Quando Attilio Bonincontro, l’archivio vivente dell’Ucciardone che “non temeva nulla”, fu ucciso dalla mafia

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 8 minutes

Quando la mafia decide di colpire, spesso non sceglie i nomi che riempiono le prime pagine. A volte punta al cuore nascosto delle istituzioni: a chi vede, registra, conosce. Attilio Bonincontro, brigadiere degli agenti di custodia, addetto all’Ufficio matricola dell’Ucciardone, era esattamente questo: la memoria vivente di uno dei carceri simbolo del potere mafioso a Palermo.

Il 30 novembre 1977 viene ucciso sotto casa, in via Sampolo, a pochi passi dall’istituto in cui aveva lavorato per oltre vent’anni. Due giovani lo avvicinano, una breve discussione, poi una raffica di colpi. Gli autori resteranno per sempre ignoti. La sua storia resta in gran parte fuori dai manuali scolastici, ma dice moltissimo su come la mafia abbia tentato, e in parte riuscito, a controllare il cuore del sistema penitenziario, e su come chi provava a mantenere la schiena dritta pagasse un prezzo altissimo.

Chi era Attilio Bonincontro

Attilio Bonincontro nasce a Noto (Siracusa) il 27 gennaio 1924. Si arruola nel Corpo degli Agenti di Custodia nel 1945, in un’Italia appena uscita dalla guerra. Dopo un breve periodo di servizio a Nicosia, nel 1954 viene trasferito al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Nel suo stato di servizio, dal 1948 in poi, compare sempre la stessa valutazione: “ottimo”. Viene promosso brigadiere nel 1963. Per oltre ventitré anni svolge un lavoro metodico, quasi ossessivo, in Ufficio matricola: orari regolari, migliaia di nomi, impronte digitali, fascicoli, storie che passano dalla sua scrivania.

È lui a gestire i registri, a seguire le assegnazioni alle celle, a custodire le carte che riguardano trasferimenti, richieste ai giudici, domande dei detenuti. Per questo viene definito, da chi lo ricorda, “l’archivio vivente dell’Ucciardone”. Nella memoria dei colleghi emerge come un sottufficiale stimato, rispettato, considerato per professionalità e umanità: capace di far rispettare le regole, ma anche di venire incontro ai bisogni dei detenuti. Proprio questa combinazione di fermezza e umanità lo rende, in teoria, “intoccabile”: una figura che, nel microcosmo del carcere, tutti sanno essere corretta.

Aveva confidato di essere stanco, di voler andare in pensione anticipata. Dal 1° dicembre 1977 sarebbe dovuto andare in ferie. La sera prima, il 30 novembre, viene assassinato. Celebre una sua frase che ripeteva per spiegare perché non portava mai l’arma di ordinanza: «Ho fatto solo del bene e non temo nulla». Una fiducia incrollabile nella propria rettitudine, che la mafia trasforma in condanna.

L’Ucciardone negli anni ’70: privilegi, boss e silenzi

Per capire perché un brigadiere “d’ufficio” sia diventato un obiettivo, bisogna entrare nel clima dell’Ucciardone negli anni ’60 e ’70. In quel periodo nel carcere palermitano transitano tre generazioni di mafiosi, dalla banda Giuliano fino ai “big” della mafia siculo-americana: da Genco Russo a Frank Coppola, da Gaspare Magaddino a Paolino Bontà, fino a figure legate alla mafia d’Oltreoceano.

È all’Ufficio matricola, lo stesso in cui lavora Bonincontro, che, secondo le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, si svolgono colloqui “straordinari” fuori da ogni controllo: boss del calibro di Stefano Bontate, Michele Greco, Giuseppe Calderone, Nino e Rosario Riccobono avrebbero avuto la possibilità di incontrarlo lì, in un angolo dell’ufficio, telefonare all’estero, parlare con chi volevano, spesso senza autorizzazione dei giudici.

In quel contesto, centinaia di agenti di custodia lavorano quasi disarmati, non solo in senso materiale ma soprattutto sul piano istituzionale: lasciati soli in mezzo a criminali potentissimi, in un clima di sostanziale indifferenza politica verso il fenomeno mafioso.

Dopo la riforma penitenziaria del 1975, il ruolo di Bonincontro diventa ancora più delicato. Come capo dell’Ufficio matricola, redige le relazioni sui detenuti che chiedono i nuovi benefici di legge: semilibertà, permessi, misure alternative. Quelle relazioni, di fatto, orientano le decisioni del Tribunale di Sorveglianza: una valutazione negativa può far naufragare ogni speranza di un mafioso di uscire prima dal carcere. È qui che il lavoro burocratico dell’“archivio vivente” incrocia direttamente gli interessi dei clan.

La sera del 30 novembre 1977: l’agguato in via Sampolo

È mercoledì 30 novembre 1977. Bonincontro resta in servizio all’Ucciardone fino alle 20. Esce, come sempre, disarmato, alla guida della sua Fiat 500. Rientra verso casa, in via Sampolo 218, dove lo attende la moglie, Angela Lo Jacono.

Posteggia l’auto a pochi metri dal portone. La portiera dello stabile, dalla guardiola, gli apre elettricamente il portone. È in questo momento che due giovani, sui vent’anni, gli si avvicinano e lo coinvolgono in una discussione animata. Dura circa un minuto. Poi il brigadiere tronca la conversazione e si avvia verso l’androne.

Quando la porta sta per richiudersi, uno dei due killer blocca il battente con il piede. È l’istante che precede l’esecuzione.I due uomini tirano fuori le pistole ed esplodono più colpi a distanza ravvicinata. ìBonincontro viene raggiunto al volto, alla nuca, al torace. Crolla nell’androne, colpito da almeno 7-8 proiettili calibro 7,65 e 38 special, secondo le cronache dell’epoca.

I killer fuggono su una Fiat 128 rubata giorni prima, ritrovata poco dopo in una via vicina. Alcuni clienti di una trattoria escono, si affacciano, poi tornano a mangiare. È una Palermo che ha già imparato, spesso, a convivere con il sangue sull’asfalto.

Quaranta minuti dopo, una telefonata anonima arriva al centralino del quotidiano L’Ora: una voce maschile, tono basso, rivendica “la morte di un aguzzino”. Gli inquirenti sospetteranno presto che si tratti di un depistaggio, un tentativo di far scivolare il delitto sul binario del terrorismo politico anziché su quello mafioso.

Sul luogo dell’omicidio arrivano il vice questore Giorgio Boris Giuliano, il dirigente della Criminalpol Bruno Contrada e il magistrato di turno Domenico Signorino.

Le prime indagini: le piste, i depistaggi, il muro di gomma

Le cronache de La Stampa e de L’Unità nei giorni successivi raccontano un’indagine subito incerta, caratterizzata da piste che si sovrappongono.

Tra le prime ipotesi possibili ci sono innanzitutto la vendetta mafiosa o di “criminali comuni”, perché Bonincontro è l’uomo che gestisce la matricola, le assegnazioni alle celle, i trasferimenti, le relazioni per i benefici. Alcuni reclusi “avevano conti in sospeso” con lui: scontenti per mancati trasferimenti, negati benefici, decisioni percepite come penalizzanti. Si ipotizza anche che si trattasse di un delitto politico/terroristico a seguito della telefonata a L’Ora che parla di “aguzzino” e al recente passaggio dall’Ucciardone di detenuti appartenenti a gruppi armati (brigatisti e nappisti), poi trasferiti nelle carceri speciali di Favignana e Asinara.

Nel giro di pochi giorni vengono fermati cinque giovani della zona di via Sampolo. Vengono interrogati, alcuni trattenuti a lungo, ma non emergono elementi tali da portarli a processo con accuse definitive. Parallelamente, si eseguono perquisizioni in ambienti dell’estrema destra e sinistra, nel tentativo di suffragare la pista “politica”. Anche questa, con il tempo, viene ridimensionata.

Gli investigatori, tuttavia, si concentrano sempre più sulla pista della vendetta legata all’attività di servizio: si passa al vaglio la posizione di detenuti ed ex detenuti che avevano ottenuto relazioni negative dall’Ufficio matricola; si guarda ai conflitti interni all’Ucciardone, ai litigi tra gruppi di reclusi (ad esempio tra ragusani e catanesi) che avevano avuto eco in direzione e proprio in matricola, dove vengono custoditi anche i soldi dei detenuti.

Nonostante questo lavoro, nessun mandante e nessun esecutore viene mai individuato con certezza. Il brigadiere Attilio Bonincontro viene ricordato, nelle ricostruzioni successive, come vittima di un delitto “anomalo, pieno di stranezze”, ma con una chiave di lettura che rimanda costantemente all’interno dell’Ucciardone e ai rapporti di forza tra mafia, detenzione e istituzioni.

L’iter processuale: un delitto senza colpevoli

Il percorso giudiziario dell’omicidio Bonincontro è, di fatto, la cronaca di un fallimento investigativo. Furono, inizialmente, fermati alcuni sospettati e furono eseguite perquisizioni e accertamenti in ambienti estremisti. Gli inquirenti, nel tempo, scartano quasi del tutto la pista politica in favore di quella mafioso-criminale. Il Ministero dell’Interno, solo anni dopo, riconosce formalmente Bonincontro come “Vittima del dovere” ai sensi della legge 624/1975, collegando esplicitamente la sua morte all’attività di servizio. Ma il dato più pesante è uno: gli autori dell’omicidio restano ignoti. È scritto nero su bianco nelle schede della Polizia penitenziaria e nelle ricostruzioni ufficiali.

Nessuna sentenza definitiva indica mandanti o esecutori. Nessun clan viene formalmente ritenuto responsabile. Si può inferire, alla luce delle dichiarazioni di Buscetta e della successiva storia giudiziaria di Cosa nostra, che l’omicidio rientri in una strategia di controllo e intimidazione che mira a gestire dall’interno il mondo carcerario. Ma, sul piano giudiziario, resta un cold case. In altre parole: lo Stato riconosce Attilio Bonincontro come vittima della criminalità organizzata, ma non riesce mai a dire chi lo abbia ucciso.

La risposta dei colleghi: l’autoconsegna e la protesta

La morte di Bonincontro non passa sotto silenzio all’Ucciardone. Il giorno dopo l’omicidio, i 260 agenti di custodia in servizio nel carcere si autoconsegnano, rimanendo chiusi all’interno dell’istituto in una forma di protesta silenziosa. Vegliano la salma del collega nella cappella interna al carcere, trasformando il luogo di lavoro in una camera ardente e in un atto di accusa muto contro chi non protegge adeguatamente chi lavora “in prima linea” dietro le sbarre.

Ai funerali, celebrati in un clima di forte tensione, partecipano le maggiori autorità cittadine, rappresentanti del Ministero della Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria. Il corpo di un brigadiere di matricola diventa, per un giorno, il simbolo di una categoria intera.

Memoria, riconoscimenti, intitolazioni

Con il passare degli anni, la memoria di Bonincontro rischia di restare confinata nelle cerimonie interne al Corpo e nelle pagine degli archivi. Ma alcuni passaggi segnano un tentativo di restituzione pubblica. Oltre al riconoscimento come “Vittima del dovere” da parte del Ministero dell’Interno, che lega formalmente la sua morte all’attività istituzionale svolta all’Ucciardone, c’è stata l’intitolazione della Casa di reclusione di Noto in sua memoria nel settembre 2018: un ritorno simbolico nella sua città natale, dove il carcere porta oggi il suo nome.

Alla cerimonia di Noto partecipano il sindaco, il vescovo della diocesi, rappresentanze di Carabinieri, Polizia di Stato, Aeronautica, Polizia municipale e associazioni di categoria della Polizia penitenziaria. Durante l’evento viene letto un messaggio del ministro della Giustizia e deposta una corona ai piedi della targa commemorativa, alla presenza di un familiare di Bonincontro, sacerdote, che partecipa alla benedizione.

Sono segnali chiari: lo Stato e le istituzioni locali riconoscono che quel brigadiere non è stato solo una “vittima collaterale”, ma un pezzo della lunga scia di sangue lasciata da Cosa nostra dentro e fuori le mura dei penitenziari.

Le voci: famiglia, istituzioni, società civile

Le cronache del 1977 restituiscono una famiglia travolta dall’omicidio. La Stampa riporta la frase, quasi difensiva, della moglie, poco più anziana di lui, che dichiara di “non sapere nulla” di possibili motivi di rancore verso il marito. È una dichiarazione che, letta oggi, suona come il grido di chi viene investito da una violenza assoluta e improvvisa: Attilio non aveva figli, la moglie si ritrova sola e senza risposte.

Nelle commemorazioni successive, i familiari, anche attraverso la partecipazione alle intitolazioni e alle iniziative pubbliche, contribuiscono a tenere viva l’immagine di un uomo che rifiutava di portare l’arma perché convinto di non aver mai fatto torto a nessuno. Una fede quasi ingenua nella giustizia, fatta a pezzi dalle pistole di chi, invece, nella giustizia vede solo un ostacolo.

Le istituzioni intervengono su tre piani. Il primo fu il riconoscimento giuridico. La qualifica di “Vittima del dovere” certifica che il suo assassinio è connesso direttamente all’attività di servizio. È un atto formale ma politicamente forte: inserisce Bonincontro in una lista di caduti che lo Stato indica come propri martiri. L’intitolazione del carcere di Noto, con la presenza di ministro, provveditore regionale e vertici locali delle forze dell’ordine, è un modo per scolpire il suo nome sulla geografia istituzionale. Durante la cerimonia, il provveditore depone una corona sotto la targa, il vescovo benedice la lapide: gesti rituali che però dicono che, almeno sul piano della memoria, lo Stato prova a non dimenticare. Inoltre nei documenti del Corpo e nelle schede istituzionali, la sua storia viene riassunta come quella di un «brigadiere stimato, “archivio vivente” dell’Ucciardone, ucciso da due giovani che lo aspettano sotto casa, autori rimasti ignoti, delitto collegato all’attività di servizio». Una formula che fotografa l’essenziale ma che, al tempo stesso, evidenzia ciò che manca: la verità giudiziaria.

A tenere viva nel tempo la memoria di Attilio Bonincontro contribuiscono associazioni e realtà impegnate sul fronte della lotta alle mafie e del sostegno alle vittime. Anche articoli e blog di memoria, compresi quelli che raccontano le biografie di vittime meno note del terrorismo mafioso, aiutano a ricomporre una narrazione collettiva: non solo grandi nomi, non solo magistrati e politici, ma anche brigadieri di matricola, impiegati “senza scorta” che hanno pagato il prezzo di un lavoro fatto con onestà.

Un buco nero di verità, ma non di responsabilità

A quasi cinquant’anni dall’omicidio di Attilio Bonincontro, la storia giudiziaria del suo caso è una ferita aperta: nessun colpevole, nessun processo esemplare, nessuna confessione che chiuda il cerchio.

Eppure, l’insieme dei tasselli, il suo ruolo all’Ucciardone, le relazioni per i benefici penitenziari, il contesto di potere mafioso dentro il carcere, le dichiarazioni successive di Buscetta, il riconoscimento come vittima del dovere, l’intitolazione di un istituto penitenziario al suo nome – disegna una responsabilità sostanziale chiara: Attilio Bonincontro è stato ucciso perché, nel suo piccolo, rappresentava lo Stato.

Un uomo che archiviava nomi, schedari, fascicoli, che scriveva relazioni su chi doveva uscire o restare dentro, che non portava la pistola perché convinto di non avere nulla da farsi perdonare.

La mafia, che basa il proprio potere sull’intimidazione e sulla complicità, non poteva tollerare una figura del genere in un posto chiave come l’Ufficio matricola.

Il suo nome rimane scolpito sulla pietra del carcere di Noto e negli elenchi delle vittime di Cosa nostra. Ma il messaggio che arriva fino a oggi è doppio: da un lato, la forza silenziosa di chi serve lo Stato senza clamore mentre, dall’altro, il limite di uno Stato che, troppe volte, non è riuscito a dare un nome e un volto a chi quei servitori li ha uccisi.

Roberto Greco

Ultimi Articoli