Coste siciliane alla deriva: un modello di sviluppo fallimentare

Il ciclone Harry ha tracciato quella che il dossier definisce "la linea sulla sabbia". La scelta è tra continuare a costruire castelli di cemento destinati a cadere o accettare il rispetto delle leggi naturali e l'arretramento strategico

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Il mare siciliano è molto più di un elemento geografico: è linfa vitale che attraversa la storia dell’isola, modellandone l’identità culturale, sociale ed economica. Le spiagge rappresentano la fascia di transizione più fragile e preziosa tra terra e mare, un patrimonio naturale insostituibile che custodisce biodiversità, ecosistemi, memoria storica e qualità della vita. La loro integrità è presupposto essenziale non solo per la conservazione ambientale, ma anche per un turismo sostenibile capace di generare ricchezza senza consumare le risorse da cui dipende.

Eppure, come documenta il dossier di Legambiente Goletta Verde, le coste siciliane stanno arretrando sotto la pressione combinata di urbanizzazione selvaggia, opere rigide di difesa e cambiamenti climatici. Il degrado non è un processo naturale inevitabile, ma la conseguenza di scelte compiute nell’arco di decenni che hanno progressivamente alterato il funzionamento degli ecosistemi costieri.

Le radici del degrado: urbanizzazione e deregulation

La trasformazione della costa siciliana affonda le radici nella seconda metà del Novecento, quando la popolazione si è progressivamente concentrata lungo il litorale in seguito al declino dell’agricoltura e allo sviluppo del turismo balneare. Le pianure costiere sono state urbanizzate lungo le principali direttrici viarie, generando un modello insediativo lineare tra mare e rilievi, spesso in assenza di una pianificazione efficace.

Il caso più emblematico è la fascia ionica messinese, dove si è formata una conurbazione continua di oltre venti chilometri, compressa tra ferrovia, strada statale e mare. La densità reale della popolazione lungo la striscia effettivamente urbanizzata supera abbondantemente i 1.500-2.000 abitanti per chilometro quadrato, valori molto superiori alla media delle aree costiere italiane. Situazione analoga si riscontra sulla costa tirrenica dei Nebrodi, dove comuni come Capo d’Orlando presentano una densità abitativa di circa 900 abitanti per chilometro quadrato, più del doppio della media nazionale, con un patrimonio edilizio sovradimensionato in cui oltre il cinquanta per cento delle abitazioni risulta “vuoto” o destinato a seconde case.

Questo modello massimizza il valore immobiliare nel breve periodo, ma trasferisce sulla collettività i costi ambientali e infrastrutturali. La saturazione della fascia litoranea con edifici e infrastrutture a breve distanza dalla battigia provoca alterazione irreversibile del paesaggio, esposizione al rischio erosione, induzione della necessità di opere di difesa e inquinamento delle acque di balneazione.

Il fallimento della tutela normativa

A testimonianza della gravità della situazione, il dossier evidenzia il sistematico fallimento delle leggi di tutela. Già nel 1976, con un anticipo di quasi un decennio sulla celebre Legge Galasso, il Parlamento regionale siciliano aveva approvato la legge regionale 78/1976, che vietava nuove costruzioni entro la fascia dei primi 150 metri dalla linea di battigia. Una norma profondamente innovativa che, nei decenni successivi, è stata progressivamente svuotata di significato.

La legge regionale sul demanio del 2005 ha esteso le eccezioni alle aree portuali, mentre ulteriori circolari e prassi amministrative hanno ampliato le possibilità di insediamento in zona vincolata. Di fatto, è stata permessa l’elusione sistematica di una norma pensata per tutelare una risorsa ambientale strategica. Il cattivo esempio parte spesso dalle stesse istituzioni, che violano il vincolo dei 150 metri con opere pubbliche come piste ciclabili realizzate laddove il mare rivendica i suoi spazi, o con la ciclica e ostinata ricostruzione di lungomare e strade costiere che sfidano la dinamica costiera.

La Corte Costituzionale è intervenuta ripetutamente per sanzionare questa anarchia, dichiarando illegittime le norme regionali che permettevano deroghe alla tutela costiera. Nelle sue sentenze, la Consulta ha ribadito che la fascia di rispetto dei 150 metri è soggetta a un vincolo di inedificabilità assoluta che si applica rigorosamente sia alle aree pubbliche sia alle proprietà private, e che i Piani di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime svolgono una funzione essenziale di tutela ambientale e paesaggistica, garantendo tra l’altro la fruizione comune attraverso la destinazione di una quota di spiaggia libera pari al cinquanta per cento del litorale.

L’economia dei disastri

Il dossier introduce un concetto cruciale per comprendere la dinamica in atto: quello dell'”economia dei disastri”. Si tratta di un meccanismo perverso che si articola in cinque fasi che si alimentano a vicenda: il danno ambientale genera un’emergenza; l’emergenza giustifica interventi urgenti e derogatori; questi interventi ripropongono soluzioni standardizzate e ripetitive come opere rigide di difesa; nel medio periodo tali soluzioni contribuiscono a nuovi squilibri sedimentari; il ciclo si riattiva con nuovi danni e nuove emergenze.

Questo modello coinvolge una pluralità di attori istituzionali, tecnici ed economici, e tende a consolidarsi nel tempo perché garantisce continuità di interventi, finanziamenti e attività progettuali, anche in assenza di risultati risolutivi sul piano ambientale. I costi sono impressionanti: il dossier censisce oltre 72 milioni di euro di opere realizzate, ricostruite o in progetto sulla sola costa messinese, senza che alcuna causa dell’erosione sia stata rimossa.

A Sant’Alessio Siculo, una barriera sommersa costata 32 milioni di euro e consegnata all’inizio del 2024 ha subito danni strutturali gravissimi già durante due normali mareggiate precedenti al ciclone Harry, provocando parallelamente la perdita totale della spiaggia sull’intero litorale. A Santa Teresa di Riva, dopo che una mareggiata aveva distrutto 140 metri di lungomare, l’opera è stata ricostruita in pochi mesi spingendo scivoli in cemento e belvedere ancora più vicini alla battigia, in piena zona a rischio molto elevato. Per lo stesso comune è stato poi finanziato un progetto da 10 milioni di euro per quattordici pennelli e un massiccio ripascimento artificiale, mentre il confinante comune di Furci Siculo avvia un progetto preliminare da circa 20 milioni per barriere sommerse. Interventi speculari e totalmente contraddittori tra loro, destinati a trasferire il problema da un tratto di costa all’altro.

L’ideologia della guerra al mare

Il dossier compie un passo ulteriore, individuando nella retorica bellica una delle ragioni profonde del fallimento delle politiche costiere. Quando politici e funzionari pubblici descrivono il mare come un nemico da combattere, fanno leva su paure profonde e ancestrali. Evocano una narrazione di guerra: non arretrare, resistere, combattere fino all’ultimo. La scelta di rinunciare ad affrontare la complessità del problema e di ricercare soluzioni sostenibili e scientificamente fondate alimenta un falso dilemma: non intervenire, esponendosi agli effetti degli eventi meteorologici estremi, oppure accettare la costruzione di opere di difesa inutili e dannose.

Questa impostazione emerge chiaramente anche dalla comunicazione istituzionale dell’Ufficio del Commissario per il Dissesto Idrogeologico, che ricorre a un linguaggio dai toni enfatici e marcatamente bellici. L’enfasi è posta sui finanziamenti concessi e sulle opere da realizzare, mentre il mare viene rappresentato come un avversario da sconfiggere con nuove colate di cemento, anche quando ciò comporta la scomparsa delle spiagge. La spiaggia cessa così di essere riconosciuta come risorsa ambientale, paesaggistica ed economica, diventando un elemento sacrificabile purché si preservino infrastrutture e urbanizzazioni realizzate occupando impropriamente gli spazi di naturale evoluzione della costa.

Le conseguenze di questa ideologia sono sotto gli occhi di tutti. Le opere di difesa rigida, quando non inserite in una strategia complessiva di gestione della costa, producono effetti di trasferimento del problema: la protezione di un tratto di litorale avviene spesso a scapito dei tratti limitrofi, generando una redistribuzione dell’energia del moto ondoso e dei sedimenti. Ne deriva una progressiva artificializzazione del sistema costiero, che perde la sua capacità di adattamento naturale e richiede interventi sempre più frequenti e costosi.

La lezione del ciclone Harry

Il ciclone Harry del gennaio 2026 ha rappresentato un momento di verità. Come ha osservato il professor Giovanni Randazzo, docente di dinamica dei litorali presso l’Università di Messina, lungo le spiagge prive di opere di difesa rigida la spiaggia si è già ricostituita come prima, mentre dove c’erano barriere è sparita del tutto. Esemplare è il caso di Nizza di Sicilia, dove il lungomare è sufficientemente arretrato da lasciare spazio alla dissipazione delle onde: qui la spiaggia è tornata a essere come prima del ciclone.

Questa evidenza empirica dimostra che le soluzioni esistono e sono a portata di mano. Il dossier propone cinque misure concrete: la tutela effettiva e uniforme della fascia dei 150 metri dalla battigia; l’avvio di una politica di arretramento progressivo delle infrastrutture esposte; l’adozione di opere flessibili e reversibili dove la difesa è inevitabile; il ripensamento della viabilità costiera con sistemi arretrati e integrati con le direttrici dell’entroterra; il ripristino del trasporto naturale dei sedimenti compromesso dalle sistemazioni idrauliche e dalle infrastrutture.

La questione delle concessioni demaniali

Un capitolo a parte merita la gestione delle concessioni demaniali. I Piani di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime sono i grandi assenti della pianificazione locale: o non sono mai stati approvati, o giacciono dimenticati nei cassetti comunali. Questa deliberata paralisi amministrativa impedisce di porre un freno all’invadenza dei privati, ai quali è di fatto consentito di trasformare le spiagge libere in una distesa ininterrotta di strutture spesso illegittime o sovradimensionate, che non vengono rimosse nemmeno durante la stagione invernale.

La Corte Costituzionale ha più volte sanzionato questa situazione, dichiarando illegittima la proroga automatica delle concessioni e ribadendo che i Piani di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime svolgono una funzione essenziale non solo di regolamentazione della concorrenza, ma anche di tutela dell’ambiente e del paesaggio. Il quadro giurisprudenziale si è consolidato con le sentenze 108/2022, 147/2023, 109/2024 e 72/2025, che hanno progressivamente ricostruito un sistema di tutele fondato sul riconoscimento della spiaggia come bene comune.

La questione assume rilievo anche etico: il ciclone Harry ha distrutto le strutture fisse dei lidi situate in zone a rischio molto elevato. Mentre oggi si corre ai “ristori”, la domanda resta: se un imprenditore ignora coscientemente un rischio segnalato e decide di non rimuovere le strutture in inverno, perché la collettività dovrebbe risarcirlo? Il profitto è privato, ma i detriti e i costi dei ristori non possono essere pubblici.

La questione della depurazione

Lo stesso schema si ritrova nella gestione delle acque reflue urbane. L’Osservatorio permanente promosso da Legambiente monitora da anni il funzionamento degli impianti di depurazione dei comuni della fascia tirrenico-nebroidea, documentando criticità note da tempo. Molti impianti risultano sottodimensionati perché progettati negli anni Ottanta e Novanta per popolazioni molto inferiori a quelle attuali; adottano tecnologie ormai superate e, in numerosi casi, non completano l’intero ciclo depurativo. A queste carenze si aggiungono condotte sottomarine assenti o danneggiate, reti fognarie obsolete e spesso di tipo misto, nelle quali acque meteoriche e reflui civili confluiscono nello stesso sistema.

Il quadro è ulteriormente aggravato dagli scarichi abusivi di reflui industriali e agroalimentari, come acque di vegetazione dei frantoi, oli esausti o residui delle lavorazioni agrumicole e ittiche. Queste sostanze alterano il delicato equilibrio biologico dei depuratori, interrompendone il funzionamento e provocando danni ambientali, costi aggiuntivi e lunghi periodi di inattività.

Le criticità sono documentate dal “Rapporto sul sistema depurativo della Città Metropolitana di Messina” e trovano conferma nelle procedure di infrazione avviate dall’Unione europea. Da oltre un decennio l’Italia accumula ritardi che hanno già comportato pesanti condanne economiche. Eppure, mentre si continuano a destinare ingenti risorse alla costruzione di opere rigide di difesa della costa, spesso prive di efficacia e dannose per gli equilibri naturali, servizi essenziali come la depurazione continuano a soffrire di cronici ritardi.

Esempi virtuosi esistono, come il depuratore del Consorzio ECO 3 al servizio dei comuni di Piraino, Brolo e Sant’Angelo di Brolo, che dimostra come una gestione efficiente sia possibile quando la programmazione è corretta e la gestione è competente. È probabilmente da qui che dovrebbe ripartire una politica credibile per le coste siciliane: non dalla continua ricerca di nuove opere da inaugurare, ma dalla capacità di rendere efficienti le infrastrutture esistenti, di investire nella manutenzione ordinaria e di assumere come riferimento le conoscenze scientifiche.

Una speranza per il futuro

Il ciclone Harry ha tracciato quella che il dossier definisce “la linea sulla sabbia”. La scelta è tra continuare a costruire castelli di cemento destinati a cadere o accettare il rispetto delle leggi naturali e l’arretramento strategico. La lezione che amministratori locali e regionali non hanno ancora compreso è stata invece assimilata da alcuni cittadini e associazioni dei comuni ionici, che stanno riattivando processi di partecipazione attiva e di impegno sociale e ambientale.

Loro, insieme alle nuove generazioni come i giovani volontari impegnati nei progetti Tartawatchers di Capo d’Orlando, rappresentano un germoglio di speranza per un futuro desiderabile. Dimostrano che una coscienza ecologica alternativa esiste ed è vitale. Come conclude il dossier, abbiamo il dovere etico di non deluderli, smettendo di costruire castelli di cemento che il prossimo mare spazzerà via. Il futuro della costa siciliana non dipenderà dalla capacità di fermare il mare, ma dalla capacità di costruire un equilibrio nuovo tra società e ambiente, un equilibrio che richiede scelte coraggiose e una diversa idea di sviluppo.

Roberto Greco

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