Emergenza sanitaria carceri Sicilia: solo il 30% dei detenuti accede allo screening mentre l’HCV dilaga nelle strutture dell’Isola

L'incrocio tra l'uso di sostanze come il crack e la carenza di controlli sistematici sta alimentando una crisi sanitaria senza precedenti in Sicilia

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Antonio Cascio
Antonio Cascio - professore Ordinario di Malattie infettive all’Università degli studi di Palermo e direttore dell’UOC Malattie Infettive Policlinico "P. Giaccone"
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Mentre l’onda del crack travolge le carceri dell’Isola coinvolgendo oltre il 63% dei detenuti in trattamento, un’epidemia silenziosa minaccia di trasformare la detenzione in una condanna sanitaria definitiva. Antonio Cascio, professore Ordinario di Malattie infettive all’Università degli studi di Palermo e direttore dell’UOC Malattie Infettive Policlinico “P. Giaccone”​, lancia un monito severo: con una positività all’Epatite C che nelle Isole tocca il 55% — contro il 39% nazionale — e uno screening fermo a un “inaccettabile” 30%, migliaia di persone rischiano di sviluppare cirrosi e cancro nell’ombra del “sommerso” infettivo. Questa fotografia emerge dalla “Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026“, realizzata dal Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze, che rivela come in Sicilia anche la positività all’HIV (5%) superi la media del Paese, confermando l’urgenza di un testing proattivo per intercettare il virus prima che l’infezione raggiunga stadi irreversibili.

Il rapporto evidenzia che nelle Isole la prevalenza di Epatite C (HCV) tra gli utenti dei SerD testati raggiunge il 55%, un valore nettamente superiore alla media nazionale del 39%. Come spiega questo divario così marcato per il nostro territorio e quali sono i rischi di una “sommerso” infettivo, considerando che solo il 30% degli utenti viene regolarmente sottoposto a screening?

«Il dato del 55% di positività all’HCV tra gli utenti dei SerD testati nelle Isole è molto preoccupante, soprattutto se confrontato con la media nazionale del 39%. È comunque giusto ricordare che in questa percentuale sono incluse anche le persone che sono guarite spontaneamente o a seguito della terapia e che continuano a risultare positive alla ricerca anticorpale ma negative alla ricerca dell’RNA virale. Tale divario rispetto alla media nazionale potrebbe essere spiegato da una minore capacità del sistema territoriale di intercettare precocemente le infezioni, da una presa in carico tardiva, ma anche da una discontinuità nei percorsi di screening. Da non tralasciare anche la quota rilevante di persone con un pregresso uso iniettivo di sostanze. Il fatto che solo il 30% degli utenti sia sottoposto regolarmente a screening è oggi inaccettabile. Vi è il reale rischio che esista un grande numero di persone HCV-infette non diagnosticate, a rischio di sviluppare in futuro cirrosi e cancro. Tali persone rappresentano inoltre la principale fonte di infezione. È dovere delle istituzioni scovare il “sommerso”. Il trattamento  con gli antivirali  garantisce una guarigione definitiva. Il principale sforzo deve essere di tipo organizzativo: bisogna portare il test dove sono i pazienti, cioè nei SerD, nelle comunità, nelle carceri, nei pronto soccorso e nei contesti di marginalità. Screening, conferma diagnostica e avvio rapido della terapia devono far parte dello stesso percorso».

Un dato specifico per la Sicilia riguarda la popolazione carceraria: negli istituti penitenziari dell’isola, la quota di detenuti in trattamento per uso primario di cocaina o crack raggiunge il 63-64%, contro una media italiana del 54%. Dal punto di vista clinico, quale impatto ha questa “onda del crack” sulla diffusione di malattie a trasmissione ematica o sessuale all’interno e all’esterno del circuito penale?

«Il dato siciliano sui detenuti in trattamento per uso primario di cocaina o crack, pari al 63-64% contro una media nazionale del 54%, indica un cambiamento rilevante del profilo delle dipendenze anche nel circuito penitenziario. Sul piano infettivologico, il crack non può essere letto soltanto come una questione tossicologica o psichiatrica. Va considerato anche come un fattore che aumenta il rischio di diffusione delle infezioni. Il consumo di crack e cocaina, infatti, si associa spesso a una maggiore impulsività, rapporti sessuali non protetti, condizioni di vulnerabilità sociale, scambio di sesso in cambio di sostanze, lesioni delle mucose e una minore continuità nei percorsi di cura. Per questo, anche in assenza di uso per via iniettiva, cresce il rischio di infezioni sessualmente trasmesse, HIV, epatite B ed epatite C. Il carcere è un contesto particolarmente delicato: è un ambiente chiuso in cui si concentra un numero elevato di persone fragili, spesso con precedenti di dipendenza, condizioni di marginalità, diagnosi arrivate tardivamente e accesso limitato ai servizi sanitari prima della detenzione. Per questo l’istituto penitenziario può rappresentare un fattore di rischio, ma anche un’importante occasione di prevenzione e di tutela della salute pubblica. All’ingresso in carcere sarebbe quindi opportuno prevedere screening per HIV, HCV, HBV e sifilide, vaccinazione contro l’epatite B quando necessaria, counselling, accesso alle terapie antivirali e la continuità delle cure dopo la scarcerazione».

A livello nazionale, il 57% degli utilizzatori di sostanze per via iniettiva che hanno ricevuto una diagnosi di AIDS nel 2023-2024 ha scoperto la propria sieropositività meno di sei mesi prima della diagnosi stessa. Alla luce della positività all’HIV tra i testati che in Sicilia si attesta al 5% (sopra il 4,1% nazionale), quali strategie di testing proattivo sono necessarie per contrastare queste diagnosi tardive?

«Il fatto che, a livello nazionale, nel 2023-2024 il 57% degli utilizzatori di sostanze per via iniettiva con diagnosi di AIDS abbia scoperto la sieropositività meno di sei mesi prima della diagnosi è un segnale molto grave. Significa che molte persone si rivolgono al sistema sanitario quando l’infezione è già avanzata. In Sicilia, una positività all’HIV del 5% tra i testati, superiore al dato nazionale del 4,1%, rafforza la necessità di cambiare strategia. Non bisogna limitarsi ad attendere che le persone chiedano di eseguire il test. Serve un testing proattivo, ripetuto, normalizzato e non stigmatizzante. Nei SerD, il test per HIV, HCV, HBV e sifilide dovrebbe essere offerto sistematicamente all’ingresso, poi ripetuto periodicamente in base al rischio. Lo stesso dovrebbe avvenire in carcere, nelle comunità terapeutiche, nei servizi per senza dimora, nei pronto soccorso e nei reparti ospedalieri quando vi siano indicatori clinici o sociali di rischio. Sono fondamentali anche i test rapidi, i point-of-care test, il prelievo capillare, il dried blood spot e percorsi “one stop”: test, comunicazione del risultato, presa in carico e collegamento immediato alla terapia».

Mario Catalano