Alla di GAM Catania il tempo diventa arte: Minya trasforma i lamponi in memoria vivente

Alla GAM di Catania la mostra di Minya rivoluziona il concetto di arte contemporanea: lamponi, foglie d’argento e pigmenti naturali raccontano il tempo come materia viva. Intervista esclusiva all’artista.

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Se esistesse un momento in cui l’arte smettesse di essere soltanto qualcosa da osservare e diventasse un’esperienza da vivere? È ciò che accade entrando nelle sale della GAM – Galleria d’Arte Moderna di Catania, dove fino al 31 luglio è allestita GAPscape TIME/Sixth Era, Tempo come materia viva, la mostra personale dell’artista Minya.

Non si tratta di una semplice esposizione di opere contemporanee. Qui il tempo non viene raccontato: si manifesta davanti agli occhi dei visitatori. I protagonisti sono materiali inconsueti, apparentemente fragili e destinati a scomparire, come i lamponi freschi, che fermentano, cambiano colore, si trasformano e lasciano un’impronta permanente sulle superfici. Il processo naturale diventa così parte integrante dell’opera, rendendo il pubblico testimone di una metamorfosi continua.

Organizzata dal Comune di Catania – Direzione Cultura e dalla Società Storica Catanese, la mostra porta in Sicilia una delle ricerche più originali del panorama artistico internazionale. Dopo la laurea all’Accademia delle Belle Arti di Novi Sad, le esperienze espositive tra Roma, Zurigo, New York e la Germania, Minya approda nella città etnea con un progetto che dialoga perfettamente con un territorio dove il concetto di trasformazione è parte dell’identità stessa. Basta pensare all’Etna, vulcano che continuamente distrugge e rigenera il paesaggio, rendendo Catania uno dei luoghi simbolo del cambiamento.

L’artista, che vive e lavora tra Roma e Zurigo, ha costruito negli anni un linguaggio personale utilizzando pigmenti naturali, foglie d’argento, juta, plexiglas e soprattutto lamponi, trasformando processi biologici in strumenti di riflessione artistica. Il risultato è un’arte che supera la dimensione estetica e invita a interrogarsi sul rapporto tra essere umano, natura, tecnologia e responsabilità collettiva nell’epoca dell’Antropocene.

Abbiamo incontrato Minya per approfondire il significato della sua ricerca e comprendere come sia nata una delle sperimentazioni artistiche più originali degli ultimi anni.

Il tempo, nelle sue opere, non è soltanto un tema, ma diventa un vero e proprio materiale di lavoro. Come è nata questa intuizione e quando ha capito che la trasformazione naturale dei materiali poteva diventare parte integrante dell’opera d’arte?

«La mia ricerca nasce dall’osservazione della società contemporanea e da una riflessione sul passaggio del tempo. L’arte crea simboli e metafore che ci aiutano a comprendere la realtà e, nel progetto GAPscape TIME/Sixth Era, utilizzo materiali eterogenei e la stilizzazione degli alveari per rendere visibile ciò che normalmente rimane invisibile: il tempo.

Il lampone, un frutto ricco di significati simbolici, rappresenta la bellezza, la vita e la fertilità, ma anche la vulnerabilità e l’effimero. Mi interessava proprio questa doppia natura.

Da sempre l’uomo cerca di dominare il tempo, rallentarlo, trattenerlo. Oggi, grazie alla tecnologia, siamo riusciti in parte a ingannarlo: possiamo abbreviare le distanze, registrare immagini, conservare memorie. Eppure, pur sapendo misurarlo, non siamo ancora capaci di mostrarlo davvero.

Nella mitologia greca Crono divora i propri figli: è una potente metafora del fatto che il tempo consuma inevitabilmente tutto ciò che genera. Ed è proprio questa inevitabilità a renderlo così prezioso».

Ma che cos’è davvero il tempo? E soprattutto: è possibile catturarlo, renderlo visibile, trasformarlo in materia?

«L’installazione che ho realizzato alla GAM di Catania nasce proprio da questa domanda. I visitatori diventano testimoni del passaggio del tempo osservando la trasformazione di un elemento effimero in qualcosa di permanente. I lamponi cambiano, si trasformano e modificano il loro destino, diventando opera d’arte».

Utilizza elementi insoliti come foglie d’argento, pigmenti naturali e soprattutto lamponi, che fermentano e cambiano nel corso dei giorni. Che cosa rappresentano per lei questi materiali? Quanto c’è di controllo dell’artista e quanto invece lascia che sia la natura a completare il lavoro?

«Negli anni ho sviluppato una tecnica personale, ancora oggi in continua evoluzione, che è diventata il mio linguaggio espressivo e che mi permette di esprimere l’idea. È un linguaggio non soltanto visivo, ma anche olfattivo, che adatto in ogni quadro: dai lamponi ai pigmenti naturali, dal plexiglass alla juta.

Ogni opera è un piccolo esperimento. Richiede una preparazione accurata, molta concentrazione e, soprattutto, la capacità di capire in quale direzione il lavoro stia evolvendo. Realizzo molti schizzi preparatori, ma alla fine servono soprattutto a delimitare uno spazio entro cui possa esistere la libertà di espressione. La mia, ma anche quella dei lamponi.

È un dialogo continuo tra il controllo dell’artista e l’imprevedibilità della natura.

Nei miei lavori le forme organiche, libere e irripetibili convivono sempre con strutture geometriche e rigorose. Questo contrasto diventa una metafora del rapporto tra l’essere umano, la natura e la tecnologia, ormai presente in ogni aspetto della nostra vita».

La grande installazione che il pubblico vede trasformarsi giorno dopo giorno sembra quasi un organismo vivente. Che esperienza vorrebbe far vivere ai visitatori? C’è un’emozione o una consapevolezza con cui spera escano dalla mostra?

«La metamorfosi dei lamponi è sempre un momento profondamente emozionante per me. Un frutto così perfetto e bello cambia il proprio aspetto nel giro di pochi giorni e questa trasformazione colpisce profondamente la sensibilità delle persone.

Le reazioni sono molto diverse. Alcuni mi hanno detto che sarebbe stato meglio mangiare quei lamponi piuttosto che “sprecarli”. Altri, invece, sono tornati più volte durante la mostra proprio per osservare il cambiamento. Questo è ciò che desidero: creare un’esperienza che continui nel tempo e che inviti ciascuno a fermarsi, osservare e riflettere.

Non credo che il compito dell’artista sia dare risposte. Preferisco orientare lo sguardo verso le grandi questioni del nostro tempo, la vulnerabilità del pianeta, quella dell’essere umano, il nostro rapporto con la natura e con il tempo stesso».

Ha scelto di portare “GAPscape TIME/Sixth Era” proprio a Catania e in Sicilia, una terra dove convivono stratificazioni storiche, natura potente e continua trasformazione. Che cosa ha trovato qui che dialoga con la sua ricerca artistica? E pensa che questa mostra avrebbe avuto lo stesso significato in un altro luogo?

«Non è un caso che questa mostra sia stata realizzata proprio a Catania. Qualche anno fa ho conosciuto Alfio D’Agata, presidente della Società Storica Catanese, durante la mia mostra personale al MACRO di Roma, dove avevo presentato per la prima volta un’opera realizzata con i lamponi. Da quell’incontro è nato un dialogo che oggi si concretizza in questo progetto.

La Sicilia è una terra straordinaria, dove convivono natura, storia, cultura e mitologia. È una terra di grande resilienza ma anche di grande vulnerabilità. Per questo motivo ho sentito che GAPscape TIME/Sixth Era potesse trovare qui il suo luogo naturale.

Se oggi la mostra è arrivata da Zurigo fino a Catania è anche grazie all’aiuto prezioso di molte persone, alle quali sono profondamente grata. Questo progetto possiede però anche un’altra dimensione per me fondamentale: quella del dialogo. Vivendo e lavorando tra Zurigo e Roma, e collaborando da molti anni con Achille Bonito Oliva, la mia ricerca si sviluppa attraverso l’incontro tra culture, sensibilità e punti di vista differenti.

Per questo motivo ho voluto che anche il catalogo diventasse parte integrante dell’opera, raccogliendo riflessioni provenienti da mondi diversi: arte, letteratura, scienza e musica. Mi interessava che persone con esperienze così diverse riflettessero sullo stesso tema che io avevo affrontato attraverso le immagini: il tempo, la memoria e la traccia che ogni essere umano lascia nel mondo».

La sua ricerca è già approdata in sedi internazionali importanti e continua a evolversi. Dopo questa mostra, quali direzioni immagina per il suo lavoro? Ci sono nuovi materiali, nuovi processi o nuove domande che sente il bisogno di esplorare?

«Sono molto felice del riscontro che questa mostra sta ricevendo, sia da parte del mondo dell’arte sia da parte del pubblico. Nei giorni scorsi sono arrivati moltissimi visitatori. In parte è stato anche merito dell’Etna, che con la sua eruzione ha costretto molte persone a prolungare il soggiorno a Catania. Molti sono tornati più volte alla GAM per seguire l’evoluzione dell’installazione e hanno lasciato proprie testimonianze nel libro della mostra.

In questo momento mi sto godendo pienamente questa esperienza siciliana e, insieme a mio marito, stiamo valutando la possibilità di portare il progetto anche a Palermo. Successivamente mi piacerebbe continuare a esplorare, in contesti culturali diversi, il rapporto tra l’essere umano, la natura e la tecnologia, osservando come questo equilibrio cambi da una società all’altra. Credo che l’arte debba sempre soddisfare due condizioni fondamentali: riempire il cuore e aprire la mente».

Quella di Minya è una ricerca che supera il tradizionale concetto di opera d’arte. L’installazione non si limita a essere osservata, ma evolve insieme ai visitatori, rendendo ciascuno partecipe di un processo che parla di trasformazione, memoria e responsabilità. Catania, città modellata nei secoli dalla forza della natura e dalla capacità dell’uomo di ricostruire, diventa così il luogo ideale per accogliere una riflessione sul tempo come materia viva. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza, GAPscape TIME/Sixth Era invita a rallentare, osservare e comprendere che anche ciò che sembra destinato a dissolversi può lasciare un segno indelebile. È proprio questa la forza dell’arte di Minya: trasformare l’effimero in memoria e il cambiamento in consapevolezza.

Federica Dolce