Il cancro è un tumore maligno. Secondo l’Assessorato Regionale della Salute, Dipartimento per le attività sanitarie e Osservatorio Epidemiologico, nel 2020 (dati del 2023) il cancro risulta tra le principali cause di morte per malattia. Anche in Sicilia i numeri risultano essere in linea con la media nazionale per quanto riguarda il genere maschile. E poco sopra la media italiana per il genere femminile.
Siamo tutti d’accordo: al di là dei numeri, il cancro è una brutta bestia da affrontare.
Fortunatamente in Italia abbiamo professionisti, strutture e tecnologie all’avanguardia rispetto a molti altri Paesi. Anche in Sicilia non siamo così indietro come si potrebbe pensare. Curarsi nell’isola oggi è possibile, senza rinunciare ai migliori standard che la scienza offre. Prevedendo il supporto psicologico necessario ai pazienti siciliani. Parliamo però di una malattia che non colpisce solo il corpo, ma spesso anche lo spirito, la propria essenza, la propria energia. Ci si ritrova così a convivere con l’incertezza quotidiana e a ricostruire un nuovo equilibrio ogni singolo giorno.
È difficile e spaventoso pensare al futuro quando si ha il cancro. Lo è già in condizioni di salute normale. Ma quando si sta male diventa un esercizio di equilibrio precario.
Una lotta continua tra progetti e imprevisti, tra aspettative personali ed energie disponibili. Chi convive con questa malattia vive costantemente alla ricerca di un equilibrio che mantenga attiva la relazione con gli altri. Passaggio fondamentale e già spesso difficile in condizioni di buona salute. E in tutto questo… ci sono gli altri. I sani. Gli altrimenti detti “cancro free”.
Sono spesso loro a rimanere senza parole, con il cucchiaino sospeso a mezz’aria o il sorriso congelato quando qualcuno pronuncia la parola innominabile. Li vedi lì, spaesati.
Sono proprio gli altri, talvolta, la vera montagna da scalare per chi porta in sé la malattia. Nessuna storia altrui potrà mai vestire, consolare, rincuorare o far sentire un paziente veramente compreso. Nemmeno se paragonato ad una storia di vissuto simile. Il cancro, ma in generale la malattia, è qualcosa di veramente soggettivo. Ogni persona ha una sua struttura interiore, frutto delle esperienze vissute e della propria capacità unica di comprenderle. E di trarne insegnamento. Ogni individuo ha un suo trascorso. Citando Dante potremmo dire che “ogni anima ha il suo girone”.
Eppure, tutti pensano di avere sempre un buon consiglio da offrire. O si sentono in dovere di dispensarlo quando parlano con un malato di cancro.
Non è facile relazionarsi con chi porta addosso una parola come “cancro”. Parola che già nel suono incute timore. Dobbiamo capire quanto sia delicata la posizione di chi affronta una cena o una serata tra amici dopo aver rivelato di non essere più “cancro free”. Così come dobbiamo comprendere il disagio di chi non conoscendo la malattia si chiede come relazionarsi, come comportarsi E come superare il disagio del momento.
Proviamo qui a usare il paradosso per mostrare quanto spesso siamo impreparati a convivere con la fragilità, nostra ed altrui.
Smettiamo di preoccuparci di chi ha il cancro. Pensiamo per un momento a chi, dopo una lunga giornata di lavoro, o ancora peggio sul luogo di lavoro, si ritrova a dover affrontare un argomento doloroso e complesso. Senza potersi permettere di ammettere la propria impreparazione. Basta pensare all’imbarazzo del capo o dell’amico del cuore. Oppure della donna, o uomo, che ha scelto per un incontro avventuroso un partner. Che ad un certo punto tira fuori la propria malattia, mentre si conversa del più e del meno. Loro, i “cancro free” sono le innumerevoli vittime inconsapevoli di incontri ravvicinati con chi “cancro free” non lo è più.
Il dramma dell’imbarazzo coinvolge e falcidia una parte di popolazione probabilmente dieci o cento volte più ampia del numero dei malati di cancro. E di altre malattie dalla pronuncia singhiozzante. Come può un capo non dire qualcosa, o non assumere un ruolo di guida, verso un collaboratore che ha perso il requisito di “cancro free”? Cosa penseranno gli altri del suo silenzio? Ed ancora. Come farà il migliore amico a ritenersi tale se non saprà dire la parola giusta? Come potrà un nuovo partner, complice di una notte allegra, guardarsi allo specchio il giorno dopo sapendo di non aver indossato… i panni giusti?
Dobbiamo ammettere che uno dei veri nodi di questa malattia risiede nell’aspetto sociale. E miete molte più vittime d’inciampo degli stessi malati di cancro.
È nelle relazioni che i “cancro free” vivono i momenti più difficili, che siano esse fugaci, casuali o strutturate. Mentre, chi ha il cancro, dovrebbe potersi concentrare sugli aspetti gravi e concreti della cura, e non sugli inciampi imbarazzanti per tutti i coinvolti. Su cure che solo con i medici può realmente affrontare sul campo di battaglia lungo e irregolare di questa malattia. Tutto ciò che rimane al paziente dovrebbe essere spazio per leggerezza, relazioni umane serene e tanta normalità: tra le poche cose che questa malattia lascia ancora gestire, ma non senza opporsi con fermezza. Anche per i motivi che con ironia abbiamo trattato.
Una domanda rimane alla fine di questa ironica stortura giornalistica: e tutti gli altri, i “cancro free”? Cosa possono fare? Forse semplicemente applicare una vecchia e infallibile regola di civiltà: tacere, quando non si ha qualcosa di utile o rispettoso da dire.
Mauro Faso