La Cattedrale è gremita, l’appuntamento altisonante: un libro per raccontare i dieci anni a Palermo del suo arcivescovo, monsignor Corrado Lorefice. Ma la presentazione, che richiama centinaia di presenti fra chierici e laici, è soprattutto l’occasione per fare il punto sulla storia recente della città, vista con gli occhi di un pastore che arriva da Ispica.
Il volume si intitola “Nel segno della speranza” e la dice lunga su un decennio che Lorefice ha condotto con lo sguardo rivolto al presente e al futuro.
Un presente fatto di mille emergenze sociali, dal lavoro alla droga e alla criminalità, ma col cuore proiettato a un domani non rassegnato e mai disperato.
L’arcivescovo lo ha scritto a quattro mani con il giornalista Nuccio Vara, per le edizioni “Zolfo”, e rappresenta un bilancio di questo primo scorcio di strada che Lorefice ha fatto prendendo per mano una Chiesa segnata dai luminosi esempi di don Pino Puglisi e di Biagio Conte ma anche da qualche caduta.
Un’emozione mal celata
Al tavolo dei relatori si alternano il priore della comunità monastica di Bose Sabino Chialà, la docente di filosofia del diritto Alessandra Sciurba, i giornalisti Vara e Luigi Perollo, moderatore e direttore dell’ufficio comunicazioni sociali dell’arcidiocesi. Lorefice ascolta, poi prende la parola solo alla fine ma i suoi occhi tradiscono un’emozione che fa capolino a più riprese.
«Il dono più grande è il Vangelo – dice l’arcivescovo -. Dobbiamo guardare alla città con le sue ferite, le gioie e le speranze, dando l’opportunità di uno sguardo in avanti, da qui il titolo del libro. Bisogna anche riappropriarsi del significato più alto della politica che appartiene a tutti, chi si assume l’onere di governare deve farlo servendo, distaccato da interessi personali».
Un parroco divenuto vescovo
La nomina di Lorefice, nel 2015, arriva come un fulmine a ciel sereno: dopo il cardinale Paolo Romeo, diplomatico di lungo corso, un parroco-docente preso da Modica, dall’altro lato della Sicilia.
Scelta che si inserisce perfettamente nel nuovo corso voluto da Papa Francesco, tanto a Palermo quanto a Bologna, dove sale in cattedra Matteo Zuppi. Due pastori “con l’odore delle pecore”, come amava ripetere Bergoglio, due vescovi chiamati a stare in mezzo alla gente.
Una missione che Lorefice negli anni interpreta alla lettera, senza mai risparmiarsi in un’arcidiocesi pur grande e complessa come quella palermitana. Il caso dell’opera pia Ruffini, poi quello dell’ausiliare mancato Giovanni Salonia, infine lo scomunicato Alessandro Minutella, parroco ribelle di corso dei Mille.
Vangelo e Costituzione
Un decennio di gioie e dolori, segnato dalla pandemia ma anche da scelte profondamente coraggiose. Una su tutte quella di accostare il Vangelo alla Costituzione: un binomio non nuovo ma sempre dirompente, con cui inizia il suo ministero dal palco montato di fronte Palazzo delle Aquile, con una decisione quanto mai significativa.
L’impegno religioso mai scisso da quello civile, l’idea di una Chiesa che ascolta i problemi della società odierna e prova a farli propri. Un modus operandi sulla scia di don Puglisi e di Biagio Conte, due figure capaci di incarnare in modo sublime l’ideale di un annuncio evangelico che è anche coscienza e dottrina sociale.
La lotta alla droga e alla mafia
Il rapporto tra Vangelo e Costituzione diventa così la cifra che caratterizza un episcopato come quello di Lorefice, come lo stesso presule ha spiegato in occasione di un recente convegno all’università.
E che lo spinge a puntare il dito contro l’immobilismo della politica di fronte al dramma della droga, dal carro di santa Rosalia che la sera del 14 luglio di due anni fa stazione di fronte la Cattedrale. Un atto di accusa chiaro e determinato che scuote le istituzioni e probabilmente le irrita, ma che ha l’effetto di accelerare l’approvazione di una legge anti-crack chiesta a gran voce da chi piange i figli uccisi dalla dipendenza.
Non meno dirompente l’altolà alle infiltrazioni mafiose e criminali nelle confraternite, fino al protocollo firmato con la Prefettura per vagliare, anche dal punto di vista della fedina penale, chi vuole entrare a far parte delle organizzazioni religiose, troppo spesso usate più per il controllo del territorio e del consenso che per aiutare i poveri e i bisognosi.
Roberto Immesi