Il ciclone Harry non è stato un fulmine a ciel sereno. Non è stata una fatalità. Non è stato il “mare cattivo”. Il ciclone Harry, che ha devastato la costa ionica messinese e quella catanese, è stato la fotografia di una verità che da decenni fingiamo di non vedere: la fragilità del nostro litorale non nasce dall’evento estremo, ma da un modello di sviluppo costruito contro la natura e contro le leggi della fisica. Il dossier “Il ciclone Harry. Cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale ionico”, pubblicato da Legambiente Sicilia, non si limita a raccontare una mareggiata eccezionale. Mette sotto accusa un intero sistema di scelte urbanistiche, amministrative e culturali che hanno trasformato una costa resiliente in una trincea permanente.
Quando l’eccezionale diventa ordinario
Il Mediterraneo è un hotspot climatico. L’aumento delle temperature del mare e dell’atmosfera sta moltiplicando l’intensità e la frequenza degli eventi estremi. Ciò che fino a pochi anni fa definivamo “straordinario” oggi è “probabile”. E domani sarà ordinario. In questo scenario, continuare a pianificare come se fossimo negli anni ’70 è irresponsabile. Eppure, lungo la fascia ionica tra Giardini Naxos e Alì Terme, si è costruita una città lineare lunga 14 chilometri, larga in molti tratti poco più di 100 metri, appoggiata letteralmente sulla spiaggia. Dune spianate. Lungomari edificati sull’arenile. Piazzole, piste ciclabili, scivoli in cemento protesi verso la battigia. Strade trasformate in dighe improvvisate. Non è stato Harry a creare questa vulnerabilità. Harry l’ha solo smascherata.
Fermare il mare: un’illusione costosa
La reazione emotiva è sempre la stessa: “fermare il mare”. Barriere sommerse, scogliere, massi cementati, pennelli ortogonali. Difese rigide contro un sistema dinamico. Ma la fisica non si piega agli slogan. Le barriere non eliminano l’erosione: la spostano. Trattengono sabbia in un punto e la sottraggono a quello successivo. Nasce così l’effetto domino: si difende un tratto, si erode il vicino, si interviene ancora più a nord, si moltiplicano le opere, si moltiplicano i costi.
Il caso di Sant’Alessio Siculo è emblematico: circa 40 milioni di euro spesi in opere di difesa che non hanno impedito danni milionari già prima del ciclone. Non investimenti, ma manutenzione perpetua di un errore strutturale. Nel frattempo, la spiaggia, la vera risorsa economica del territorio, scompare.
Il paradosso economico e morale
Harry ha distrutto anche strutture private collocate in aree classificate a rischio molto elevato. Oggi si parla di ristori, di fondi straordinari, di miliardi per la ricostruzione. Ma la domanda è inevitabile: se un’attività insiste consapevolmente in una zona R4, è giusto che il danno venga coperto dalla collettività? Il profitto è privato, il rischio è pubblico. Questo squilibrio alimenta quella che il dossier definisce una “economia dei disastri”: un sistema in cui l’emergenza diventa occasione di spesa, e la spesa diventa giustificazione per nuove opere, che generano nuova vulnerabilità. È un circolo vizioso che impoverisce il territorio e deresponsabilizza le scelte.
Ricostruire o arretrare?
Dopo il ciclone Xynthia, nel 2010, la Francia demolì circa 1500 case in aree a rischio, indennizzando gli abitanti e avviando un arretramento strategico. Dopo Harry, in Sicilia, la parola d’ordine è stata “ricostruzione”.
Ma ricostruire dove? Nello stesso punto. E con quali opere? Con nuove difese. Quale sarà il risultato? Probabilmente lo stesso.
Arretrare costa. Ma anche non arretrare costa. E costa di più nel tempo. Perché ogni nuova mareggiata, in un contesto di riscaldamento globale, sarà più intensa. Ogni scogliera sarà un palliativo. Ogni ripascimento un rinvio. L’unica strategia razionale è quella più difficile politicamente: delocalizzare, arretrare, ripensare la viabilità costiera, restituire spazio alla dinamica naturale, smettere di occupare la fascia dei 150 metri come se fosse un diritto acquisito.
Il coraggio che manca
La pianificazione urbanistica in aree di interfaccia tra terra e mare dovrebbe oggi essere guidata da un principio semplice: prudenza estrema. E invece continuiamo a promettere sicurezza con il cemento. Il ciclone Harry non è stato solo un evento meteorologico. È stato uno spartiacque culturale. Ha tracciato, con la linea della distruzione, quella che potrebbe essere la nuova linea di arretramento strategico. Ignorare questo segnale significherebbe trasferire il conto alle generazioni future. Non solo in termini economici, ma in termini di paesaggio, identità, opportunità. La costa ionica non ha bisogno di nuove barriere. Ha bisogno di una nuova visione.
La vera domanda, oggi, non è come fermare il mare. È se abbiamo finalmente il coraggio di fermarci noi.
Roberto Greco