I fatti del 2025. La COP30 di Belém e la sfida geopolitica tra Amazzonia e fossili

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La 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP30), tenutasi a Belém, capitale dello Stato brasiliano del Pará, dal 10 al 21 novembre 2025, è stata fin dall’inizio un evento carico di significato simbolico. La scelta di ospitare la conferenza alle porte della Foresta Amazzonica ha rappresentato una chiara dichiarazione politica da parte del Brasile, con l’intento di focalizzare l’attenzione globale sul ruolo cruciale della natura e del bioma più vasto e minacciato del pianeta nel dibattito climatico. Il Presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha invitato esplicitamente i delegati a visitare la regione per “vedere cos’è l’Amazzonia”, per comprendere direttamente la sua natura, la sua gente e la sua cultura.

Questa mossa ha strategicamente messo la cultura indigena al centro del palcoscenico, con 400 leader indigeni che hanno preso parte ai tavoli politici formali e oltre 4.000 persone che hanno partecipato alla “COP dei popoli”, un evento parallelo che ha amplificato le voci delle comunità locali e dei custodi della foresta. Al contempo, la conferenza ha rappresentato per il Brasile l’opportunità di consolidare l’immagine di Belém come città ospite emergente per grandi eventi internazionali. L’organizzazione stessa ha richiesto un notevole sforzo logistico e di sicurezza, con un’operazione su larga scala che ha coinvolto più di 800 professionisti per garantire lo svolgimento dell’evento in un contesto ambientale complesso.

Tuttavia, la centralità simbolica di Belém è stata mitigata da un profondo contrasto fisico. Il vasto complesso negoziale, la cosiddetta Zona Azul, allestito all’interno del Parque da Cidade, è stato criticato per la sua marcata distanza dalla realtà amazzonica. Centinaia di stand e uffici con aria condizionata e luci artificiali hanno creato un ambiente asettico e distaccato, slegato dalle temperature tropicali e dall’urgenza del contesto forestale circostante. Questa dissonanza tra il simbolismo del luogo e l’ambiente dei negoziati ha suggerito una difficoltà strutturale nel tradurre l’urgenza ecologica in decisioni politiche concrete.

Logistica, accesso e disuguaglianze strutturali

Le sfide logistiche affrontate da Belém in vista della COP30 sono state tra gli elementi più critici della fase preparatoria. La capacità ricettiva della città amazzonica si è rivelata limitata, con poco più di 18.000 posti letto disponibili a fronte di una prevista affluenza di oltre 40.000 accreditati.

Per attenuare questa carenza infrastrutturale, le autorità locali e la presidenza brasiliana hanno dovuto predisporre soluzioni temporanee, tra cui l’impiego di navi alloggio nel porto e la negoziazione di accordi tariffari con le strutture esistenti. Nonostante questi sforzi, i costi di alloggio sono rimasti elevati e la disponibilità ridotta. Questo ha generato il rischio concreto che le “disuguaglianze di accesso” si riflettessero anche nel processo negoziale. In particolare, le delegazioni provenienti dai Paesi Meno Sviluppati (LDCs) e le organizzazioni della società civile hanno segnalato difficoltà nel garantire una presenza adeguata, in un contesto dove la negoziazione richiede la massima inclusività per essere equa.

L’inevitabile conseguenza strutturale di queste barriere logistiche e finanziarie è stata la potenziale diminuzione della partecipazione di quelle voci più vulnerabili e ambiziose. La ridotta presenza delle delegazioni dei SIDS (Small Island Developing States) o delle ONG più attive può aver involontariamente ridotto la pressione esercitata sui blocchi di paesi più reticenti ad assumere impegni vincolanti. La scelta del Brasile, sebbene motivata dalla volontà di mettere l’Amazzonia al centro, ha involontariamente evidenziato una tensione strutturale nel processo UNFCCC: la priorità data alla centralità simbolica rischia di minare il principio di inclusività necessario per raggiungere un consenso equo.

L’Agenda di Lula: la ricostruzione del consenso

La presidenza brasiliana ha impostato la COP30 come una “COP of Implementation” , focalizzando la propria agenda sul compito cruciale di tradurre gli accordi esistenti in azioni tangibili. L’obiettivo diplomatico principale era duplice: ricomporre la frammentazione del consenso multilaterale, che aveva rallentato i progressi nelle conferenze precedenti, e delineare una strategia finanziaria credibile e bilanciata, in grado di conciliare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate (CBDR) con le capacità finanziarie attuali dei Paesi in via di sviluppo più ricchi. In questo contesto, il Brasile ha anche rafforzato il suo ruolo annunciando l’adesione alla Global Initiative for Marine Seaweed.

Il Brasile si è assunto la responsabilità di offrire una base più solida per l’azione futura, riprendendo iniziative chiave lanciate a Dubai (COP28) ma rimaste in sospeso a Baku (COP29). Questa enfasi sull’attuazione rappresentava una manovra strategica per superare l’impasse sui nuovi, radicali impegni di mitigazione, notoriamente ostacolati dal veto di alcuni blocchi di paesi, concentrandosi invece su strumenti di cooperazione e sostegno.

Il pacchetto finale: Il “Global Mutirão”

Il risultato negoziale culminante della COP30 è stato il “Global Mutirão” (sforzi collettivi), il testo politico adottato al termine delle due settimane di negoziati. Definito come un testo di compromesso , il Mutirão ha cercato di consolidare questioni divisive come la finanza, le politiche commerciali e l’obiettivo di 1.5∘C , riaffermando con decisione l’Accordo di Parigi come stella polare per la cooperazione internazionale.

Il documento ha introdotto due meccanismi operativi fondamentali per accelerare l’implementazione, da gestire sotto la guida della Troika (COP29-COP31):

  • The Global Implementation Accelerator (GIA): Un’iniziativa collaborativa e volontaria destinata a fornire supporto tecnico e risorse ai Paesi per l’attuazione dei loro NDCs e Piani Nazionali di Adattamento (NAPs).
  • The Belém Mission to 1.5: Una piattaforma orientata all’azione, focalizzata sull’intensificazione dell’ambizione e della cooperazione su mitigazione, adattamento e investimenti, mirando specificamente a mantenere l’obiettivo di 1.5∘C “a portata”.

L’adozione di questi meccanismi ha consolidato la visione di Belém come una “COP of Implementation”. L’esito finale è stato presentato come una dimostrazione di “real delivery for real lives” , con risultati che hanno segnato un passo avanti per l’azione climatica basata sulla natura (nature-based climate action) e per l’allineamento della finanza internazionale agli obiettivi climatici.

La valutazione degli analisti e la traiettoria geopolitica

Gli analisti hanno riconosciuto nel Mutirão un risultato pragmatico, definendolo un compromesso necessario per fornire una prima risposta al divario di ambizione in un contesto geopolitico estremamente complesso. Tuttavia, l’enfasi sull’implementazione, pur essendo cruciale, ha anche permesso alla presidenza brasiliana di eludere l’impasse su nuovi impegni vincolanti e di mitigazione più ambiziosi. Il consenso è stato essenzialmente acquistato al prezzo di rinunciare alla massima ambizione formale all’interno del testo negoziale.

Questa strategia è un tentativo di far progredire l’azione climatica attraverso strumenti di cooperazione volontari e di sostegno (come il GIA e la Missione Belém) in un momento in cui il consenso universale sul phase-out vincolante è irraggiungibile. L’implicazione di questa manovra è che, sebbene si implementeranno piani esistenti, questi sono spesso insufficienti. Il rischio è che la COP abbia formalizzato l’implementazione di un status quo insufficiente, perpetuando il divario di emissioni, nonostante l’intenzione fosse di offrire una base più solida per le azioni future.

Il dibattito decisivo e il fallimento della roadmap

La questione del futuro dei combustibili fossili ha rappresentato il nodo geopolitico più controverso della COP30. Il Presidente Lula aveva personalmente sollecitato la creazione di roadmaps per “superare la dipendenza dai combustibili fossili” , innescando una forte spinta negoziale.

Una coalizione estesa di 86 paesi, che includeva l’Unione Europea (UE), l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS), e diverse nazioni produttrici di fossili come Colombia, Australia e Norvegia, ha sostenuto attivamente l’inserimento di una roadmap per la “transizione away” dai fossili nel testo finale. L’UE, in particolare, si è dimostrata una delle voci più decise in questa direzione.

Tuttavia, questa ambizione è stata bloccata da una “grande maggioranza” (circa 80 paesi), tra cui petrostati chiave come Arabia Saudita e Russia, e altri grandi Paesi in via di sviluppo, che hanno posto la roadmap come una “linea rossa”. Questi Paesi hanno mantenuto la posizione che la priorità debba essere la riduzione delle emissioni, indipendentemente dalla fonte energetica, una tesi che ha contribuito al fallimento del consenso. Nonostante l’ampio supporto, il testo finale del Mutirão è stato adottato senza fare alcun riferimento a una roadmap vincolante sui combustibili fossili. Il risultato formale si è limitato a ribadire la formula più debole, “transitioning away” (transizione da), stabilita alla COP28 di Dubai.

La strategia di bypass e la nuova governance climatica

Di fronte al fallimento nel raggiungere un consenso formale sul phase-out vincolante, la presidenza brasiliana ha optato per una soluzione di aggiramento. Il Presidente della COP30, André Corrêa do Lago, ha annunciato che le roadmaps sui fossili e sulla deforestazione sarebbero state sviluppate al di fuori del meccanismo formale di negoziazione delle Nazioni Unite.

Questa mossa segna una formalizzazione della frammentazione della governance climatica. Un gruppo di lavoro composto da 85 paesi volenterosi, con il sostegno della Colombia e dei Paesi Bassi per una conferenza globale nel 2026, lavorerà per costruire la prima tabella di marcia globale per l’eliminazione dei combustibili fossili. Questa strategia è una risposta diretta alla “tirannia del consenso” nell’UNFCCC, dove un singolo paese o un piccolo blocco può paralizzare l’ambizione globale. Sebbene l’UE abbia definito l’assenza di una roadmap vincolante nel testo formale una “opportunità mancata” , la creazione di coalizioni di volenterosi stabilisce un precedente: il multilateralismo formale gestisce ora i meccanismi finanziari, mentre la mitigazione ad alta ambizione si sposta verso club esterni con impegni volontari.

Valutazione scientifico-strategica del 1.5°C

La COP30 si è svolta con la costante e pressante consapevolezza dell’emergenza scientifica. Il Búzios scientific statement, rilasciato durante la conferenza, ha ribadito che il carbon budget per rimanere entro 1.5°C è “virtualmente esaurito”, equivalente a sole quattro anni di emissioni attuali. Gli scienziati hanno categoricamente definito il phase-out dei combustibili fossili come l'”unica opzione per scongiurare una crisi planetaria”.

Il testo del Mutirão ha affrontato questa realtà con un’ammissione senza precedenti: per la prima volta in un documento della COP, si è riconosciuto che un “overshoot” del target di 1.5∘C è probabile e che l’obiettivo è ora quello di limitarne l’estensione e la durata. Questo riconoscimento formale riflette l’accettazione, de facto, che la mitigazione non sta avvenendo al ritmo richiesto e che le attuali NDCs pongono il mondo su una traiettoria di riscaldamento pericolosa, stimata tra 2.6∘C e 2.9∘C entro il 2100.

L’implicazione di questa accettazione dell’overshoot è profonda: sposta implicitamente il dibattito sulla necessità di sviluppare e finanziare su vasta scala tecnologie di rimozione del carbonio (CDR) e rafforza l’importanza dell’adattamento per far fronte a temperature più elevate. La mancanza di un processo concreto e annuale per mantenere in vita l’obiettivo di 1.5∘C (come richiesto dall’UE) ha confermato che l’ambizione è stata sacrificata sull’altare del consenso geopolitico.

Il nuovo obiettivo collettivo quantificato (NCQG)

Un risultato negoziale centrale della COP30 è stata la finalizzazione della roadmap finanziaria che porterà all’operatività del New Collective Quantified Goal (NCQG). L’accordo ha stabilito la mobilitazione di almeno 1.3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 per l’azione climatica. Questo massiccio obiettivo finanziario include indicazioni su chi debba pagare, come tracciare i flussi e, soprattutto, come mobilitare il capitale privato.

L’NCQG è cruciale perché rimodella il principio di responsabilità finanziaria. Il framework è stato deliberatamente strutturato per essere aperto ai contributi volontari da parte dei Paesi in Via di Sviluppo Avanzati (LMDCs), come la Cina. In questo modo, i Paesi sviluppati hanno ottenuto un compromesso per diluire la responsabilità finanziaria esclusiva, riconoscendo che i flussi richiesti (il target di 1.3 trilioni) superano la capacità dei soli Paesi Annex II (Paesi storicamente sviluppati) di finanziare l’azione climatica globale. Questo riassetto finanziario è fondamentale per la sostenibilità a lungo termine dell’Accordo di Parigi.

Il finanziamento per l’adattamento e il ruolo dell’articolo 9

La finanza per l’adattamento, una priorità cruciale per i Paesi vulnerabili, ha visto l’impegno di triplicare la finanza destinata all’adattamento. L’Unione Europea, che nel 2024 è stato il più grande fornitore globale di finanza climatica con 31.7 miliardi di euro , ha spinto per integrare questo obiettivo sotto l’ombrello dell’NCQG.

Le discussioni sul Work Programme on Climate Finance, in particolare l’Articolo 9.1 che riguarda gli obblighi dei Paesi sviluppati, hanno portato a un compromesso che riflette la tensione geopolitica in atto. Il Mutirão ha contestualizzato il lavoro sull’Articolo 9.1 nell'”ambito dell’Articolo 9… nel suo complesso”. Questa formulazione, pur rispettando il mandato dell’Articolo 9.1, amplia lo scopo in modo da includere implicitamente i contributi finanziari dei Paesi in via di sviluppo con maggiori capacità. Questa mossa ha permesso ai Paesi sviluppati di bilanciare le ambiziose richieste finanziarie.

Inoltre, le negoziazioni sull’allineamento dei flussi finanziari globali (Articolo 2.1c del Paris Agreement) continueranno attraverso il nuovo “Veredas dialogue” fino al 2028. Questo prolungamento segnala la resistenza del sistema finanziario internazionale nell’integrare i rischi climatici in modo sistemico.

Avanzamento sul Global Goal on Adaptation (GGA)

L’obiettivo di rendere operativo il Global Goal on Adaptation (GGA) era una priorità centrale per la presidenza brasiliana. La COP30 ha compiuto progressi tecnici significativi in quest’area, adottando 59 dei circa 100 potenziali indicatori per il monitoraggio globale dell’adattamento. Questo set di indicatori è inteso a bilanciare il rigore scientifico con la fattibilità per le nazioni in via di sviluppo.

Tuttavia, l’accordo sugli indicatori è stato raggiunto con una clausola finanziaria cruciale: il testo stabilisce che gli indicatori “non creano nuovi obblighi o impegni finanziari”. Questa specifica è emersa dalle divisioni negoziali, in particolare con il Gruppo Africano, che ha espresso preoccupazione per il fatto che gli indicatori potessero essere “intrusivi” e imporre oneri di reporting non finanziati. L’accordo, pur permettendo al framework di avanzare, ha istituito una visione biennale “Belém-Addis vision” per il perfezionamento degli indicatori, riconoscendo che alcuni aspetti restano ambigui o bisognosi di revisione. La riluttanza a fornire finanziamenti vincolanti per il monitoraggio suggerisce che i Paesi sviluppati temono che un eccesso di rigore crei una linea diretta tra indicatori e richieste di risorse aggiuntive. Il Brasile intende, in questo senso, istituire una piattaforma globale per l’attuazione dell’adattamento, agendo come ponte tra il GGA e i Piani Nazionali di Adattamento (NAPs).

Loss and Damage Fund (FRLD): funzionamento e disparità

Il Fondo per le Perdite e i Danni (FRLD), istituito alla COP28, è passato formalmente dalla fase di progettazione a quella operativa. Durante la prima settimana della COP30, il Fondo ha lanciato la sua prima call for funding requests sotto le “Barbados implementation modalities”. L’obiettivo iniziale è distribuire 250 milioni in sovvenzioni nei sei mesi successivi, servendo come fase dimostrativa per accelerare il movimento di denaro.

Nonostante il passo avanti operativo, la conferenza ha messo in luce una profonda crisi di liquidità. I bisogni annuali stimati dei Paesi in via di sviluppo per far fronte a perdite e danni ammontano a 395 miliardi di dollari solo per il 2025. In netto contrasto, i Paesi sviluppati hanno versato solo 397 milioni dei 790 milioni promessi. I nuovi contributi annunciati alla COP30 sono stati esigui, con la Spagna che ha impegnato 20 milioni di euro e la Svizzera 1 milione di franchi svizzeri per la Santiago Network. Tali cifre sono state etichettate dalle ONG come “una goccia nell’oceano” rispetto ai bisogni reali.

La grave sotto-capitalizzazione del FRLD rappresenta una crisi di fiducia per le nazioni più vulnerabili, che necessitano di supporto rapido e accessibile. Sebbene il FRLD abbia iniziato a distribuire i fondi, il processo di accesso è gestito primariamente dalle autorità nazionali, con il rischio che le città e le regioni—che subiscono gli impatti in prima linea—rimangano senza una finestra di accesso dedicata per il supporto localizzato, ostacolando l’efficacia del meccanismo a livello comunitario. La lentezza dei versamenti dimostra che i Paesi sviluppati temono che una piena capitalizzazione del FRLD possa creare una responsabilità illimitata, bloccando di fatto un meccanismo essenziale per la giustizia climatica.

La finanza forestale ibrida: il Tropical Forest Forever Facility (TFFF)

Nonostante la mancanza di consenso su una roadmap formale sulla deforestazione, il Brasile ha ottenuto un risultato finanziario di rilievo con il lancio del Tropical Forest Forever Facility (TFFF). Questo maxi-fondo è concepito per pagare i Paesi per il mantenimento delle loro foreste tropicali.

Il TFFF adotta un innovativo modello di blended finance, mirando a raccogliere 25 miliardi di dollari di capitale iniziale (proveniente da sponsor pubblici e filantropici) per attrarre ulteriori 100 miliardi di dollari da investitori privati attraverso il mercato obbligazionario globale, raggiungendo un obiettivo totale di 125 miliardi di dollari. Al momento del lancio, il TFFF aveva già raccolto 6.6 miliardi di dollari, con impegni da Norvegia, Brasile, Portogallo, Francia, Paesi Bassi e Germania.

Questo meccanismo, sebbene lodato come un “nuovo inizio di collaborazione globale” , ha sollevato interrogativi critici. Gli esperti hanno espresso preoccupazione per la dipendenza del finanziamento per la conservazione da scommesse sui “prezzi delle azioni” e la necessità di chiarire i requisiti di accesso, inclusa la destinazione del 20% dei fondi ai popoli indigeni. L’impiego massiccio di capitale privato per la protezione forestale sposta la logica di conservazione da un bene comune a un modello di investimento, introducendo rischi di greenwashing finanziario e di potenziale frizione con le richieste di diritti delle comunità locali, le cui priorità spesso non coincidono con i requisiti di rendimento degli investitori globali.

Deforestazione, diritti degli indigeni e critiche

Il fallimento di inserire una roadmap vincolante per porre fine alla deforestazione nel testo formale del Mutirão, nonostante il sostegno di 92 paesi, ha rappresentato una significativa battuta d’arresto. Sebbene il documento finale abbia ribadito l’importanza di intensificare gli sforzi per la deforestazione zero entro il 2030, la volontà politica globale per impegni vincolanti è chiaramente mancata.

La massiccia mobilitazione dei popoli indigeni, che speravano in decisioni vincolanti data la vicinanza della conferenza all’Amazzonia , non ha prodotto risultati ambiziosi sui diritti delle comunità locali. Nonostante l’impegno di Lula per la deforestazione zero entro il 2030, gli scienziati hanno ammonito che per evitare l’Amazon Tipping Point sarà necessario non solo fermare la perdita, ma anche ripristinare almeno il 5% delle aree già degradate. La critica delle organizzazioni ambientaliste si è concentrata sul fatto che le violenze e le speculazioni contro i popoli della foresta continuano, indicando un divario tra le promesse ufficiali e l’azione concreta sui diritti umani e ambientali.

Giustizia sociale e inclusività

La COP30 ha fatto progressi significativi sul fronte della giustizia sociale e dell’inclusività. È stato adottato il Belém Gender Action Plan, che riafferma con forza la necessità di promuovere la parità di genere nell’azione climatica, riconoscendo che donne e ragazze sono spesso in prima linea negli impatti climatici e devono essere centrali nei processi decisionali.

Inoltre, per la prima volta in un testo della COP, è stata riconosciuta la necessità di affrontare la disinformazione climatica. Questa mossa è cruciale, in quanto impegna le parti a promuovere l’integrità delle informazioni, riconoscendo che la manipolazione del dibattito scientifico e politico mina direttamente la volontà e la capacità di implementare azioni climatiche efficaci.

Valutazione finale dell’ambiziosità

La COP30 di Belém si è conclusa come una conferenza di implementazione incompiuta. Se da un lato ha segnato passi avanti significativi sui meccanismi finanziari e sull’adattamento (GGA, NCQG) , dall’altro lato, la sua incapacità di tradurre il consenso della maggioranza dei Paesi in un impegno vincolante sul phase-out dei combustibili fossili ha portato il WWF a definirla “modesta per mancanza di volontà politica”. Il mondo è rimasto geopoliticamente spaccato, con un ampio blocco di Paesi, guidato dall’Europa, pronto per una transizione, contrapposto al blocco dei petrostati e dei grandi Paesi in via di sviluppo che continuano a opporsi a tempistiche vincolanti per l’abbandono del fossile.

Implicazioni geopolitiche e commerciali

Le crescenti frizioni tra politica climatica e commercio sono emerse chiaramente. Il G77 e la Cina hanno criticato le “misure unilaterali” (come le proposte di aggiustamento fiscale al confine legate al clima) che, a loro avviso, ostacolano lo sviluppo economico dei Paesi in via di sviluppo. Questo solleva il rischio che i tentativi ambiziosi di mitigazione da parte del Nord globale si traducano in nuove barriere commerciali.

In risposta a queste tensioni, il Mutirão ha richiesto un dialogo annuale sulla cooperazione e il commercio internazionale che si terrà a Bonn tra il 2026 e il 2028. Questo istituisce un nuovo spazio formale per gestire l’intersezione sempre più critica tra regolamentazione climatica e dinamiche commerciali globali.

La (lunga) strada verso la COP31

La principale implicazione della COP30 è la formalizzazione di una governance climatica frammentata. Il regime UNFCCC si concentrerà sull’implementazione dei meccanismi finanziari (NCQG e FRLD) e sulla trasparenza, mentre l’ambizione in materia di mitigazione sarà gestita attraverso “club di volenterosi” esterni al consenso universale.

La Belém Mission to 1.5 e il Global Implementation Accelerator, operando sotto la guida coordinata della Troika COP29-COP31, rappresenteranno il banco di prova per questa nuova era. I passi chiave per il prossimo ciclo negoziale sono:

  • Capitalizzazione Effettiva del FRLD: La trasformazione delle promesse di finanziamento in versamenti effettivi è l’azione più urgente per ricostruire la fiducia e garantire che il Fondo Perdite e Danni possa affrontare le necessità stimate nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.
  • Aumento dell’Ambizione negli NDCs 2035: Il GIA dovrà dimostrare la sua capacità di facilitare i Paesi a presentare NDCs 2035 che siano significativamente più ambiziosi e allineati con la traiettoria di 1.5∘C, come richiesto.
  • Convalida delle Roadmaps Esterne: L’efficacia delle roadmaps sui fossili e sulla deforestazione, pur essendo esterne al regime UN, dovrà essere dimostrata con risultati concreti per convalidare questa nuova modalità di governance e garantire che non sia un mero pretesto per eludere gli obblighi formali di mitigazione.

In conclusione, Belém ha segnato una svolta: il mondo ha smesso di fingere che il consenso universale possa risolvere i problemi più controversi della mitigazione. La sfida per la COP31 sarà garantire che la frammentazione in club di volenterosi non diluisca l’accountability e che i progressi sui meccanismi finanziari non vengano paralizzati dalla persistente crisi di liquidità del Fondo Perdite e Danni, che è vitale per le nazioni più vulnerabili.

Roberto Greco

 

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