Secondo i dati della Relazione 2026, la Sicilia detiene un triste primato: la quota di detenuti in trattamento per uso primario di cocaina o crack raggiunge il 63-64%, una cifra che stacca nettamente la media nazionale, ferma al 54%. «Siamo di fronte a un fenomeno che ha saturato il circuito penale», spiega Giampaolo Spinnato, direttore dell’Unità operativa complessa Dipendenze patologiche dell’Asp di Palermo. L’Isola, insieme a Lombardia e Campania, rappresenta la punta di diamante di un mercato che ha scelto la cocaina base come nuova moneta di scambio del disagio sociale. Questo dato non è solo una statistica fredda, ma il sintomo di una trasformazione profonda del narcotraffico che vede le Isole come approdo privilegiato di rotte internazionali.
Il labirinto della diagnosi: perché il recupero si ferma dietro le sbarre
L’analisi dello psichiatra Spinnato si sposta immediatamente sulla complessità operativa della gestione intramuraria. «Il problema non è solo l’assistenza, ma la diagnosi stessa», chiarisce. In Italia, l’accesso alle misure alternative alla detenzione — che nel 2025 hanno riguardato 4.337 persone affidate in prova per problemi di droga — è strettamente vincolato a una certificazione medica di dipendenza. Molti detenuti utilizzano regolarmente sostanze, ma ricostruire retrospettivamente una dipendenza patologica certificata è una sfida che mette a dura prova il personale sanitario dei SerD. Il dirigente aggiunge: «La diagnosi non si può autocertificare». Senza questo passaggio clinico, il carcere smette di essere un luogo di recupero e diventa un deposito di marginalità.
Infanzia interrotta: quando lo sballo inizia a dodici anni
Se il carcere fotografa il danno conclamato, il dato clinico sulle nuove generazioni in Sicilia è ancora più allarmante. Il report nazionale indica che il 26% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha consumato almeno una sostanza illegale nell’ultimo anno, ma Spinnato sposta l’asticella ancora più in basso. «Oggi abbiamo registrato un abbassamento drastico dell’età di esordio: il primo contatto con le sostanze avviene ormai intorno ai 12 anni». Questa precocità non è un dettaglio secondario, poiché l’esposizione cerebrale in una fase così delicata dello sviluppo ipoteca gravemente la salute mentale futura. I dati nazionali mostrano infatti che l’1,9% degli studenti ha già utilizzato cocaina e l’1,5% oppiacei, ma è il consumo di sostanze “sconosciute” — che coinvolge quasi 47mila ragazzi in Italia — a rappresentare la nuova frontiera dell’azzardo giovanile.
L’ombra della mente: il legame spezzato tra psichiatria e sostanze
L’abbassamento dell’età di inizio trascina con sé un incremento esponenziale della cosiddetta “doppia diagnosi”. A livello nazionale, circa il 6% degli utenti in trattamento nei SerD presenta una patologia psichiatrica associata, con una prevalenza schiacciante dei disturbi della personalità e del comportamento (55%). Spinnato evidenzia come la precocità dell’uso di stimolanti sia il principale carburante di queste psicosi indotte: «Tanto più precoce è l’inizio dell’uso, tanto più elevato è il rischio di sviluppare nel tempo una patologia psichiatrica autonoma».
Dal centro alla periferia: la democratizzazione tossica del mercato siciliano
La geografia del consumo siciliano non è più quella di dieci anni fa. La distinzione tra le grandi aree metropolitane e la provincia è ormai svanita in un’omologazione verso l’alto dei consumi. «Zone della provincia di Palermo che in passato erano poco toccate oggi lo sono alla stessa maniera della città», osserva Spinnato. Il passaggio dall’eroina (che a livello nazionale rappresenta ancora la sostanza primaria per il 57% degli utenti storici) alla cocaina e al crack ha reso il consumo più “trasversale” e capillare. Il crack, un tempo percepito erroneamente come una droga “gestibile” o occasionale, è esploso portando la situazione fuori controllo.
La quiete prima della tempesta? Il plateau dei consumi e la purezza record
Nonostante la pervasività del fenomeno, il dirigente intravede un segnale di stabilizzazione, seppur su soglie critiche. «Siamo in una fase di plateau», afferma utilizzando una metafora epidemiologica. I consumi non stanno più crescendo con i ritmi esponenziali dell’inizio del decennio, ma si sono assestati su un livello molto più elevato rispetto a dieci anni fa. Questa fase di stasi non deve però indurre a facili ottimismi: la purezza delle sostanze e la varietà dell’offerta — con 92 Nuove Sostanze Psicoattive (NPS) identificate dal sistema NEWS-D nel 2025 — rendono il mercato imprevedibile. La Sicilia, con le sue ampie aree di coltivazione outdoor di cannabis, continua inoltre a essere una regione chiave per la produzione nazionale di marijuana.
L’epidemia silenziosa: l’Isola che affoga nell’Epatite C
L’impatto sanitario di questa ondata di consumi in Sicilia assume i contorni di un’emergenza infettiva. Il dato più allarmante del report 2026 riguarda l’Epatite C (HCV): tra gli utenti dei SerD testati nelle Isole, la positività raggiunge il 55%, un valore drammaticamente superiore alla media nazionale del 39%. Anche per l’HIV, la Sicilia si attesta su una quota del 5% tra i soggetti testati, contro il 4,1% italiano.
Oltre l’ambulatorio: la sfida del primo contatto “on the road”
Per invertire la rotta, la Sicilia sta puntando tutto su un cambio di paradigma: uscire dagli uffici e andare dove si consuma. «Dobbiamo agganciare i ragazzi e le ragazze quando ancora non c’è una richiesta d’aiuto», ribadisce Spinnato con forza. Nelle prime fasi del consumo, infatti, i pazienti pensano di poter gestire la sostanza e rifiutano i classici percorsi terapeutici. A Palermo, grazie alla collaborazione con il Comune, sono state attivate unità mobili che girano nei quartieri più a rischio per entrare in contatto con chi ancora non ha sviluppato la consapevolezza di avere un problema. Questo approccio di “bassa soglia” è fondamentale: in Italia i servizi di primo livello sono ancora pochi (0,5 ogni 100mila abitanti), e la Sicilia cerca di colmare il gap con interventi di case management che superano il 75% di efficacia.
Drop-in e dignità: agganciare l’invisibile senza chiedere nulla in cambio
Il modello dei drop-in rappresenta l’anello di congiunzione tra la strada e il servizio sanitario. Si tratta di strutture dove chi usa sostanze può rivolgersi per bisogni elementari: una doccia, un pasto, un colloquio informale. «In queste strutture non si va necessariamente per smettere, ma per trovare supporto in altre problematiche», spiega Spinnato. È qui che avviene il “primo aggancio”. I dati nazionali confermano l’importanza di questi presidi: nel 2025, i servizi di prevenzione hanno raggiunto 110mila persone, oltre la metà delle quali non era mai stata intercettata prima dai canali ufficiali. In un contesto dove l’età media degli utenti SerD sta invecchiando (43 anni), intercettare i nuovi volti della dipendenza è l’unica via per evitare la cronicizzazione.
Mario Catalano