riappropriandosi della carne e della convivialità che la peste aveva proibito.

Il parallelismo si fa stringente anche nell’iconografia. Da una parte abbiamo la figura allegorica della Marianna, la giovane donna con il berretto frigio che guida il popolo sulle barricate, incarnazione laica della Libertà. Dall’altra abbiamo Rosalia, la vergine fuggita dai lussi della corte normanna per cercare la purezza della solitudine, che la devozione popolare ha trasformato in una guerriera contro il male, una protettrice civica il cui corpo incorrotto sconfigge la corruzione della carne infetta. Entrambe sono figure femminili, verginali e potenti, associate all’idea di una purezza ritrovata dopo la contaminazione: la contaminazione morale del dispotismo per la Marianna, quella fisica della peste per Rosalia.

La memoria viva di una rinascita perenne

Ciò che rende queste due feste due pilastri identitari insostituibili per le rispettive comunità è la loro capacità di non scadere in una semplice rievocazione nostalgica del passato. Il 14 luglio francese e il Festino di Santa Rosalia sono dispositivi di memoria attiva, riti di fondazione che vengono risignificati ogni anno per rispondere alle ansie del presente.

Quando la Francia sfila sugli Champs-Élysées, non sta solo ricordando i sanculotti del 1789 o i delegati del 1790; sta riaffermando i valori della Repubblica di fronte alle sfide geopolitiche, sociali e culturali della modernità. La parata militare e le feste di quartiere sono il momento in cui l’esagono si riconosce come comunità di destino basata sui diritti dell’uomo.

Allo stesso modo, il Festino non è una mera manifestazione di folklore a uso e consumo dei turisti. Per Palermo, il 14 luglio è il giorno in cui la città intera si specchia nelle proprie fragilità e nella propria immensa capacità di resilienza. La “peste” non è più solo il batterio del 1624; nel corso dei decenni è diventata la metafora di tutti i mali che hanno afflitto la terra siciliana: la mafia, la disoccupazione, il degrado sociale, l’abbandono delle istituzioni. Ogni volta che il sindaco sale sul Carro Trionfale per gridare il tradizionale omaggio alla Santa, quel gesto si carica di un significato politico profondo. È la richiesta di una nuova liberazione, l’auspicio di un riscatto civile ed economico che pulisca la città dalle sue infamie contemporanee, così come Rosalia la ripulì dal contagio seicentesco.

In conclusione, la Festa della Bastiglia e il Festino di Santa Rosalia dimostrano come il bisogno umano di celebrare la fine di una schiavitù superi le barriere del tempo, dello spazio e delle ideologie. Che si tratti di spezzare le catene di un re tiranno in nome della ragione o di sconfiggere il terrore di un’epidemia in nome della fede, il nucleo drammatico dell’evento resta identico. È il passaggio dalle tenebre alla luce, dall’isolamento alla fratellanza, dalla sottomissione alla sovranità sul proprio destino. Due popoli diversi, uniti nella notte del 14 luglio da un unico, potente verdetto: la vita, quando si libera dal giogo dell’oppressione, merita di essere celebrata con tutta la bellezza, la luce e il rumore di cui l’umanità è capace.

Roberto Greco