Le case degli artisti: quando atelier e studi aprono le porte al pubblico

Nelle case o negli studi di un artista si osservare l’arte da una prospettiva completamente diversa. Prima ancora delle opere finite, sono i pennelli consumati, gli schizzi appuntati alle pareti, gli strumenti di lavoro e perfino il disordine creativo a raccontare il percorso che porta un’idea a diventare realtà. Negli ultimi anni cresce l’interesse verso atelier, case-museo e laboratori aperti ai visitatori, luoghi capaci di trasformare una semplice visita in un’esperienza autentica.

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La Sicilia custodisce numerosi esempi di questi spazi, dove il confine tra abitazione, laboratorio e museo diventa sempre più sottile. Non si tratta soltanto di conservare la memoria di grandi artisti, ma di permettere al pubblico di entrare in contatto con il processo creativo, comprendendo come un territorio possa influenzare profondamente la produzione artistica.

Uno degli esempi più significativi è la Fondazione Orestiadi di Gibellina, nata dalle macerie del terremoto del Belice e oggi punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea. Pur non essendo una casa d’artista in senso tradizionale, rappresenta uno spazio in cui atelier, installazioni e opere dialogano con il paesaggio e raccontano la straordinaria rinascita culturale della città.

Sempre nel Trapanese, il Museo Civico di Castelbuono conserva il ricordo della grande tradizione artistica siciliana attraverso mostre e residenze che spesso consentono ai visitatori di osservare da vicino il lavoro degli artisti contemporanei, trasformando il museo in un laboratorio aperto e dinamico.

A Palermo, invece, negli ultimi anni si è assistito alla valorizzazione di luoghi storici che permettono di entrare negli ambienti vissuti da importanti collezionisti e mecenati. È il caso di Villa Malfitano Whitaker, dove la dimora della famiglia Whitaker viene oggi aperta al pubblico con percorsi che consentono di attraversare non soltanto le sale monumentali ma anche gli spazi più intimi della casa, restituendo l’atmosfera culturale che animava uno dei salotti artistici più importanti della Sicilia tra Otto e Novecento. La recente iniziativa “In&Out” ha ulteriormente ampliato questa esperienza, includendo ambienti normalmente meno accessibili e il grande parco storico.

Accanto ai luoghi ormai riconosciuti dell’arte contemporanea siciliana, esiste una rete di atelier, laboratori e residenze artistiche che negli ultimi anni ha scelto di aprirsi sempre più spesso al pubblico. Non si tratta soltanto di visitare uno spazio espositivo, ma di assistere alla nascita di un’opera, osservare gli strumenti del mestiere e dialogare direttamente con chi l’arte la crea ogni giorno.

A Palermo, il quartiere della Kalsa rappresenta uno degli esempi più interessanti. Tra vicoli storici, palazzi nobiliari e antichi magazzini riconvertiti, numerosi artisti hanno scelto di stabilire i propri studi. In occasione di eventi culturali, mostre diffuse e giornate dedicate agli open studio, questi atelier diventano luoghi di incontro nei quali cittadini e visitatori possono conoscere da vicino il processo creativo. Un’esperienza che restituisce all’arte una dimensione quotidiana e partecipata, facendo del quartiere un vero laboratorio culturale a cielo aperto.

Anche Ortigia, il centro storico di Siracusa, negli ultimi anni ha visto crescere una vivace comunità di artisti, illustratori, incisori e ceramisti che hanno trasformato antiche botteghe e cortili in spazi di produzione artistica. Passeggiando tra le sue strade è sempre più frequente imbattersi in laboratori aperti, dove il pubblico può osservare le diverse fasi di realizzazione di un’opera e confrontarsi con gli autori. Un modello che contribuisce a rendere il turismo culturale più autentico e meno legato alla semplice fruizione monumentale.

Un’altra esperienza significativa arriva da San Mauro Castelverde, nel cuore delle Madonie, dove i progetti di residenza artistica hanno dimostrato come anche i piccoli borghi possano diventare luoghi di produzione culturale. Qui gli artisti vengono invitati a vivere il territorio, confrontarsi con la comunità locale e realizzare opere ispirate al paesaggio, alle tradizioni e alla memoria del luogo. Al termine del percorso, gli atelier temporanei vengono aperti ai cittadini, trasformando il processo creativo in un’occasione di dialogo e partecipazione collettiva.

A Catania, la vivace scena dell’arte contemporanea trova spazio anche negli atelier indipendenti e negli spazi gestiti dagli stessi artisti, che periodicamente aprono le porte in occasione di mostre, festival e iniziative dedicate al contemporaneo. Realtà come BOCS – Box of Contemporary Space, primo artist-run space della città, testimoniano come lo studio d’artista possa trasformarsi in un luogo di confronto con il pubblico, ospitando residenze, incontri e momenti di ricerca condivisa.

Accanto a questi, altri laboratori e spazi espositivi della città scelgono sempre più spesso la formula dell’open studio, permettendo ai visitatori di osservare il lavoro creativo nel momento in cui prende forma. Un’esperienza che restituisce all’arte una dimensione più intima e partecipata, ben diversa da quella di una tradizionale visita museale.

In questi casi il pubblico incontra direttamente gli artisti, osserva le opere ancora in lavorazione e partecipa a conversazioni che difficilmente potrebbero nascere all’interno di una galleria tradizionale.

Si registra anche un fenomeno che continua a crescere, quello delle residenze artistiche. Borghi come Ficarra, nei Nebrodi, ospitano periodicamente artisti chiamati a vivere e lavorare per alcune settimane a stretto contatto con la comunità. Durante queste esperienze gli atelier diventano temporaneamente visitabili e i cittadini possono assistere alla nascita delle opere, contribuendo spesso con racconti, memorie e testimonianze. È un modo diverso di intendere l’arte: non più soltanto esposizione finale, ma processo condiviso.

Per approfondire il valore educativo e culturale degli atelier d’artista abbiamo coinvolto Daniela Bigi, futura direttrice dal 1 Novembre 2026 dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, da anni impegnata nella formazione delle nuove generazioni di artisti e nella promozione del dialogo tra produzione artistica, territorio e comunità.

Negli ultimi anni cresce l’interesse del pubblico verso atelier e studi d’artista aperti alle visite. Perché, secondo lei, oggi si sente il bisogno di conoscere non solo l’opera finita, ma anche il luogo in cui prende forma?

«Credo che questo interesse vada a colmare la distanza che continua ad esserci tra l’arte contemporanea e il pubblico, il grande pubblico. A fronte di una certa incomprensibilità dell’opera, di una difficoltà di penetrazione dei suoi significati dell’opera stessa, frequentare lo studio dell’artista probabilmente può dare la sensazione di riuscire ad avvicinarsi a quell’enigma che, in qualche modo, l’opera rappresenta sempre.

Mi viene in mente che, se qualcuno si fosse presentato nello studio di Mondrian a Parigi negli anni Venti o Trenta, probabilmente avrebbe potuto comprendere meglio la ragione della sua astrazione. Lo studio parla spesso, non sempre, ma spesso parla dell’artista e quindi, in qualche modo, della sua opera».

Per uno studente di Belle Arti quanto è importante vivere uno spazio creativo come l’atelier? È ancora oggi il luogo privilegiato dove si costruisce l’identità di un artista?

«Per uno studente delle arti e, più in generale, per gli artisti, lo studio è ancora un luogo fondamentale, anche se non per tutti. Esistono ormai una serie di artisti che operano attraverso altri linguaggi, come l’arte partecipata o la dimensione dell’opera nello spazio pubblico. Spesso questi artisti dicono che il loro studio è il proprio computer e che qualsiasi parte del mondo può diventare uno spazio creativo.

Per la maggior parte degli artisti, però, siano essi giovani o già adulti e formati, lo studio rimane effettivamente il luogo in cui molto si fa. E nel fare si costruisce anche la propria identità. È il luogo della solitudine, ma nelle generazioni più recenti è diventato anche il luogo della condivisione del fare.

Ci sono moltissimi giovani che, per ragioni economiche ma anche per una necessità relazionale, condividono gli studi. C’è il piacere, ma anche forse la necessità, di condividere percorsi di pensiero, percorsi del fare, percorsi operativi e di processualità».

La Sicilia possiede un patrimonio straordinario di laboratori, botteghe e studi creativi. Cosa si potrebbe fare, secondo lei, per valorizzarli maggiormente e trasformarli in una risorsa stabile per il turismo culturale e per la crescita delle comunità locali?

«Credo che, innanzitutto, in una situazione come quella di Palermo andrebbero calmierati i prezzi degli affitti degli studi. Laddove non siano spazi di proprietà, si rischia nei prossimi anni che i giovani artisti, ma anche quelli più consolidati, non riescano più a sostenere i costi.

È quello che è avvenuto in grandi città come Roma o New York, dove gli artisti sono stati progressivamente espulsi dai centri storici, luoghi nei quali avevano iniziato a lavorare, e hanno dovuto spostarsi sempre più spesso verso le periferie, perché erano le uniche aree con affitti accessibili.

Questo rischio esiste anche a Palermo. Una politica che possa calmierare gli affitti degli studi degli artisti sarebbe quindi molto significativa.

Poi ci vorrebbe un percorso virtuoso: la possibilità che molti artisti meritevoli possano avere spazi pubblici, come avveniva agli inizi del Novecento in molti casi anche in Italia. Spazi concessi in comodato, assegnati gratuitamente o con piccoli affitti simbolici, per permettere agli artisti di lavorare il più a lungo possibile in luoghi dignitosi.

In questo modo, con ritmi corretti, perché l’overtourism rischia poi di sommergere anche questi luoghi, gli studi potrebbero tornare ad essere aperti al pubblico con cadenze precise e non eccessive, diventando nuovamente luoghi di incontro, scambio di idee, dibattito e condivisione, come sono stati nel corso del Novecento».

 

In futuro l’Accademia delle Belle Arti potrebbe diventare un vero e proprio hub creativo, capace di ospitare artisti provenienti da fuori ma anche artisti locali, rendendo partecipativa la creazione dell’opera e mostrando l’evoluzione di un artista nel tempo?

«Per noi è un piccolo sogno. Naturalmente il problema principale è lo spazio. Tra i nostri desideri c’è anche quello di andare incontro a questa esigenza, per quanto sarà possibile in termini quantitativi.

Nelle grandi accademie del mondo gli artisti che insegnano hanno spesso anche il proprio studio all’interno dell’istituzione, così come accade in alcune università. Questo per noi sarebbe un punto d’arrivo ed è un tema sul quale ragioniamo spesso.

Ci proveremo, anche se in termini quantitativi sarà sempre una porzione ridotta rispetto alla comunità artistica della città. Però è una direzione di lavoro che ci interessa particolarmente, soprattutto per i ragazzi, per gli studenti e per gli ex studenti, almeno in una certa fase del loro percorso.

La possibilità di avere studi all’interno dell’Accademia sarebbe assolutamente auspicabile. È una direzione che ci interessa molto».

Questo progetto potrebbe diventare più concreto con l’apertura della nuova sede dell’Accademia delle Belle Arti presso il Sacro Cuore?

«Probabilmente questo progetto potrebbe essere ancora più realizzabile nel momento in cui si aprirà, e speriamo presto, la sede dell’Accademia delle Belle Arti presso il Sacro Cuore.

Quella è una condizione nuova e importante, perché oggi non avremmo neanche un centimetro quadrato disponibile per poter realizzare un progetto di questo tipo. Già raccogliere tutte le attività nella nuova sede richiederà moltissimo spazio.

L’idea però ce l’abbiamo e ci piacerebbe, almeno in piccola parte, lavorare anche in questa direzione».

Visitare questi luoghi significa anche riscoprire un turismo più lento e consapevole. Non ci si limita a osservare un quadro appeso a una parete, ma si entra nel contesto in cui quell’opera è nata, si comprendono le influenze del paesaggio, della luce e della cultura siciliana che hanno alimentato l’immaginazione dell’artista.

In un’epoca dominata dalle immagini veloci dei social network, gli atelier aperti al pubblico rappresentano quasi una forma di resistenza culturale. Invitano a rallentare, a fare domande, ad ascoltare storie e a osservare i dettagli che normalmente sfuggono durante una visita tradizionale.

Dunque è questo il loro valore più grande delle case degli artisti: ricordarci che l’arte non nasce soltanto nei musei, ma soprattutto nei luoghi quotidiani dove un’idea prende forma, cresce tra prove ed errori e, giorno dopo giorno, diventa un’opera capace di raccontare un territorio. In Sicilia questi spazi continuano ad aprire le loro porte, offrendo ai visitatori non solo la possibilità di vedere l’arte, ma anche quella, molto più rara, di comprenderne il cuore pulsante.

Federica Dolce

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