Acque in Italia: il bicchiere mezzo pieno cela una crisi profonda. La Sicilia come caso emblematico

Il rapporto ISPRA, e le raccomandazioni della Commissione Europea, indicano chiaramente che la strada per la resilienza idrica dell'isola è ancora lunga e richiede un cambio di passo deciso: non solo investimenti in infrastrutture di depurazione, ma un ripensamento complessivo della gestione della risorsa idrica, a partire dall'agricoltura e dalla lotta senza quartiere all'abusivismo degli emungimenti, principale volano dell'intrusione salina

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 4 minutes

Il nuovo “Rapporto sullo stato delle acque in Italia – Verso il quarto ciclo di gestione”, redatto da ISPRA e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), offre una fotografia ad alta risoluzione dello stato di salute di fiumi, laghi, coste e falde acquifere del nostro Paese. Basandosi sui dati definitivi del 3° Piano di Gestione (PdG), il documento rivela un quadro complesso: se da un lato l’Italia mostra progressi significativi nella conoscenza e nel monitoraggio rispetto al passato, con percentuali di stato “sconosciuto” in netto calo, dall’altro emergono criticità persistenti e profonde disparità territoriali che allontanano il raggiungimento degli obiettivi di qualità imposti dalla Direttiva Quadro sulle Acque (DQA).

In questo contesto, la Sicilia (Distretto Idrografico ITH2018) si configura come un vero e proprio punto critico, una cartina di tornasole dove le emergenze nazionali si manifestano con un’intensità allarmante, sia per le acque superficiali che per quelle sotterranee.

Il dramma silenzioso delle acque superficiali

A livello nazionale, solo il 43,6% dei corpi idrici superficiali raggiunge un buono stato ecologico. La Sicilia si distingue negativamente per la qualità delle sue acque di transizione (lagune, foci, stagni costieri), che rappresentano ecosistemi delicatissimi di fondamentale importanza per la biodiversità. Su 18 corpi idrici di transizione siciliani, ben il 61% è classificato in stato ecologico “cattivo” – la classe peggiore possibile, che indica un ecosistema profondamente alterato e compromesso. Un dato drammatico, che supera di oltre quattro volte la già pessima media nazionale del 14% e che non ha eguali in nessun altro distretto italiano. A questo si aggiunge un ulteriore 11% in stato “sufficiente” e solo un 28% in stato “buono”, mentre nessun corpo idrico raggiunge lo stato “elevato”. Ciò significa che la quasi totalità degli ambienti di transizione dell’isola è ben lontana dall’obiettivo di qualità.

La performance non migliora analizzando lo stato chimico di queste stesse acque. Il 72% dei corpi idrici di transizione siciliani non raggiunge il buono stato, un dato inferiore solo alle Alpi Orientali ma che, a differenza di queste, non è attribuibile a una singola pressione ma a un mix di fattori inquinanti. Sebbene per la Sicilia non vengano riportati superamenti dovuti a sostanze PBTu (ubiquitarie, persistenti, bioaccumulabili e tossiche) nelle acque di transizione, il fallimento è comunque massiccio, indicando una contaminazione diffusa da altre fonti.

Anche il resto dei corpi idrici superficiali siciliani non gode di buona salute. Dei 256 fiumi monitorati, solo il 76% è in stato chimico buono (al di sotto della media nazionale del 78%), ma ciò che colpisce è l’elevata percentuale di corpi idrici lacustri in stato critico: il 34% dei laghi siciliani non raggiunge l’obiettivo chimico, e per un allarmante 25% la causa è da attribuirsi proprio a quelle sostanze PBTu, inquinanti particolarmente insidiosi perché destinati a persistere per decenni nell’ambiente.

La pressione asfissiante su un territorio fragile

La causa di questo degrado è riconducibile a un mix di pressioni che in Sicilia assumono proporzioni più intense che altrove. L’analisi del rapporto ISPRA è impietosa: la pressione diffusa, legata principalmente all’agricoltura e al dilavamento di superfici urbane e industriali, è la principale minaccia, colpendo una percentuale di corpi idrici superficiali che sfiora il 90%, contro una media nazionale già elevata del 52%. Questo dato colloca la Sicilia come il distretto con la più alta incidenza di inquinamento diffuso in Italia, superando persino il distretto del Fiume Po.

A questa si sommano le pressioni idromorfologiche (42% a livello nazionale), che alterano la fisicità degli alvei e il regime delle portate, e quelle puntuali (41% nazionale), come gli scarichi urbani non adeguatamente depurati. Nel caso specifico della Sicilia, gli impatti ambientali di queste pressioni si traducono in una preoccupante predominanza dell’inquinamento chimico, da nutrienti e organico, che colpisce oltre il 70% dei corpi idrici superficiali. Particolarmente critico è anche l’impatto microbiologico, segnale di una carente infrastrutturazione per la depurazione delle acque reflue.

Leggi anche “L’Europa all’asciutto: 156mila chilometri quadrati sotto scacco della siccità”

La crisi nascosta delle falde acquifere

Se il degrado superficiale è in parte visibile, ancora più preoccupante è la situazione delle acque sotterranee in Sicilia, vera e propria riserva idrica strategica per l’isola, tanto più preziosa in un contesto di crescente aridificazione. Mentre a livello nazionale il 79% dei corpi idrici sotterranei è in buono stato quantitativo e il 70% in buono stato chimico, la Sicilia mostra un grave ritardo su entrambi i fronti.

Sotto il profilo quantitativo, che misura l’equilibrio tra prelievi e capacità di ricarica naturale della falda, il 26% dei corpi idrici siciliani è in stato “non buono”, contro una media nazionale del 19%. Un segnale di come lo sfruttamento della risorsa idrica, per usi civili e agricoli, stia intaccando le riserve non rinnovabili.

Ma è sul fronte della qualità chimica che la Sicilia tocca il punto più basso a livello nazionale. Ben il 44% dei corpi idrici sotterranei dell’isola è in stato chimico scarso, un dato quasi doppio rispetto alla media nazionale del 27% e il peggiore tra tutti i distretti idrografici italiani. Solo il 47% delle falde siciliane è in buono stato. La mappa della contaminazione è dominata da nitrati e cloruri. I nitrati, di chiara origine agricola (fertilizzanti e reflui zootecnici), sono l’inquinante che da solo fa fallire l’obiettivo di buono stato in oltre 139 corpi idrici a livello nazionale, ma la loro concentrazione in Sicilia è tale da richiedere l’istituzione di livelli di fondo specifici per cloruri e solfati, e la definizione di un valore soglia per la conduttività elettrica in ben 38 corpi idrici, un chiaro indicatore del fenomeno dell’intrusione salina. L’eccessivo emungimento delle falde costiere, infatti, richiama acqua di mare in profondità, salinizzando in modo spesso irreversibile la preziosa risorsa idrica dolce.

Esenzioni e futuro: un percorso in salita

Per far fronte a questi ritardi, la Regione Siciliana ha fatto ampio ricorso allo strumento delle esenzioni previste dalla DQA, che permettono di posticipare il raggiungimento degli obiettivi di qualità. Per lo stato ecologico dei fiumi, la richiesta di proroga per “condizioni naturali” (Art. 4.4) riguarda il 44% dei corpi idrici e per “realizzabilità tecnica” un ulteriore 41%, mentre la metà dei corpi idrici lacustri ha ottenuto una proroga per condizioni naturali. Per le acque di transizione, l’89% ha ottenuto una proroga per realizzabilità tecnica. Anche per lo stato quantitativo delle acque sotterranee, il 26% dei corpi idrici è in deroga, sempre per condizioni naturali.

Queste proroghe, seppur legittime se adeguatamente motivate, indicano che per ampie porzioni del territorio siciliano il raggiungimento di un accettabile stato di salute ambientale è un obiettivo rinviato a dopo il 2027. Il rapporto ISPRA, e le raccomandazioni della Commissione Europea, indicano chiaramente che la strada per la resilienza idrica dell’isola è ancora lunga e richiede un cambio di passo deciso: non solo investimenti in infrastrutture di depurazione, ma un ripensamento complessivo della gestione della risorsa idrica, a partire dall’agricoltura e dalla lotta senza quartiere all’abusivismo degli emungimenti, principale volano dell’intrusione salina.

Roberto Greco

Leggi anche “L’Europa all’asciutto: 156mila chilometri quadrati sotto scacco della siccità”

Ultimi Articoli