La recente direttiva del Dipartimento di Stato americano, firmata dal Segretario Marco Rubio il 6 novembre 2025, segna un punto di non ritorno nella storia dell’immigrazione statunitense. D’ora in poi, i funzionari consolari sono chiamati a valutare se un richiedente visto soffra di obesità, diabete, malattie cardiovascolari, patologie neurologiche o disturbi mentali, stimando i costi sanitari che potrebbe comportare “per l’intera aspettativa di vita” del soggetto. Non più la verifica delle malattie trasmissibili, come da prassi consolidata, ma un calcolo attuariale sulla presunta onerosità biologica dell’aspirante americano.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in questa logica selettiva applicata all’essere umano. Una sorta di eugenetica economica, che misura il valore della persona non per ciò che può offrire, ma per il costo che potrebbe rappresentare. Il diabete colpisce circa il dieci per cento della popolazione mondiale; le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte sul pianeta. Escludere chi ne soffre significa, di fatto, chiudere le porte a una fetta significativa dell’umanità.
Eppure, non è sempre stato così. Nel gennaio 1989, Ronald Reagan si congedava dalla nazione con parole che oggi suonano come l’eco di un’epoca irrimediabilmente tramontata. Parlava dell’America come di una “shining city upon a hill”, una città luminosa sulla collina, costruita su rocce più solide degli oceani, brulicante di gente di ogni tipo che viveva in armonia e pace. E aggiungeva: “Se dovevano esserci mura, quelle mura avevano porte, e le porte erano aperte a chiunque avesse la volontà e il cuore di arrivarci.”
Nel suo ultimo discorso da Presidente, Reagan citò una lettera che aveva ricevuto: “Puoi andare a vivere in Francia, ma non puoi diventare francese. Puoi andare a vivere in Germania, in Turchia o in Giappone, ma non diventerai mai un tedesco, un turco o un giapponese. Ma chiunque, da ogni angolo della Terra, può venire a vivere in America e diventare americano.” Era questo il cuore pulsante dell’eccezionalismo americano: non una superiorità etnica o culturale, ma la capacità trasformativa di accogliere e integrare.
Ma Reagan, forse inconsapevolmente, stava descrivendo qualcosa di molto più antico. Quella capacità di assimilare lo straniero, di farlo proprio, di trasformarlo in cittadino, era stata il segreto della grandezza di Roma. I giuristi romani avevano elaborato lo “ius gentium”, il diritto delle genti, un corpus normativo applicabile a tutti i popoli, romani e stranieri, fondato sulla ragione naturale comune a ogni essere umano. Roma non temeva lo straniero: lo accoglieva nei suoi porti, lo integrava nelle sue legioni, lo elevava — se meritevole — fino al soglio imperiale. Traiano era spagnolo, Settimio Severo africano, Diocleziano dalmata. L’Impero non chiedeva ai suoi aspiranti cittadini il certificato medico, ma la volontà di abbracciare le sue leggi e i suoi valori.
Quella Roma universale, quell’America reaganiana, sembrano oggi reliquie di un passato incomprensibile. L’Occidente si è ripiegato su se stesso, impaurito, calcolatore, incapace di guardare oltre il proprio ombelico. Dove c’era apertura, ora c’è diffidenza. Dove c’era lo ius gentium, ora c’è il controllo glicemico alla frontiera. È il segno di una civiltà stanca, che ha smesso di credere in se stessa e nella propria capacità di integrare e trasformare. Una civiltà che, non sapendo più cosa offrire, si limita a calcolare quanto potrebbe costare chi bussa alla porta.
E mentre l’Occidente erige nuovi muri, questa volta invisibili ma non meno impenetrabili, è lecito chiedersi se il baricentro dell’umanità non si stia spostando altrove.
La cultura orientale, che pure Reagan citava come esempio di società chiuse all’assimilazione, offre paradossalmente insegnamenti di segno opposto. Confucio, nei Dialoghi, apriva la sua riflessione con una domanda retorica: “有朋自远方来,不亦乐乎?” — “Non è forse una gioia quando amici vengono da lontano?”. Questa frase, tra le più celebri della filosofia cinese, non distingue tra amico e straniero: chi viene da lontano porta con sé ricchezza, prospettive, occasione di apprendimento reciproco.
Il Giappone, spesso percepito come società ermetica, ha elaborato il concetto di “omotenashi”, un’ospitalità che trascende il semplice servizio per diventare filosofia di vita. L’etimologia stessa del termine rivela la sua profondità: “omote” significa volto pubblico, l’immagine che si presenta agli altri; “nashi” significa nulla. L’omotenashi è dunque un’accoglienza senza maschere, senza secondi fini, senza aspettativa di ricompensa. Ogni gesto, anche il più piccolo, è compiuto con sincerità assoluta per far sentire l’ospite valorizzato e rispettato. È il principio dell’“ichigo ichie” — un incontro, una vita — che insegna a trattare ogni incontro come unico e irripetibile, degno della massima cura.
Ma è forse il “wabi-sabi” a offrire il contrappunto più eloquente alla nuova filosofia americana. Questa estetica giapponese, radicata nel buddhismo zen, celebra la bellezza dell’imperfezione, dell’impermanenza, dell’incompletezza. Una ciotola con una crepa non è da scartare: quella crepa è parte della sua storia, della sua unicità, della sua bellezza. Il wabi-sabi insegna che nulla è perfetto, nulla è permanente, nulla è completo — e che proprio in questa imperfezione risiede l’autenticità della vita.
Mentre Washington seleziona gli esseri umani in base al loro indice di massa corporea e ai loro livelli glicemici, Kyoto tramanda da secoli la saggezza opposta: l’imperfezione non è un difetto da escludere, ma una qualità da accogliere. L’America cerca immigrati perfetti; il Giappone ha fatto dell’accettazione dell’imperfezione il fondamento della propria civiltà.
Reagan concludeva il suo discorso chiedendosi: “Come sta la città?”.
Oggi quella città ha spento le luci e messo i buttafuori a controllare la glicemia. Non è più la shining city. È una gated community per sani e abbienti.
Stefano Giordano