Anna Nocera non ha una tomba. Ma ha un nome. E quel nome, dal 1878, continua a raccontare una storia. La storia di una donna vittima di mafia. La ragazza ha appena diciassette anni. È nata a Palermo nel 1861. Appartiene ad una famiglia umile e per guadagnarsi da vivere lavora come domestica presso la famiglia Amoroso, in una Palermo attraversata da conflitti criminali, violenza e gruppi organizzati. Anna non sa che quella per cui lavora è una famiglia mafiosa, quella di Porta Montalto. È proprio qui che Leonardo Amoroso, uno dei figli dei suoi padroni, inizia a farle delle avences, a corteggiarla. Anna è una ragazza carina e dai modi gentili, timida e riservata respinge le avences, ma lui, con i suoi modi bruschi, continua al punto che la ragazza decide di smettere di lavorare per questa famiglia. A causa però delle condizioni di miseria della sua famiglia, è costretta a fare un passo indietro e a ritornare in quella casa per lavorare come domestica. Purtroppo le avences non cesseranno e la giovane Anna sarà costretta a cedere. Poco dopo, resterà incinta. Non solo è costretta al disonore ma anche al silenzio umiliante.
La scomparsa di Anna: 10 marzo 1878
La giovane tenterà invano di rimediare con un matrimonio “riparatore”, ma Leonardo Amoroso non vuol saperne e, scocciato dalle richieste di Anna di sposarla, decide di risolvere il problema: la fa sparire nel nulla. La mattina del 10 marzo 1878 Anna Nocera esce di casa per recarsi, come ogni giorno, al lavoro. È l’ultima volta che la sua famiglia la vede. Quando arriva la sera, Anna non rientra. I familiari cominciano a cercarla, ma le ricerche non portano a nulla. Della ragazza non si saprà più niente. Il suo corpo non verrà mai ritrovato.
Il processo ai fratelli Amoroso: nove omicidi, nove condanne a morte e il mistero del corpo di Anna
Il 29 agosto 1883 si apre il processo contro i fratelli Amoroso, protagonisti di una sanguinosa faida con la famiglia Badalamenti. Sul banco degli imputati finiscono uomini accusati di una lunga serie di delitti: saranno nove, complessivamente, gli omicidi contestati nel procedimento.
Tra le vittime c’è anche Anna, la giovane che aveva lavorato presso la famiglia Amoroso e che, appena diciassettenne, era rimasta incinta dopo le insistenti avances di Leonardo Amoroso, uno dei figli dei suoi datori di lavoro.
Nel processo emerge così anche la storia di un’altra vittima della famiglia: Gaspare Amoroso, fratello degli stessi imputati. Aveva prestato servizio di leva nell’Arma dei Carabinieri, una scelta considerata un disonore e una violazione delle regole imposte dal codice mafioso della famiglia. Per questo, secondo l’accusa, Gaspare sarebbe stato punito: raggiunto da diverse coltellate, venne ucciso.
«Scellerati, infami, vi succhiaste il sangue di mia figlia!»
La madre di Anna, Vincenza Cuticchia, rimasta vedova, decide di costituirsi parte civile. Durante una delle udienze, di fronte agli imputati, esplode il dolore di una madre che chiede giustizia per la figlia. Rivolgendosi agli accusati, grida: «Scellerati, infami, vi succhiaste il sangue di mia figlia!».
A difendere gli imputati intervengono anche due deputati, Valentino Caminneci e Raffaele Palizzolo. Quest’ultimo, alcuni anni più tardi, sarebbe stato coinvolto come principale imputato nel processo relativo all’omicidio di Emanuele Notarbartolo. L’accusa costruisce parte del proprio impianto probatorio anche attraverso le testimonianze di alcuni mafiosi. Al termine del procedimento arrivano nove condanne a morte, accompagnate da diverse pene detentive.
Ma sul caso di Anna rimane una domanda destinata a non trovare risposta: il suo corpo infatti non verrà mai ritrovato.
Serena Marotta
