Passione e barriere al Barbera, Silvio Di Stefano: “Prima che disabili siamo persone!”

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Il vociare della folla si trasforma nel boato del Barbera, un’onda rosa e nera che travolge tutto e tutti. Per molti è solo una partita di calcio. Per Silvio Di Stefano, 26 anni, è un’epopea, una battaglia combattuta ogni volta che si siede sulla sua sedia a rotelle. Il suo stadio, il suo tempio, è un luogo di amore ma, purtroppo, anche di frustrazione.

Silvio è un ragazzo che vive ogni giorno come una sfida. Nato con una tetraparesi spastica, risultato di un’ipossia al parto, la sua vita è un mosaico di barriere, fisiche e mentali, che lui affronta con una dignità, una purezza e un sorriso disarmanti. Il sorriso di Silvio non è un sorriso di rassegnazione, ma di forza. È un sorriso che racconta storie di strade impraticabili, di scivoli d’accesso bloccati da macchine parcheggiate incivilmente, di sguardi che lo giudicano come “disabile” e non come “persona”.

L’amore per il Palermo sboccia quando Silvio ha appena dieci anni, una domenica di fine agosto. Invitato da un amico per un Palermo-Cagliari finito zero a zero, da lì il cuore di Silvio trova su quel tappeto verde, perfetto come un tavolo da biliardo, uno spazio e una libertà che la vita gli ha un po’ precluso. Da quel momento, le domeniche non sono più le stesse. Silvio vive il Palermo di Miccoli, di Ilicic, uno “squadrone incredibile” che lo fa sognare a occhi aperti. Ma più di tutti, è Javier Pastore, il “Flaco”, a rubargli il cuore, un’eleganza in campo che per Silvio è pura poesia.

Nonostante la passione ardente, il rapporto tra Silvio e lo stadio “Barbera” è, tuttavia, complesso. La sua postazione, “dietro le vetrate” che separano la tribuna dal terreno di gioco, è un’esperienza a metà. La visuale non è mai completa, spesso ostruita dallo stesso vetro, o peggio ancora, da persone che, per distrazione o indifferenza, gli tolgono la possibilità di godersi i novanta minuti. Un episodio gli brucia ancora dentro: una delegata della Lega di Serie B gli blocca completamente la visuale per un’intera partita nonostante le civili rimostranze. Un gesto che gli fa percepire ancor più netta quell'”inciviltà” che Silvio combatte ogni giorno. “Prima di essere disabili, siamo persone e abbiamo una dignità”, dice. Parole che dovrebbero risuonare nella coscienza di tutti.

Sogni, speranze e una città da cambiare

Silvio non si ferma, non si arrende. La sua vita è un’onda inarrestabile di progetti. Si è appena laureato in Scienze Agrarie e sogna di andare in Irlanda per imparare l’inglese e per scoprire se per lui possa “esistere una realtà migliore”. Il suo amore per Palermo è profondo, ma è un amore critico, un amore che vorrebbe veder crescere la sua città, diventare più accogliente, meno ostile per chi vive come lui. Silvio non si lamenta solo dei “politici”, ma punta il dito anche sulla mancanza di “consapevolezza nella gente”, quella che parcheggia in divieto di sosta ignorando i disagi provocati in chi vive la sua stessa condizione.

I suoi sogni sono un manifesto di speranza: “Sogno un Palermo in Champions League, ma anche una città più pulita e con un maggiore senso civico”. Vuole che la sua disabilità non sia vista come un limite, ma come un’opportunità, una “biodiversità che ci rende speciali”. Ma il suo sogno più intimo, quello che porta nel cuore, è quello di crearsi una famiglia tutta sua. Una speranza, un desiderio che lo spinge a lottare ogni giorno con la forza e la gentilezza che lo contraddistinguono.

Perché, come dice il padre: “Queste persone hanno, tutte, parecchio da trasmettere agli altri”. E Silvio, con quel suo sorriso e quei valori nel cuore, ne è la prova vivente. “Ti prego di scriverlo: il sorriso è la miglior medicina per tutti i mali”. Un sorriso come il suo rappresenta un faro luminoso in una vita piena di amore, di speranza e di passione, quella per il Palermo, che non tramonterà mai nonostante una vetrata di troppo.

Ivan Trigona

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