Da una parte ci sono circa 140 famiglie che hanno presentato una richiesta di sanatoria e, da anni, aspettano di sapere quale sarà il loro destino. Dall’altra c’è il Comune di Palermo, che prima ha equiparato sotto diversi aspetti la gestione dei beni confiscati alla mafia ma destinati all’abitazione, a quella degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP). Poi però ha sospeso il percorso per la loro regolarizzazione. È questa la vicenda raccontata da Tony Pellicane, dell’associazione “A.Si.D.A. 12 Luglio”, che da anni segue la situazione delle famiglie che vivono negli immobili confiscati.
Sono ERP o beni confiscati?
Il punto di partenza, secondo Pellicane, è la scelta fatta dal Comune a partire dal 2021. Con la delibera del Consiglio comunale n. 124 del 20 maggio, gli immobili confiscati destinati ad abitazione sono stati parificati agli alloggi ERP sotto il profilo economico e inseriti nella gestione delle politiche abitative.
«Da cinque anni il Comune gestisce i beni confiscati come gli alloggi ERP. Vengono applicati i canoni sociali e gli immobili vengono gestiti attraverso lo stesso sistema. Per noi è una questione molto semplice – sottolinea Pellicane -. Se li equipari agli alloggi ERP per la gestione, non puoi poi considerarli diversi quando si parla di sanatoria». È proprio su questa equiparazione che si concentra la battaglia dell’associazione.
La delibera del dicembre 2023
Il passaggio decisivo arriva nel dicembre 2023, quando la Giunta comunale approva la delibera n. 425 che apre alla possibilità di regolarizzare anche le occupazioni dei beni confiscati, richiamando la disciplina regionale prevista per gli alloggi ERP. La normativa siciliana sulla sanatoria, in particolare la legge regionale n. 8 del 2018, aveva previsto la possibilità di regolarizzare determinate occupazioni senza titolo, a condizione che fossero rispettati i requisiti stabiliti dalla legge e che l’occupazione risalisse, nei casi previsti, al 31 dicembre 2017.
Secondo Pellicane, dopo la delibera sarebbero state presentate circa 140 istanze. «Queste famiglie hanno fatto la domanda perché il Comune aveva aperto questa possibilità. Poi il percorso è stato messo in stand-by e nessuno ha più dato una risposta definitiva. Sono rimaste in attesa di sapere se la loro richiesta sarebbe stata accolta oppure respinta». La delibera viene infatti sospesa all’inizio del 2024 e la vicenda entra in una fase di stallo. Nel frattempo, però, il Comune continua a gestire i beni confiscati destinati all’emergenza abitativa all’interno dello stesso sistema delle politiche abitative.
«Adesso arrivano i dinieghi»
Il provvedimento, secondo quanto riferito dall’associazione, sarebbe stato motivato proprio dalla natura dell’immobile, perché la legge sulla sanatoria riguarda gli alloggi ERP, mentre quello occupato è un bene confiscato. «È una cosa che per noi non sta in piedi. Per anni ci hanno detto che questi beni vengono gestiti come ERP, e adesso a una famiglia viene detto che la sanatoria non può essere applicata perché quello è un bene confiscato. È una contraddizione che il Comune deve spiegare».
Nel frattempo, sostiene Pellicane, alcune famiglie stanno ricevendo intimazioni a lasciare gli immobili. «Ci sono famiglie che si sono viste dire che, se non lasciano immediatamente l’alloggio, rischiano una denuncia e sette anni di carcere – chiarisce il sindacalista -. Ma prima di arrivare a questo bisogna chiarire la posizione di queste persone e soprattutto bisogna rispondere alle domande di sanatoria che sono già state presentate».
Il caso dell’amico di Federico
Nella vicenda c’è poi anche il caso che ha alimentato ulteriori polemiche, quello di un occupante di un bene confiscato che aveva rapporti personali con Giuseppe Federico, presidente della II Circoscrizione. Questa posizione è l’unica di questo genere ad essere stata sanata. L’uomo era amico ed ex compagno di scuola di Federico, che ha precisato di non essere suo parente e di non avere potere sulla procedura amministrativa.
Il caso, però, ha sollevato interrogativi sulla trasparenza delle procedure e sull’eventuale uniformità di trattamento tra le famiglie. «Noi chiediamo semplicemente che le regole siano uguali per tutti. Se una famiglia ha i requisiti, deve poter essere valutata – riferisce ancora Tony Pellicane-. Se non li ha, deve ricevere un diniego motivato. Ma non può esserci chi aspetta anni senza sapere cosa succederà».
La richiesta all’Ars
La questione resta quindi aperta e adesso guarda anche all’Assemblea regionale siciliana. Pellicane racconta infatti che, durante la discussione sul bilancio, è stato approvato un emendamento che riapre i termini della sanatoria fissando al 31 dicembre 2026 il nuovo termine per la regolarizzazione delle occupazioni, e che l’associazione sta cercando di ottenere un’estensione esplicita della norma anche agli occupanti dei beni confiscati.
«Noi stiamo chiedendo, attraverso alcuni referenti che abbiamo all’Ars, di ampliare questo emendamento anche a chi occupa i beni confiscati. Ci sono circa 140 famiglie che hanno già presentato un’istanza e che ancora oggi non sanno se sono carne o pesce. Chiediamo semplicemente che venga chiarito se, in presenza dei requisiti previsti, anche queste persone possano accedere alla sanatoria».
Per Pellicane, dunque, la nuova scadenza rappresenterebbe un’ulteriore occasione per fare chiarezza su una vicenda che si trascina da anni: «Non chiediamo privilegi. Chiediamo che le regole siano uguali per tutti e che queste famiglie sappiano finalmente quale sarà il loro destino».
Sonia Sabatino