Il nuovo rapporto UNICEF, uscito qualche giorno fa, stima che 1 bambino su 4 nel mondo, circa 610 milioni, vive con madri che hanno subito violenza da parte del partner. La prevalenza è più alta in Oceania (oltre il 50% ossia 3 milioni di bambini) e in Africa subsahariana (32%, circa 187 milioni), seguite da Asia centrale e meridionale (29%, quasi 201 milioni). Anche Nord Africa/Medio Oriente (26%, 52 milioni), Asia orientale/sudorientale (21%, 105 milioni) e America Latina/Caraibi (19%, 35 milioni) registrano valori elevati, mentre in Europa/Nord America è al 13% (28 milioni). Questi dati riflettono le disuguaglianze globali nella violenza contro le donne. Analogamente, uno studio ONU precedentemente evidenziava che ogni anno 133–275 milioni di bambini assiste a episodi di violenza domestica nella propria famiglia. A livello italiano, Save the Children (2018) stima che 427.000 minori in 5 anni abbiano vissuto violenza in famiglia assistendo ai maltrattamenti delle loro madri. L’ISTAT segnala inoltre che circa 6,4 milioni di donne italiane (31,9% tra 16-75 anni) hanno subito violenze fisiche o sessuali nella vita, il che sottende un’ampia popolazione di potenziali testimoni minorenni. Nel 2023 in Italia oltre 113.000 minori sono stati presi in carico dai servizi sociali per maltrattamenti; tra questi, il 34% aveva assistito a episodi di violenza in famiglia. In Italia sono attivi 868 centri antiviolenza e case rifugio, risorsa cruciale per donne e minori vittime.
Impatti psicologici e sociali sui bambini
Numerosi studi documentano effetti profondi e duraturi sui bambini esposti. Il rapporto UNICEF rileva che la violenza in famiglia «danneggia significativamente il senso di sicurezza, la salute e l’apprendimento» dei figli. I bambini che assistono alla violenza coniugale sono molto più esposti al rischio di subire a loro volta abusi e di riprodurre modelli violenti in età adulta. In particolare Save the Children osserva che per un bambino assistere a violenza sulla madre equivale a subirla direttamente: si riscontrano “ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo, perdita di autostima, ansia, sensi di colpa e depressione, incapacità di socializzare con i coetanei”. Anche l’Autorità Garante segnala nel 2023 che crescere in un contesto violento causa disturbi del sonno, ansia, comportamenti aggressivi o “adultizzati”, e aumenta il rischio che la violenza venga interiorizzata come modello relazionale accettabile. Nei casi estremi (orfani di femminicidio) si parla di “sindrome da lutto traumatico infantile” con gravi disturbi psicologici (ansia, colpa, apatia, isolamento) e difficoltà scolastiche. Il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento sottolinea che la violenza contro le madri mette a rischio la salute fisica e psichica sia delle donne sia dei bambini, può essere trasmessa alle generazioni successive e accresce il pericolo di violenza diretta sui figli. In sintesi, l’esposizione alla violenza domestica produce nei minori conseguenze gravi e trasversali, dall’insorgenza di ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico all’isolamento sociale e al declino scolastico, spesso sottostimate dalla società.
Politiche e raccomandazioni UNICEF
L’UNICEF invita Governi e partner a implementare strategie congiunte per combattere la violenza sulle donne e sui bambini. Le raccomandazioni chiave includono: coordinare e ampliare interventi integrati di prevenzione che riducano sia la violenza di genere sia quella sui minori (ad es. sostenendo organizzazioni guidate da donne e ragazze); potenziare servizi centrati sulle vittime (accompagnamento legale, psicologico, rifugio) in modo che donne e bambini possano accedervi in sicurezza; investire in programmi di prevenzione (formazione dei genitori, interventi educativi nelle scuole su parità di genere e non violenza); e sfidare le norme sociali nocive alla base delle disuguaglianze, dando voce alle sopravvissute e ai giovani. In Italia, analoghe linee guida sono rilanciate nel supporto agli spazi sicuri: ad esempio UNICEF Italia finanzia il network dei Women and Girls Safe Spaces, centri dedicati all’accoglienza e all’empowerment femminile, come il centro PENC di Palermo dove bambine e ragazze svolgono laboratori educativi in un ambiente protetto. Complessivamente, l’approccio UNICEF enfatizza la protezione multisettoriale (giuridica, sanitaria, educativa) e l’empowerment delle vittime.
Confronto con altri rapporti internazionali
I risultati del nuovo rapporto si inseriscono in un quadro già descritto da studi globali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’ONU stimano che circa 1 donna su 3 a livello mondiale ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita e oltre 1 donna su 10 (15+) subisce violenza da partner ogni anno. Il “Rapporto ONU sulla violenza contro i bambini” evidenzia che ogni anno nel mondo 133–275 milioni di minori assistono a violenze domestiche in famiglia. Un rapporto UNICEF del 2014 (“Hidden in Plain Sight”) già censiva centinaia di milioni di bambini vittime di abusi globalmente. Le nuove cifre confermano pertanto che l’esposizione dei minori alla violenza domestica è pervasiva e riflette gli stessi pattern geopolitici noti (ad es. prevalenza elevata nelle aree in via di sviluppo). Rispetto a studi precedenti, il focus UNICEF innovativo è l’analisi regionale: per la prima volta si quantifica dove l’esposizione è più diffusa. In confronto a indagini italiane sulle violenze assistite, i dati globali offrono un’ottica più ampia; tuttavia, tutti gli studi concordano nel sottolineare la sottovalutazione del fenomeno. Anche organizzazioni come Save the Children avevano rilevato precedentemente impatti psicologici drammatici sui testimoni minorenni. In generale, i nuovi dati internazionale si allineano alle raccomandazioni consolidate: criminalizzare e prevenire la violenza di genere, garantire sostegno alle vittime, e includere i minori come gruppo vulnerabile da proteggere nei sistemi giuridici nazionali.
Situazione in Italia e in Sicilia
In Italia il problema interessa migliaia di minori. Oltre ai dati nazionali già citati, un rapporto del Garante infanzia segnala che 34% dei minorenni presi in carico dai servizi sociali nel 2023 aveva assistito a violenza familiare. Le regioni con più casi segnalati che coinvolgono minori sono state Lombardia, Campania, Sicilia e Lazio. Nelle strutture per vittime di violenza, dal 2023 al 2025 in Sicilia sono stati attivati progetti rilevanti: ad esempio a Palermo i centri antiviolenza “Le Onde” e “Lia Pipitone” hanno seguito centinaia di donne (Le Onde ha accolto 427 donne nel 2024 e già 374 nei primi 10 mesi del 2025, con 286 percorsi di uscita dalla violenza). Parallelamente, l’Assessorato regionale ha stanziato oltre 1,4 milioni di euro (Fondo Pari Opportunità) per progetti di accoglienza, formazione e inserimento lavorativo rivolti alle vittime di violenza domestica, in particolare donne sole con figli. Queste iniziative si affiancano alla rete nazionale: in Sicilia sono attivi numerosi centri antiviolenza e case rifugio (ad esempio la cooperativa Millecolori gestisce il CAV Lia Pipitone e la Casa Rifugio “Casa Lia”, con percorsi di sostegno psicologico e legale). Sul fronte educativo, alcune scuole e associazioni locali organizzano percorsi di sensibilizzazione sui temi del rispetto e della gestione dei conflitti. Tuttavia, permangono criticità: mancano dati ufficiali aggiornati sul fenomeno in Sicilia e l’adeguamento ai requisiti formali (legge 2017) ha creato confusione tra le realtà del terzo settore. Sul piano della protezione, UNICEF Italia collabora in Sicilia con programmi di prevenzione multiculturale (ad es. Safe Spaces per migranti a Palermo) e promuove l’empowerment delle ragazze attraverso laboratori e supporto psicologico. In sintesi, l’Italia, e la Sicilia in particolare, stanno rafforzando i servizi per vittime di violenza e minori esposti, ma il riconoscimento del problema rimane parziale. Per un’azione efficace si sollecita un monitoraggio più sistematico (ad es. studi ISTAT mirati sui minori), l’estensione di sportelli di aiuto nei territori e protocolli dedicati (es. in ambito scolastico e sanitario) per far emergere i casi di “violenza assistita” e sostenere tempestivamente le famiglie coinvolte.
Roberto Greco