Il cambiamento che non fa rumore è quello che la storia fatica a registrare. C’è una categoria di disastri che non lascia esplosioni, né macerie immediate, né date da incidere sui libri. Le guerre lasciano macerie visibili, le epidemie lasciano i conti dei morti, le rivoluzioni lasciano i nomi sui libri. Ma esiste un’altra specie di trasformazione: quella che avviene nel silenzio assoluto, nel mezzo della vita ordinaria, mentre si fa la spesa o si aspetta l’autobus. Quando ci si volta a guardare indietro, si scopre che il paesaggio intorno è diventato irriconoscibile. Nessuno ha dato l’ordine. Nessuno ha firmato un decreto. È successo e basta.
Credo che stiamo attraversando uno di questi disastri silenziosi. E che il suo oggetto non siano le istituzioni, i mercati o i confini, ma qualcosa di più intimo e più antico: la struttura stessa dell’esperienza umana. Il modo in cui pensiamo, aspettiamo, ci annoiamo, ci concentriamo, stiamo soli con noi stessi. Quello che siamo quando non siamo nessuno.
La fine della noia
Nel Seicento, Pascal scriveva che la sventura degli uomini nasce dal non saper restare in quiete in una stanza. Era un’osservazione morale, quasi un rimprovero. Non poteva immaginare che tre secoli dopo avremmo costruito un dispositivo tascabile il cui effetto principale sarebbe stato quello di rendere quella quiete sempre più difficile.
Lo smartphone è diventato molto più di uno strumento: è, in qualche modo, la risposta industriale all’ansia descritta da Pascal. Non occorre più imparare a stare in quella stanza. Si può uscire. Sempre.
Eppure, la noia non era una sventura. Era il laboratorio segreto della mente: nei momenti vuoti nascevano le domande oblique, le connessioni impreviste, le invenzioni, la poesia. Siamo probabilmente la prima generazione a vivere con la possibilità concreta di riempire ogni istante di attenzione disponibile, senza lasciare quasi più spazio al vuoto.
L’incertezza che non sappiamo più abitare
Heidegger descriveva il Sì come la forma impersonale dell’esistenza: il dominio delle opinioni correnti, delle risposte già pronte, del chiacchiericcio che finisce per coprire l’angoscia dell’esistere. Un’esistenza autentica, per lui, richiedeva invece la capacità di sostenere quell’angoscia senza fuggire, di pronunciare un semplice «non lo so» senza che quella frase diventasse insopportabile.
Abbiamo invece costruito una civiltà nella quale quel «non lo so» sembra diventato superfluo. C’è sempre una risposta disponibile: giusta o sbagliata, verificata o inventata, poco importa. L’oracolo è in tasca.
E il paradosso è che questa abbondanza di risposte non ci ha resi necessariamente più informati, ma spesso più dogmatici. Perché chi non impara a sostare nell’incertezza difficilmente impara anche a dubitare.
La tolleranza per il non sapere era il terreno sul quale crescevano il pensiero scientifico, la filosofia e perfino la saggezza pratica. Quando la si smarrisce, si perde forse una delle qualità più profondamente umane: la capacità di meravigliarsi di ciò che ancora non si comprende.
Quando il conflitto diventa un prodotto
C’è poi una ferita più collettiva: la scomparsa del disaccordo produttivo.
Hannah Arendt aveva compreso che la politica nasce dalla pluralità: dal fatto che esistono punti di vista differenti e che la convivenza consiste nel confrontarsi tra esseri irriducibilmente diversi. Questo richiede che il disaccordo sia autentico, non performativo; che due persone possano trovarsi una di fronte all’altra in buona fede, cercando insieme una comprensione più profonda della realtà. È la tradizione della dialettica: non lo scontro fine a sé stesso, ma il confronto come costruzione.
Le piattaforme digitali, invece, hanno progressivamente premiato i contenuti capaci di suscitare indignazione più che riflessione. Gli algoritmi sono stati ottimizzati per massimizzare l’interazione, e l’interazione cresce più facilmente nello scontro che nell’ascolto. Così, due persone che si insultano producono più valore economico di due persone che discutono con rispetto.
Il risultato non è tanto che siamo diventati più ideologici per ragioni intellettuali. È che siamo diventati più aggressivi anche perché il modello economico dell’attenzione finisce per incentivare proprio quel comportamento.
La polarizzazione che osserviamo oggi non è soltanto il frutto di un’epoca di grandi passioni politiche. È anche il sottoprodotto di un preciso modello di business. Ed è forse questa la constatazione più amara.
La perdita di un tempo condiviso
Resta infine la questione della solitudine.
Proust scriveva che il vero paradiso è il paradiso perduto. Intendeva dire che l’esperienza vissuta acquista il suo significato più profondo nel lavoro della memoria, che la trasforma in senso. Ma ciò che sembra essersi incrinato in questi anni non è soltanto la capacità di ricordare. È la capacità di abitare un presente comune.
Per molto tempo guardare lo stesso film, ascoltare la stessa canzone o leggere le stesse notizie significava condividere un lessico dell’esperienza. Esisteva una grammatica comune che permetteva a persone sconosciute di riconoscersi.
Quella grammatica si è progressivamente frantumata. I feed personalizzati, lo streaming infinito e i contenuti costruiti su misura hanno atomizzato l’esperienza collettiva. Non abitiamo più esattamente lo stesso presente. E senza un tempo condiviso diventa sempre più difficile costruire qualcosa che assomigli davvero a una società.
Il momento di accorgersene
Nessuna di queste trasformazioni è stata il risultato di una singola decisione. Sono nate da derive, da scelte di progettazione apparentemente neutrali, da aggiustamenti tecnici che, accumulandosi nel tempo, hanno modificato la struttura stessa della nostra quotidianità.
Non c’è stato un momento preciso in cui dire no. Non esisteva un avversario chiaramente riconoscibile contro cui ribellarsi. E così siamo rimasti a guardare – anzi, a non guardare – mentre il terreno si spostava lentamente sotto i nostri piedi.
Nel Mito di Sisifo, Camus scriveva che esiste un solo problema filosofico veramente serio: stabilire se la vita valga o meno la pena di essere vissuta.
Non mi spingo fino a quella domanda.
Ma mi chiedo se valga la pena continuare a non accorgersi di ciò che sta cambiando. Se questo sonnambulismo collettivo con cui attraversiamo una delle trasformazioni più profonde della storia umana sia davvero il destino che vogliamo accettare.
Forse il cambiamento che non fa rumore è proprio questo: non la perdita improvvisa di qualcosa, ma l’abitudine progressiva a vivere senza più accorgerci di ciò che stiamo perdendo. Oppure se esista ancora il tempo – e soprattutto la volontà – di tornare a stare in quella stanza. In silenzio. Senza il telefono.
Avv. Stefano Giordano