La cultura popolare è ancora un atto politico? In Sicilia, più che altrove, la domanda resta aperta. Tradizioni, feste religiose, riti collettivi e folklore continuano a scandire il tempo delle comunità, ma il loro significato sembra oscillare tra resistenza culturale e consumo turistico.
In un’isola dove la storia è fatta di dominazioni, stratificazioni e resistenze silenziose, la cultura popolare ha sempre avuto una funzione politica, anche quando non dichiarata. Processioni, canti, feste patronali e riti agricoli non erano solo espressioni di fede o identità, ma veri e propri strumenti di coesione sociale e di autodeterminazione. Forse proprio per questo sono spesso riviste e modificate per divenire linguaggio politico.
In Sicilia la cultura popolare nasce dal basso. È un linguaggio collettivo che racconta il rapporto con la terra, con il potere e con il sacro. Le feste di paese, le devozioni, i riti legati al lavoro agricolo o alla pesca hanno storicamente rappresentato una forma di resistenza culturale, soprattutto nei momenti in cui l’identità siciliana veniva marginalizzata o folklorizzata dall’esterno.
Ancora oggi, in molti contesti locali, le tradizioni popolari mantengono una funzione politica implicita: affermano l’esistenza di una comunità, difendono un modo di vivere, contrastano l’omologazione culturale.
Tra gli esempi concreti in Sicilia di cultura popolare ricordiamo il Festino di Santa Rosalia, le processioni della Settimana Santa nell’entroterra siciliano e le altre tradizioni musicali popolari a Palermo.

In particolare il Festino di Santa Rosalia è uno degli esempi più evidenti di tensione tra devozione popolare e spettacolarizzazione. Qui la cultura popolare è (ancora) un atto politico. Nato come rito di protezione collettiva contro la peste, il Festino è stato per secoli un momento di affermazione identitaria e politica della città.
Oggi è un grande evento urbano, capace di attirare migliaia di visitatori, ma non privo di contraddizioni. Se da un lato continua a essere vissuto intensamente dai palermitani, dall’altro rischia di diventare un format replicabile, più attento all’immagine che al significato simbolico. La scelta dei temi, dei linguaggi artistici e della narrazione ufficiale diventa quindi un atto politico vero e proprio: chi decide cosa racconta Santa Rosalia e per chi?

Invece, nei piccoli centri dell’entroterra, da Prizzi a Enna, da Trapani ai paesi dei Nebrodi, le processioni della Settimana Santa resistono ancora come pratiche comunitarie, non addestrate. Qui il turismo è presente, ma non dominante.
I riti mantengono una dimensione di sacrificio, silenzio e appartenenza che li rende difficilmente “vendibili”. La loro forza politica sta proprio in questa resistenza: non adattarsi completamente alle logiche dell’evento, continuare a parlare un linguaggio che non è immediatamente traducibile per chi guarda da fuori.
Negli ultimi anni a Palermo si è assistito a una riscoperta critica della musica popolare siciliana, non come intrattenimento folkloristico, ma come strumento di narrazione sociale. Si pensi al lavoro sui canti di lavoro, alle nenie religiose, alle tradizioni orali dei quartieri storici.
In questo contesto, la musica popolare diventa un atto politico quando viene sottratta alla semplificazione turistica e restituita come memoria viva, spesso legata a temi come marginalità, migrazione, lavoro precario e diritto alla città.
Ma sempre più concreto è il rischio dello svuotamento turistico. Negli ultimi tempi il rapporto tra cultura popolare e turismo è diventato sempre più complesso. Feste religiose trasformate in eventi da calendario, riti ridotti a spettacolo, tradizioni adattate ai tempi dei social e delle brochure.
Il rischio è quello dello svuotamento simbolico: la cultura popolare perde il suo significato profondo e diventa un prodotto. In Sicilia questo processo è particolarmente evidente, soprattutto nei centri storici e nei borghi rilanciati come “autentici” ma spesso svuotati dei loro abitanti.
Quando una festa viene pensata più per il visitatore che per la comunità, smette di essere un atto politico e diventa intrattenimento.
Eppure, accanto a questa deriva, si sviluppa una forte resistenza culturale e una nuova e profonda consapevolezza. Si sviluppano esperienze che vanno in direzione opposta. Associazioni, comitati spontanei, giovani ricercatori e artisti stanno riscoprendo il valore politico della cultura popolare, non come nostalgia, ma come strumento critico.
Sergio Bonanzinga, Professore ordinario di Etnomusicologia dell’Università di Palermo, chiarisce alcuni punti importanti per comprendere in modo più esaustivo l’evolversi della cultura popolare siciliana.
Professore, secondo lei, la cultura popolare in Sicilia può essere ancora considerata oggi una forma di resistenza culturale oppure il rischio di svuotamento simbolico legato al turismo e alla spettacolarizzazione è ormai predominante?
«Qui partiamo da un errore di impostazione, cioè dall’idea che la cultura popolare sia di per sé contestativa. La cultura popolare non è mai stata contestativa: soprattutto la cultura contadina era una cultura conservativa, non una cultura di opposizione. Parlare di “resistenza culturale” in senso diretto è quindi fuorviante.
Certamente, alcuni modi di rappresentare il rapporto con il mondo, tipici della mentalità orale e del sistema produttivo preindustriale, quello basato sul lavoro manuale, sull’uso degli animali, su tecniche antiche di pesca e di agricoltura, hanno rappresentato una forma di resistenza, ma non voluta. Era una resistenza indotta, legata a una condizione di arretratezza economica e sociale che permetteva il perpetuarsi di credenze e consuetudini di lunghissima durata.
Queste pratiche non erano contestative di per sé. Semmai, è l’uso che se ne fa oggi che può assumere una valenza politica. Come ricordava Gramsci, la cultura tradizionale rappresenta un modo di concepire il mondo diverso da quello delle classi dominanti, ma non perché fosse una scelta: era una condizione. Mettere in evidenza questa diversità può diventare un atto politico, a patto di non cadere nella nostalgia, per denunciare condizioni di vita che erano durissime e profondamente ingiuste.
I contadini, gli zolfatari, i salinari, i pescatori vivevano in regimi di sfruttamento estremi, controllati da aristocratici e possidenti. Proprio per questo, le forme espressive – il canto, la narrazione, la danza – diventavano l’unica valvola di sfogo, l’unico modo per affermare simbolicamente la propria presenza nel mondo».
In che modo feste religiose, riti collettivi e tradizioni popolari continuano o smettono di essere atti politici all’interno delle comunità locali, in particolare a Palermo?
«Questa è una domanda molto centrata, perché le feste religiose hanno sempre avuto una valenza politica, soprattutto come luoghi di negoziazione tra gruppi sociali. Le feste sono lo specchio del tessuto sociale, sia nei contesti urbani sia in quelli paesani.
Pensiamo ai Misteri di Trapani: i gruppi statuari della Settimana Santa, di origine barocca, sono tradizionalmente gestiti dalle corporazioni di mestiere. Questo significa che la festa rappresenta concretamente l’organizzazione sociale della città. Ma lo stesso avviene altrove, dove lo spazio festivo diventa uno spazio “franco”, in cui le diverse componenti sociali possono ostentare la propria esistenza attraverso forme ritualizzate.
In alcune feste dell’agrigentino, come quelle delle cosiddette “rigattiate”, vere e proprie gare tra santi – di cui parlava anche Leonardo Sciascia – il confronto è esplicito: i simulacri vengono portati a ritmo serrato, in competizione fra loro, accompagnati dalla musica della banda. Anche a Palermo la dinamica è simile: ogni festa rappresenta una comunità, ma al suo interno emergono tensioni tra gruppi legati ai mestieri, ai ceti sociali, alle diverse posizioni economiche.
La festa diventa così uno strumento di contrattazione simbolica, un modo per risolvere conflitti senza ricorrere allo scontro fisico. Anche fenomeni controversi, come gli omaggi ai santi davanti alle abitazioni dei mafiosi, vanno letti tenendo conto della “fisiologia” rituale della processione, in cui l’offerta impone il saluto. Questo non giustifica nulla, ma spiega come, all’interno del rito, anche il malvivente recuperi temporaneamente una dignità simbolica come devoto. È un tema delicato, di cui diversi antropologi si sono specificamente occupati».
Il folclore musicale e le tradizioni orali siciliane nascono come espressioni spontanee delle comunità, ma oggi sono spesso contaminate da dinamiche politiche e istituzionali. È possibile conciliare questa inevitabile contaminazione con la tutela dell’autenticità e del valore culturale della musica di tradizione?
«Intanto va chiarito che il folklore musicale non è mai stato un’espressione spontanea. Canti, danze e narrazioni sono sempre il risultato di strutture formalizzate e altamente raffinate. Le performance non sono mai casuali: esistono specialisti – suonatori, cantori, narratori – che svolgono un ruolo preciso all’interno della comunità. Pensare al folklore come qualcosa di spontaneo è un’ingenuità.
L’uso politico del folklore è antico. Durante il fascismo, con l’Opera Nazionale Dopolavoro, nascono i gruppi folcloristici come strumento di propaganda. Questi gruppi non proponevano folklore autentico, ma una sua versione da palcoscenico, adattata a un pubblico borghese e cittadino. Questa pratica non si è mai interrotta: se i finanziamenti dati ai gruppi folkloristici fossero stati destinati alla ricerca etnomusicologica, oggi la Sicilia avrebbe il più grande archivio musicologico del mondo.
La politica ha invece preferito sostenere operazioni di spettacolarizzazione spesso falsificanti, perché portavano consenso. Oggi la situazione non è cambiata molto: la “sicilianità” è diventata un elemento di mercato estremamente vantaggioso. Cantare in siciliano non è più visto come un fatto marginale, ma è divenuto un marchio distintivo, spendibile nel mercato globale.
L’autenticità non si tutela per decreto: si tutela finché una tradizione è viva e svolge una funzione sociale. Il nostro compito è documentare ciò che ha ancora senso documentare, valorizzare gli archivi storici, distinguere chiaramente tra musica di tradizione orale e musica commerciale che utilizza elementi della tradizione. Sono due piani diversi. Alcune operazioni artistiche possono avere grande valore culturale, ma non vanno confuse con la musica di tradizione. Solo attraverso la documentazione, lo studio e la divulgazione critica possiamo pensare a un futuro per la musica tradizionale, non certo attraverso la falsificazione o l’uso meramente mercantile».
In Sicilia si moltiplicano le iniziative che rileggono feste e riti in chiave contemporanea, mettendo al centro il territorio, la memoria e il diritto a restare. Qui la cultura popolare torna a essere un atto politico perché parla di lavoro, spopolamento, marginalità, identità.
La cultura popolare oggi oscilla dunque tra memoria e futuro.
Allora la vera domanda non è se la cultura popolare sia ancora politica, ma chi la racconta e per chi. Se resterà patrimonio vivo delle comunità, potrà ancora essere uno spazio di resistenza culturale. Se diventerà solo una cartolina, perderà forza e senso.
In Sicilia il futuro delle tradizioni passa dalla capacità di tenere insieme memoria e presente, evitando sia l’imbalsamazione folcloristica sia la mercificazione totale.
(si ringrazia il Prof. Sergio Bonanzinga per aver fornito le fotografie)
Federica Dolce