Il cemento e il sangue: Palermo ricorda la strage dello stadio nell’ombra un’emergenza senza fine

Sotto le macerie e i tralicci accartocciati persero la vita cinque lavoratori: Antonino Cusimano, Serafino Tusa, Giovanni Carollo, Giuseppe Rosone e Gaetano Palmeri. Vite spezzate nel fiore degli anni, padri di famiglia e giovani lavoratori inghiottiti da un disastro edilizio derivato dalle gravissime carenze nelle misure di prevenzione e da ritmi di lavoro insostenibili, imposti dalla febbre dei grandi eventi

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Palermo si sveglia oggi nel ricordo di una ferita mai del tutto rimarginata. Trentasette anni fa, il 30 agosto 1989, il cantiere per la ristrutturazione dello stadio “La Favorita”, oggi intitolato a Renzo Barbera, si trasformò in un teatro di morte e tragedia. Erano i mesi concitati dei grandi cantieri per i Mondiali di calcio di Italia ’90, un’epoca di corse contro il tempo, grandi appalti, snellimenti procedurali e pressioni enormi per consegnare le infrastrutture nei tempi prestabiliti. Questa mattina, alle ore 9.30, dinanzi alla lapide commemorativa posta all’interno della struttura sportiva, sindacati, cittadini e familiari si riuniscono per deporre una corona di fiori ed esprimere un grido d’allarme che non accenna a spegnersi: la sicurezza nei luoghi di lavoro rimane un’emergenza costante, drammatica e colpevolmente sottovalutata.

La cronaca della tragedia del 30 agosto 1989

Era una calda mattina di fine agosto. Nelle strutture dello stadio palermitano le maestranze lavoravano alacremente alla costruzione della nuova copertura e all’innalzamento degli anelli dell’impianto. Alle ore 7.45, improvvisamente, un boato sordo squarciò il silenzio della zona viale del Fante. Un traliccio e una vasta porzione della struttura in ferro e calcestruzzo cedettero da un’altezza di oltre trenta metri, travolgendo gli operai impegnati nel posizionamento e nelle saldature.

Sotto le macerie e i tralicci accartocciati persero la vita cinque lavoratori: Antonino Cusimano, Serafino Tusa, Giovanni Carollo, Domenico Rosone e Gaetano Palmeri. Vite spezzate nel fiore degli anni, padri di famiglia e giovani lavoratori inghiottiti da un disastro edilizio derivato dalle gravissime carenze nelle misure di prevenzione e da ritmi di lavoro insostenibili, imposti dalla febbre dei grandi eventi.

Le inchieste che seguirono misero a nudo una catena di omissioni, perizie controverse e la sottovalutazione dei rischi strutturali nei ponteggi e nelle fasi di montaggio. Una tragedia annunciata, che per la città di Palermo divenne il simbolo di una corsa all’opera pubblica a discapito della tutela suprema della vita umana.

La memoria e la protesta: le voci del sindacato

palermo strage stadio lapideOggi la commemorazione all’interno dello stadio Renzo Barbera non rappresenta un mero esercizio retorico di memoria. Organizzata dalla Fillea Cgil e dalla Cgil di Palermo, la cerimonia si trasforma in una piattaforma di protesta e di denuncia sociale. I rappresentanti dei lavoratori sottolineano come, a distanza di trentasette anni dal disastro della Favorita, la mattanza nei cantieri e nelle fabbriche continui a consumarsi nell’indifferenza di gran parte delle istituzioni.

I segretari e i delegati del sindacato edili mettono in evidenza che il sangue versato nel 1989 non ha insegnato abbastanza. Il fenomeno delle morti sul lavoro a Palermo e in tutta la Sicilia continua a registrare cifre vertiginose e inaccettabili. A confermarlo sono i report e i dati aggiornati raccolti fino ai primi mesi del 2026: i numeri indicano che le vittime registrate nella sola provincia palermitana nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già eguagliato e superato il bilancio complessivo dell’intero anno precedente.

La tragica continuità di questo fenomeno è dimostrata anche da recenti disastri che hanno sconvolto il territorio cittadino, come il cedimento strutturale verificatosi lo scorso 10 aprile in via Filippo Marturano, in cui hanno perso la vita gli operai Daniluc Tiberi Mihai e Najahi Jaleleddine a causa del crollo di un braccio di gru durante le opere di ristrutturazione di un edificio. Eventi che dimostrano come le dinamiche dell’incidente edile ricalchino drammaticamente quelle di quasi quattro decenni fa.

Una filiera malata: la piaga degli appalti e del massimo ribasso

Emerge con chiarezza la radiografia di un sistema economico e produttivo che continua a privilegiare il profitto rispetto alla salvaguardia fisica dei lavoratori. Le denunce del sindacato si concentrano sulla struttura stessa del settore delle costruzioni, frammentato in una catena ininterrotta di subappalti a cascata, contratti pirata, gare aggiudicate con il criterio del massimo ribasso e controlli sul campo numericamente insufficienti per garantire l’applicazione corretta delle normative sull’uso dei DPI e sui dispositivi anticaduta.

Le organizzazioni dei lavoratori evidenziano come la pressione sui tempi di consegna delle opere, unita alla cronica mancanza di organico negli ispettorati del lavoro e nei servizi di prevenzione delle ASP locali, crei una zona grigia in cui la sicurezza viene percepita dalle imprese come un costo accessorio e non come un investimento imprescindibile ed etico. La precarietà contrattuale e il ricorso al lavoro sommerso accentuano il rischio: operai spesso poco formati o costretti a ritmi estenuanti si ritrovano a operare su ponteggi non a norma, in condizioni analogo-simili a quelle che nel 1989 causarono il cedimento fatale delle strutture della Favorita.

Le richieste: prevenzione, controlli e la patente a crediti

Nel giorno del trentasettesimo anniversario, il grido di dolore delle famiglie delle vittime si unisce alle richieste concrete formulate dalle forze sociali per arrestare la strage. Tra le priorità indicate figurano l’assunzione straordinaria di ispettori del lavoro sul territorio siciliano, l’introduzione di sanzioni penali più severe per i reati d’impresa legati alla violazione del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08), l’estromissione immediata dalle gare pubbliche per le aziende che non rispettano le norme di tutela e la piena attuazione ed estensione dei meccanismi di qualificazione delle imprese, come la patente a crediti per i cantieri edilizi.

La memoria di Antonino Cusimano, Serafino Tusa, Giovanni Carollo, Giuseppe Rosone e Gaetano Palmeri non può rimanere confinata a una targa di marmo all’interno dello stadio. Tragedie come quella del 30 agosto 1989 ricordano a istituzioni, politica e società civile che la dignità del lavoro e la protezione della vita umana non possono essere scambiate o sacrificate in nome delle scadenze di cantiere o delle esigenze dei grandi eventi. Senza un cambio di passo profondo nei controlli e nella cultura dell’impresa, ogni cerimonia rischia di trasformarsi nel mero conteggio di una dolorosa e ininterrotta lista di caduti.

Roberto Greco