Il 7 gennaio 2015 due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo e uccidono dodici persone. È l’inizio di una stagione di terrore che segnerà la Francia e l’Europa
Negli anni e mesi precedenti l’attentato si respirava in Francia un clima teso sul fronte dell’antiterrorismo e della laicità. Charlie Hebdo, settimanale satirico francese dal tono irriverente verso politica e religione, era spesso al centro di polemiche. Nel novembre 2011 la sua sede venne devastata da un incendio doloso con bottiglie molotov a causa di una copertina satirica sul Profeta Maometto. Nonostante grandi nomi dell’Islam moderato francese (come il Conseil français du culte musulman) avessero condannato le vignette del 2006 come offensive, i fratelli Kouachi – affiliati alla cellula yemenita di al-Qaeda – non avevano esitato a elogiarle, e l’ufficio della rivista era già stato oggetto di gravi minacce jihadiste. Nei mesi precedenti gennaio 2015 la Francia e altri Paesi europei avevano infatti innalzato il livello di allerta antiterrorismo per episodi legati allo Stato Islamico (ad es. attentati e tentativi in Canada e Algeria a fine 2014). Sul piano sociale e culturale si accendevano accese discussioni su immigrazione, integrazione e laicità: in questo contesto Charlie Hebdo rappresentava per molti il simbolo della difesa della libertà di espressione francese, mentre per altri costituisce una provocazione eccessiva.
I fatti
La mattina del 7 gennaio 2015, intorno alle 11:30, due uomini incappucciati armati di kalashnikov irruppero nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi, gridando “Allāhu Akbar”. Dopo aver costretto una disegnatrice a immettere il codice per l’ingresso, i terroristi aprirono il fuoco sui redattori riuniti in sala riunioni. L’attacco provocò dodici vittime sul colpo: tra esse il direttore Stéphane Charbonnier (Charb) e alcuni dei vignettisti più famosi (Cabu, Wolinski, Honoré, Tignous), oltre a un poliziotto francese (Ahmed Merabet) freddato mentre tentava di intervenire. Subito dopo aver ucciso Franck Brinsolaro – ufficiale di scorta del direttore – i due killer fuggirono a bordo di un’automobile abbandonata poco dopo nel XIX arrondissement.
Nei giorni successivi la polizia lanciò una caccia all’uomo. La notte stessa, altre violenze legate alla vicenda terrorista spinsero le autorità a innalzare ulteriormente lo stato d’allerta. Il 9 gennaio 2015 si consumò il secondo atto della vicenda: il terrorista Amedy Coulibaly, alleato dei fratelli Kouachi, assaltò un supermercato kosher Porte de Vincennes prendendo quattordici persone in ostaggio. L’assedio si concluse con lo scontro a fuoco: Coulibaly uccise quattro ostaggi e rimase a sua volta ucciso dalle forze di polizia. Complessivamente – aggiungendo all’azione di Parigi i caduti del supermercato kosher e il poliziotto Merabet – il bilancio finale fu di venti morti. Nei giorni immediatamente successivi Hollande proclamò il lutto nazionale e ordinò il dispiegamento di polizia e gendarmeria davanti a scuole, chiese e giornali.
Impatto sulla libertà di stampa e reazioni internazionali
L’attacco colpì al cuore l’Europa della libertà d’espressione. In Francia scattò un’ondata di solidarietà: già l’8 gennaio centinaia di migliaia di persone si radunarono in tutta la Francia, soprattutto a Parigi in Place de la République, inneggiando alla “libertà di stampa, alla Repubblica e alla democrazia”. Il motto «Je suis Charlie» si diffuse globalmente come simbolo di solidarietà nei confronti della vittima e di difesa del diritto di satira. Fra i capi di Stato e di governo di tutto il mondo si scatenò un coro di condanne unanime: Barack Obama offrì piena collaborazione all’inchiesta francese, Matteo Renzi disse che «oggi piange tutta l’Europa», Angela Merkel e Jean-Claude Juncker parlarono di un «atto barbaro che ci riguarda tutti», il Papa definì il massacro “orribile” e oltre ogni confine nazionale. Anche l’ONU – per voce dell’Alto Commissario per i diritti umani – condannò «totale e spietato» l’attacco, ribadendo che «la libertà di espressione e di opinione sono la pietra angolare di ogni società democratica» e che la violenza non potrà mai dividere le comunità.
In televisione e sui social la vicenda dominò l’agenda: in Francia e all’estero giornali e televisioni dedicarono pagine speciali, molte redazioni pubblicarono a loro volta vignette di solidarietà, mentre alcuni grandi quotidiani ripubblicarono (o mostrarono) le caricature di Maometto per riaffermare il diritto alla satira. Il giorno successivo, il presidente Hollande tornò a Parigi e tenne un discorso alla nazione parlando di “atto vile di terrorismo”; annunciò il rialzo immediato del livello di allerta antiterrorismo e assicurò che la risposta sarebbe stata l’«unità» della Repubblica. Parole simili furono espresse da Nicolas Sarkozy e da altri leader politici francesi, che promisero misure rigide contro i responsabili. Anche da parte della comunità musulmana francese si levò una reazione diffusa di condanna: l’Imam di Parigi definì l’atto «barbarico e criminale» mentre il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) lo respinse come un attacco alla democrazia e alla laicità. Globalmente, l’attentato scatenò un acceso dibattito pubblico su fin dove deve spingersi la satira senza violare la libertà di coscienza altrui. Molti difesero il diritto inalienabile alla provocazione artistica (come ricordò Marco Politi, per il quale la libertà di blasfemia resta «un aspetto supremo della libertà d’espressione»), mentre altri chiesero un esame di coscienza sui possibili effetti, ma la reazione internazionale rimase complessivamente unita sul riconoscere che un gesto così brutale non poteva fiaccare i valori repubblicani della Francia e dei paesi liberali.
Conseguenze legali e processi
Le indagini portarono rapidamente all’identificazione dei responsabili: i fratelli franco-algerini Saïd e Chérif Kouachi furono rintracciati nel loro rifugio a Dammartin-en-Goële e uccisi dalle forze speciali il 9 gennaio. Il terzo complice, Coulibaly, cadde a sua volta nell’assalto all’HyperCacher. Tuttavia, le indagini si espansero per individuare la rete di supporto logistica: ad esempio nel dicembre 2018 le autorità catturarono in Gibuti il jihadista Peter Cherif, sospettato di essere una delle “menti” che aveva messo in contatto i fratelli Kouachi con Al-Qaeda. Nel gennaio 2015 fu emesso mandato di cattura internazionale anche per Hayat Boumeddiene (sposa di Coulibaly) che nel frattempo era fuggita in Siria; Boumeddiene rimase latitante ma fu processata e condannata in contumacia a 30 anni di carcere.
Il processo principale si tenne a Parigi a fine 2020: dall’8 settembre si aprì davanti alla Corte d’Assise Straordinaria un maxi-processo con 14 imputati (tutti ritenuti complici logistici) e oltre 200 parti civili (familiari delle vittime e organizzazioni). Il 16 dicembre 2020 furono emesse le sentenze: i 14 imputati vennero condannati a pene variabili da 4 anni fino all’ergastolo. Il principale accusato presente, Ali Riza Polat (francese di origine turca), fu condannato all’ergastolo come «uomo di estrema pericolosità». Altre condanne significative videro Hayat Boumeddiene a 30 anni di reclusione (in assenza) e diversi imputati a pene intermedie per traffico di armi o sostegno logistico. In appello, nell’ottobre 2022 la Corte di Cassazione confermò l’ergastolo di Polat e lo aggravò con ulteriori 20 anni di carcere di massima sicurezza. Anche il secondo imputato più importante, Amar Ramdani, vide confermato in appello il carcere a 13 anni (di cui due terzi in massima sicurezza). Tutti i processi recenti hanno ribadito la gravità del reato di associazione a delinquere con finalità di terrorismo, ma hanno dovuto fare i conti con l’impossibilità di giudicare i due esecutori materiali, uccisi sul campo.
Prospettive attuali
L’attentato di Charlie Hebdo ha segnato una svolta nella coscienza collettiva francese. Nei mesi successivi a gennaio 2015 emersero nuovi episodi di terrorismo (dalla strage al Bataclan e agli stadi del novembre 2015 fino alla decapitazione dell’insegnante Samuel Paty nel 2020) che fecero parlare i media di una “nuova normalità” di emergenza continua. Il governo francese reagì ampliando le misure antiterrorismo: lo stato di emergenza, inizialmente decretato nel gennaio 2015, venne prorogato più volte fino al 2017, e successivamente molte misure vennero codificate in leggi ordinarie. Nel 2015-2017 fu approvata una nuova legge sull’intelligence che rafforzò notevolmente i poteri di sorveglianza delle autorità. Nel 2021 la Francia ha definitivamente varato la legge “consolidamento dei principi della Repubblica” (nota come legge sul «separatismo» islamico) che, secondo il governo, è destinata a contrastare i rigurgiti di radicalismo e a presidiare i valori laici (ad es. imponendo un “contratto repubblicano” alle associazioni religiose o limiti all’istruzione parentale). Questi provvedimenti hanno suscitato un acceso dibattito: da un lato le forze di governo e il centro-destra sostengono che servano a proteggere l’unità nazionale, dall’altro una parte dell’opposizione di sinistra li critica come eccessivamente “laicisti” e potenzialmente ostili alle libertà civili.
Dal punto di vista culturale, il messaggio della strage di Charlie Hebdo è rimasto vivo. Ogni anno la Francia celebra il 7 gennaio con cerimonie sobrie: il 10° anniversario del 2025 ha visto la sindaca di Parigi rendere omaggio alle vittime nei luoghi simbolo (la sede di rue Nicolas-Appert, Boulevard Richard Lenoir e l’HyperCacher) alla presenza del presidente Macron e di altri esponenti politici. A livello internazionale, anche la Commissione Europea ha voluto ricordare l’accaduto come esempio di difesa dei «valori della Francia e dell’Europa» – libertà di espressione, democrazia, pluralismo – sollecitando l’impegno contro il terrorismo.
Charlie Hebdo stesso ha ripreso a pubblicare regolarmente fin dal 25 febbraio 2015 sotto la guida del nuovo direttore Riss (Laurent Sourisseau). Come ha sottolineato lo stesso Riss nel decennale, «la voglia di ridere è un aspetto della natura umana» e «abbandonare la satira significa abbandonare una parte di umanità». Il settimanale ha mantenuto il suo ruolo satirico e polemico, pur con vendite e dibattito pubblico assai diversi rispetto agli anni precedenti: la copertina commemorativa per il 10º anniversario recita «INCREVABLE!» – «instancabile» – a testimoniare che “dieci anni dopo Charlie Hebdo è sempre lì”.
Roberto Greco