Davanti ai nostri occhi c’è una scena che si ripete immutabile, in Italia, da decenni, che è analoga ai palloncini che volano verso l’infinito del cielo. La si vede nei telegiornali della sera, nelle prime pagine dei quotidiani, nei comunicati stampa delle prefetture. Un uomo in divisa, talvolta un magistrato, talvolta un generale dei carabinieri, talvolta un politico dal volto severo, indica con il dito una mappa, un organigramma, un pentito, un’auto blindata. Dietro di lui, un lungo tavolo su cui sono disposti i trofei di guerra: mazzette, armi, pacchi di banconote, un calendario della ‘ndrangheta. Il dito punta, la telecamera inquadra, il giornale titola: “Colpo alla mafia”. E noi, il pubblico, guardiamo il dito. Lo fissiamo con devozione, con speranza, con quella fame di giustizia che è il nostro peccato originale. Guardiamo il dito come se il dito fosse la luna.
Conosciamo tutti, per esperienza diretta o per tradizione culturale, il proverbio cinese: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Eppure, nel nostro dibattito pubblico, nello spettacolo mediatico dell’antimafia, siamo diventati maestri dell’arte di guardare il dito. Non per distrazione, badiamo bene: per convenienza. Perché la luna è scomoda, la luna è complessa, la luna richiederebbe di alzare lo sguardo fino a strapparsi il collo. Guardare il dito, invece, è comodo. Il dito è lì, a portata di occhio, e ci garantisce la certezza rassicurante che stiamo facendo qualcosa. Il dito è la retata, l’arresto eccellente, il decreto legge, la dichiarazione di guerra alla criminalità organizzata. Il dito è il palloncino colorato che rilasciamo in cielo convinti di aver compiuto un gesto nobile, senza mai chiederci dove, di fatto, quel palloncino andrà a cadere.
Ecco l’ipocrisia che intendo denunciare: la nostra antimafia, quella delle piazze piene e delle aule vuote, quella dei proclami e delle leggi d’urgenza, quella che si misura in colpi di scena giudiziari e non in bonifiche sociali, è un gigantesco palloncino di lattice. Sale, sì, gonfia l’orgoglio civico, scoppia in un fragore di titoli. Ma i suoi frammenti ricadono sempre, immancabilmente, su un terreno che non abbiamo bonificato, su un tessuto economico che non abbiamo ripulito, su una domanda di protezione e di lavoro che la mafia è stata lì, pronta a soddisfare mentre noi guardavamo il dito che indicava la mappa.
Il paradosso è che l’antimafia istituzionale ha finito per coincidere, nella percezione collettiva, con il suo opposto: con una retorica dell’emergenza che giustifica lo stato di eccezione, con una spettacolarizzazione della repressione che sostituisce la prevenzione, con un uso politico della legalità che trasforma il giudice in eroe nazionale e il cittadino in semplice spettatore. È una dinamica che Umberto Eco avrebbe riconosciuto al volo: la trasformazione del simbolo in simulacro, del mezzo in fine, della punizione del male in sostituto della costruzione del bene. Se la mafia è un sistema di potere economico e relazionale, non la si combatte con le manette, ma con le scuole, con i tribunali che funzionano, con la presenza dello Stato che non si limita a fare irruzione ma che resta. La mafia, lo ripetono da anni gli studiosi più seri, è un fenomeno endogeno: nasce dove lo Stato manca, dove il mercato è opaco, dove il lavoro è un miraggio e la giustizia un privilegio. Eppure, quando il dito indica l’organigramma del clan, noi applaudiamo, dimenticando che l’organigramma è solo la manifestazione epidermica di un tumore che affonda le radici nel nostro stesso modo di fare impresa, di fare politica, di fare comunità.
L’analogia con il palloncino, a questo punto, si fa stringente. Rilasciarlo in aria è un gesto apparentemente innocuo, persino poetico. Ma se seguiamo il suo destino, se cioè guardiamo la luna invece del dito, scopriamo che i suoi frammenti vanno a intasare lo stomaco delle tartarughe marine, che i suoi nastri strangolano gli uccelli, che le sue microplastiche entrano nella catena alimentare fino a tornare sui nostri piatti. Allo stesso modo, l’arresto del capomafia di turno, l’operazione di polizia da copertina, il maxiprocesso che tiene banco per anni, finiscono per produrre un inquinamento di lungo periodo: sviano le risorse, saturano il sistema giudiziario, alimentano la percezione che il problema sia risolto e che si possa tornare a non guardare. Intanto, la mafia si rigenera, cambia pelle, si infiltra nel legale, compra titoli di Stato, presta soldi a interesse, gestisce i rifiuti, controlla gli appalti, e noi, ancora una volta, guardiamo il dito che indica il vecchio boss in manette, mentre la nuova luna, fatta di società di comodo, di prestanome, di capitali in paradisi fiscali, sorge indisturbata all’orizzonte.
C’è un’altra dimensione di questa ipocrisia che merita di essere scandagliata: la dimensione morale. L’antimafia, nelle sue declinazioni più mediatiche, è diventata un’industria dell’indignazione. Si indignano tutti, ma pochi si sporcano le mani. Si compilano liste di “bravi” e “cattivi”, si celebra il rito della vergogna pubblica, si issano paladini che domani potrebbero essere inquisiti per i più disparati reati di cui, guarda caso, nessuno parlava quando indicavano il dito. È il cortocircuito della santità laica: chiunque punti il dito contro il malavitoso si sente automaticamente investito di un’autorità morale che non ha mai chiesto di essere verificata. E qui torna il saggio che guarda la luna: il saggio sa che la lotta alla mafia non è un’azione, ma una condizione; non è un’operazione di polizia, ma una pedagogia civile; non è un’eccezione eroica, ma una normalità faticosa. Il saggio sa che la luna è fatta di riforme strutturali, di scuola pubblica, di sanità accessibile, di giustizia celere, di economia trasparente. Ma della luna non si fanno i titoli. La luna non è fotogenica. La luna è lenta, noiosa, costosa, e soprattutto non dà voti.
Ecco perché, non avendo paura di essere sgradevole, dico che la nostra antimafia è, in larga misura, un gigantesco esercizio di autoassoluzione collettiva. Ci serve a sentirci dalla parte giusta, a esorcizzare le nostre piccole complicità quotidiane, a delegare ad altri, giudici, poliziotti e pm, il faticoso compito di essere onesti al posto nostro. È una forma di rimozione, analoga a quella che ci fa sparire il palloncino dalla vista non appena è scomparso all’orizzonte. Non vogliamo sapere dove cade, così come non vogliamo sapere dove vanno a parare i soldi che noi stessi, magari inconsapevolmente, immettiamo nel circuito mafioso attraverso l’acquisto di un prodotto contraffatto, l’assunzione in nero, il voto a chi promette manette ma non giustizia.
La vera antimafia, quella che non farà mai notizia, è quella che si fa nei quartieri degradati, nelle aule dei tribunali stracolmi di arretrato, negli uffici del lavoro dove si cerca di piazzare un giovane che altrimenti finirebbe nella rete del capoclan. È quella che si fa quando un imprenditore denuncia il pizzo, anche se sa che pagherà un prezzo altissimo. È quella che si fa quando un politico rinuncia a un appalto sospetto, anche se significa perdere consensi. Ma di queste storie non si riempiono i telegiornali, perché non c’è un dito che indica, non c’è un palloncino che vola, non c’è un gesto che si possa fotografare.
Dunque, la domanda che lascio ai lettori, con la speranza di offenderli abbastanza da farli riflettere, è questa: la prossima volta che vedrete un dito indicare un boss in manette, la prossima volta che applaudirete a una retata o a una confisca, sarete capaci di non fermarvi all’indice? Saprete seguire quella direzione oltre il dito, fino a quella luna fatta di responsabilità diffusa, di impegno quotidiano, di scelte scomode? O continuerete a preferire il palloncino che sale, perché è più bello e non lascia traccia nella vostra coscienza, almeno finché non va a cadere sulla testa di qualcun altro?
La risposta, temo, la conosciamo già. Ma continuiamo a indicare, come stolti che si credono saggi, il dito dimenticando che, se non indica la luna, non indica nulla. E che un palloncino, per quanto colorato, è sempre e comunque un rifiuto destinato a inquinare. L’ipocrisia, in fondo, è questo: guardare il dito e chiamarlo giustizia, lanciare il palloncino e chiamarlo speranza. La verità, amara e spigolosa, è che la giustizia e la speranza si coltivano altrove, dove nessun dito punta e nessun palloncino vola. Ma di questo, preferiamo non parlare. Perché la luna, si sa, è troppo lontana, e il collo fa male a guardare in alto.
Roberto Greco