Educare alla sessualità oggi cosa significa? In occasione della presentazione del libro Tracce a colori per l’educazione sessuale estesa, evento che si è tenuto ieri 30 settembre in via Giacomo Leopardi 7 a Palermo, emergono nuovi interrogativi intorno a un tema che riguarda da vicino la crescita degli adolescenti.
La domanda sembra semplice, ma la risposta non lo è affatto. Perché parlare di sessualità con ragazze e ragazzi non significa soltanto spiegare il corpo, la riproduzione, la contraccezione o le malattie sessualmente trasmissibili. Significa entrare in un territorio molto più ampio, nel quale biologia ed emozioni, relazioni e consapevolezza, diritti e responsabilità finiscono inevitabilmente per incontrarsi.
È proprio questo il punto di partenza di Tracce a colori, scritto dalla ginecologa Metella Dei e dalla pedagogista e sessuologa Patricia Bettini. Il volume, definito come “una cassetta degli attrezzi” nasce proprio con l’intento di offrire a insegnanti, educatori e operatori sanitari uno strumento concreto per costruire percorsi di educazione sessuale estesa, seguendo un approccio che mette insieme dimensione fisica, emotiva, affettiva e sociale.
Un’impostazione che si ritrova anche nelle indicazioni internazionali sulla Comprehensive Sexuality Education: l’Organizzazione mondiale della sanità considera infatti l’educazione sessuale un percorso progressivo e adeguato all’età, capace di comprendere conoscenza del corpo, relazioni, rispetto, consenso, sicurezza, prevenzione, salute sessuale e capacità di chiedere aiuto.
E proprio l’adolescenza rappresenta uno dei momenti più delicati. È l’età nella quale il corpo cambia rapidamente, mentre cambia anche il modo di guardare se stessi e gli altri. Le domande aumentano, ma non sempre trovano interlocutori disponibili ad ascoltarle. Nel frattempo, una parte consistente delle informazioni arriva dal mondo digitale, dai social, dalle conversazioni tra coetanei e, non di rado, dalla pornografia online. Una quantità enorme di contenuti, dunque, non sempre accompagnata dagli strumenti necessari per interpretarli.
È qui che il tema dell’educazione diventa centrale. Non per dire agli adolescenti che cosa devono pensare o come devono vivere la propria sessualità, ma per fornire loro parole, conoscenze e strumenti attraverso i quali imparare a riconoscere ciò che accade dentro e intorno a loro e stare bene, sviluppando capacità relazionali e comportamenti sani.
Durante l’incontro palermitano abbiamo ascoltato anche il punto di vista di Marina Pandolfo, ginecologa a Palermo, Vicepresidente della SIGTE (Società Italiana di Ginecologia della Terza Età) e membro del direttivo SIGIA (Società Italiana di Ginecologia della Infanzia e dell’Adolescenza), da gennaio 2026 coordinatrice del nuovo ambulatorio di Endocrinologia ginecologica presso la Clinica Villa Serena a Palermo, alla quale abbiamo chiesto di guardare il tema dalla prospettiva di chi incontra quotidianamente ragazze e giovani donne e può osservare quanto la conoscenza del proprio corpo sia ancora tutt’altro che scontata.
Quanto sono realmente informati oggi gli adolescenti sul proprio corpo e sulla sessualità e quali sono, nella pratica clinica, le lacune che emergono più frequentemente?
«Purtroppo gli adolescenti non sono sufficientemente informati sul proprio corpo e sulla sessualità. Una corretta informazione non anticipa i comportamenti sessuali, ma li rende più consapevoli e protetti. Parlare di affettività aiuta a riconoscere e gestire le emozioni, che sono da costruire basate su rispetto, comunicazione, consenso. Serve a prevenire dinamiche di abuso, di violenza o dipendenza. In assenza di un’educazione strutturata, molti adolescenti si informano attraverso Internet e social media, spesso ricevendo messaggi distorti o non scientifici »
Che cosa succede quando ragazzi e ragazze non trovano in famiglia o a scuola uno spazio nel quale poter fare domande senza sentirsi giudicati?
«In assenza di un’educazione strutturata, molti adolescenti si informano attraverso Internet e social media, spesso ricevendo messaggi distorti o non scientifici».
Quanto pesa oggi internet nella costruzione dell’immaginario sessuale degli adolescenti e quali rischi comporta il fatto che una parte delle loro conoscenze possa arrivare dalla pornografia o da contenuti privi di qualsiasi mediazione educativa?
«Uno studio recente del CNR ha messo in evidenza che oltre il 45% degli adolescenti maschi e oltre l’8% delle femmine frequenta spesso i siti porno. Di solito si tratta di video prodotti da uomini e mirati a un pubblico maschile, con immagini molto stereotipate di ruoli e comportamenti sessuali, tendenzialmente dominanti, talvolta con atteggiamenti violenti. La donna spesso ha un ruolo oggettificato, con un corpo stereotipato.
In molti casi i contenuti possono essere irrealistici ed estremi e questo comporta la diffusione di modelli e di norme relative al corpo e all’aspetto dei genitali, che possono determinare atteggiamenti di insoddisfazione corporea, fino al desiderio di chirurgia estetica.
I contenuti dei video spesso non corrispondono a quanto avviene nella realtà di un incontro, soprattutto non esprimono l’emozione e l’attenzione all’altro, che sono invece componenti fondamentali. I corpi mostrati si conformano soprattutto a modelli immaginari che sono creati a fini commerciali più che legati alla realtà».
Quanto è importante, soprattutto durante l’adolescenza, imparare a conoscere il proprio corpo non soltanto dal punto di vista biologico, ma anche come parte della propria identità e della propria relazione con gli altri?
«I meccanismi istintuali ed evolutivi sono un fatto culturale influenzato da ambiente, storia e cultura, perciò ognuno sperimenta in modo diverso in relazione ai propri valori di riferimento alle varie funzioni della sessualità, la funzione ludica, la funzione relazionale e il linguaggio. Queste funzioni sul piano biologico, sia emotivo che mentale, sono strettamente correlate, anche se è possibile tenerle separate, e la sessualità acquista significati e valori molto diversi a seconda del contesto e della cultura.
Ogni persona ha quindi dei riferimenti rispetto a ciò che ritiene giusto o lecito nella sessualità, che sono provenienti dal suo contesto sociale e quindi sono anche condizionati da modelli e miti. La possibilità di vivere la sessualità in maniera coerente con i propri desideri e le proprie scelte fa parte di un percorso di crescita che non richiede solo informazioni, ma anche autoconoscenza e senso critico».
Che cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui famiglia, scuola e sistema sanitario affrontano l’educazione affettiva e sessuale dei più giovani?
«Gli standard per l’educazione sessuale in Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono stati pubblicati nel 2010 e le indicazioni tecniche internazionali sono state aggiornate dall’UNESCO nel 2018 e definiscono la necessità di un’educazione sessuale comprensiva, cioè integrata e multicomprensiva, che noi definiremmo estesa.
La programmazione dovrebbe essere comune per strutture e sedi scolastiche di uno stesso territorio, per garantire un percorso coordinato con un progressivo approfondimento dei temi significativi, sia dalla materna fino alle superiori. Nonostante varie esperienze diffuse nel territorio, l’Italia fa ancora parte di quel piccolo gruppo di Paesi europei in cui l’educazione sessuale a scuola non è obbligatoria e il corpo insegnante non è formato in modo diretto all’insegnamento di questi temi del curriculum.
Questo comporta un’oscillazione della presenza dell’educazione sessuale in base alle risorse finanziarie delle scuole e delle strutture sanitarie coinvolte e una grossa disparità tra le varie regioni, sia sul piano dei progetti effettivi, della metodologia utilizzata, della possibilità di valutazione, nonché dell’estensione alle scuole elementari e medie inferiori.
Nei Paesi in cui l’educazione sessuale estesa è integrata nelle scuole è dimostrato che i giovani scelgono di più il momento delle loro prime esperienze sessuali, vanno meno incontro a gravidanze e interruzioni di gravidanza, usano di più i contraccettivi e acquisiscono meno infezioni a trasmissione sessuale.
L’esperienza insegna che questi risultati sono facilitati da un contatto strutturato con i servizi per adolescenti di zona ed è stata dimostrata la ricaduta positiva sull’analisi dei costi per il sistema sanitario nei diversi Paesi.
Un’educazione sessuale estesa facilita l’accoglienza delle diversità sessuali, le capacità emotive e relazionali, riduce la violenza nelle giovani coppie e l’abuso sessuale e getta le basi per la cosiddetta alfabetizzazione mediatica, cioè la capacità di accedere, valutare i contenuti informatici capendo come influenzano la nostra percezione del mondo».
Questi sono argomenti che trovano una particolare attualità anche alla luce delle evidenze scientifiche più recenti. L’OMS sottolinea che un’educazione sessuale completa e adeguatamente realizzata può migliorare le conoscenze, favorire relazioni rispettose e sostenere comportamenti di protezione della salute; le evidenze disponibili non indicano invece che questo tipo di educazione aumenti l’attività sessuale degli adolescenti.
Anche l’UNESCO insiste sulla necessità di un percorso calibrato sull’età e sullo sviluppo, capace di affrontare progressivamente temi come rispetto, relazioni, consenso, corpo, sicurezza e prevenzione.
Tracce a colori prova dunque a spostare il discorso da una semplice trasmissione di informazioni a una vera educazione alla consapevolezza. E forse è proprio questa la parola dalla quale bisognerebbe ripartire.
Perché un adolescente che conosce il proprio corpo non è semplicemente un adolescente più informato. È una persona che può imparare a riconoscere un limite, a esprimere un consenso, a comprendere una paura, a chiedere aiuto, a distinguere una relazione rispettosa da una relazione che non lo è. Può imparare che il proprio corpo non è un’immagine da esibire, una prestazione da dimostrare o qualcosa di cui vergognarsi, ma una parte di sé da conoscere e rispettare.
Il vero vuoto, allora, non è rappresentato dalle domande che i ragazzi fanno sulla sessualità. È dalle domande che non riescono a fare a nessuno.
Ed è forse proprio qui che la scuola, la famiglia, la medicina e la società adulta hanno una responsabilità che non può più essere rimandata: non lasciare che siano l’algoritmo, la pornografia o il gruppo dei pari a diventare i primi e unici educatori alla sessualità.
Perché crescere non significa soltanto sapere come funziona il proprio corpo. Significa imparare ad abitarlo, rispettarlo e riconoscere quello degli altri. E questa, prima ancora che un’educazione alla sessualità, è un’educazione alla relazione, alla libertà e alla responsabilità.
Federica Dolce


