Il tema dei femminicidi giovanili è ormai una delle emergenze più drammatiche del Paese. Una violenza che nasce spesso nelle relazioni affettive adolescenziali, dove controllo, isolamento e manipolazione si manifestano con rapidità crescente. Un fenomeno che interroga le istituzioni mentre il Parlamento compie un passo decisivo: pochi giorni fa anche la Camera ha approvato il disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio, intervenendo sull’articolo 577 bis del codice penale con pene più severe e circostanze aggravanti specifiche nelle relazioni sentimentali giovanili.
A Palermo, la giornata del 28 dicembre a Villa Malfitano è diventata un momento di riflessione nazionale. Al centro, il convegno formativo “Femminicidi giovanili: riflessioni e strategie di prevenzione, il ruolo delle istituzioni e le responsabilità condivise”. Ha aperto i lavori il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini. Presente il Presidente Vicario della Corte di Appello Dr.ssa Maria Giuseppa Di Marco e ha portato i saluti dell’Ordine forense palermitano l’avvocato Giuseppe Varisco. Ha introdotto e moderato l’evento l’avvocata Maria Antonietta Catania, vice Presidente Camera Civile di Palermo.Tra i relatori: la psicoterapeuta Virginia Ciara Volo, autrice di “Femminicidi giovanili senza scampo”, il prof. Daniele La Barbera (UNIPA), l’avvocata Anna Gato (AMI Palermo), l’avvocata Alessandra Caronia, e la senatrice Valeria Valente, in collegamento dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio.
In questo quadro si inserisce la riflessione, attraverso l’intervista per l’altroparlante, dell’avvocato Gerlando Gibilaro, Presidente della Camera Civile di Palermo, il quale sottolinea come la prevenzione richieda una rete concreta, non formale.
Avvocato Gibilaro, quale pensa sia oggi il ruolo più urgente e concreto che la Camera Civile può svolgere nella prevenzione dei femminicidi giovanili?
«La Camera Civile di Palermo oggi non ha solo un ruolo tecnico ma profondamente sociale. Oltre alla formazione degli avvocati civilisti, c’è la necessità di costruire una rete di collaborazione tra avvocati e istituzioni. Il giuramento dell’avvocato ci ricorda che la nostra funzione non può restare astratta: prevenire significa trasformare i principi in azioni concrete, condivise e continuative».
Nel contesto delle relazioni affettive tra giovani, come può intervenire il diritto civile per intercettare i segnali precoci di controllo e manipolazione?
«Il diritto civile mette a disposizione strumenti importanti, ma la loro natura è prevalentemente reattiva: intervengono quando la situazione è già divenuta critica e richiede un sostegno formale. La stessa amministrazione di sostegno, pur rappresentando un’evoluzione culturale verso una tutela personalizzata delle persone fragili, nasce come rimedio attivabile in presenza di una compromissione dell’autonomia e non come meccanismo di prevenzione anticipata. Questi strumenti, dai provvedimenti del giudice tutelare ai percorsi di protezione civile, sono infatti azionabili solo da chi esercita la responsabilità genitoriale o da soggetti legittimati, e presuppongono che il rischio sia già stato riconosciuto e portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria. Per questo, la vera prevenzione non può che collocarsi a monte del diritto. Per evitare che i procedimenti di tutela diventino l’ultima tappa di un percorso già irreversibile, è necessario: responsabilizzare le famiglie nell’intercettare i primi segnali relazionali disfunzionali; formare la scuola come presidio di osservazione e accompagnamento, non solo disciplinare ma educativo; rafforzare la collaborazione tra servizi sociali, avvocati civilisti e istituzioni; promuovere una cultura della segnalazione non percepita come denuncia, ma come protezione precoce».
Dunque, quanto è fondamentale la collaborazione tra istituzioni, scuole e ordini professionali?
«La collaborazione non è un valore aggiunto ma l’unica condizione perché la prevenzione diventi reale. Nessuno degli attori – né la scuola da sola, né le istituzioni, né gli ordini professionali, né le associazioni, possiede da sé gli strumenti per intercettare i segnali precoci e trasformarli in interventi tempestivi. I modelli davvero efficaci sono quelli che integrano competenze diverse in un processo stabile e non episodico, fondato sulla condivisione dei linguaggi, sulla continuità nel tempo e sulla presenza capillare nei luoghi di vita dei giovani. Lo dimostrano esperienze già attive sul territorio nazionale, come il progetto V.I.V.A., che coinvolge scuole, centri antiviolenza, avvocati, psicologi e consiglieri di parità in un percorso strutturato che unisce formazione giuridica, supporto psicologico, educazione al linguaggio e attività esperienziali. È un modello replicabile perché non si limita alla sensibilizzazione, ma costruisce competenze e responsabilità condivise.
Anche i materiali e i percorsi promossi da Casa delle Donne o da Differenza Donna mostrano che la rete funziona quando l’associazionismo porta ascolto e conoscenza di prossimità, la scuola diventa un osservatorio quotidiano del disagio, gli ordini professionali garantiscono una formazione qualificata e coerente sul piano deontologico e le istituzioni assicurano coordinamento e continuità, non semplice patrocinio».
Cosa significa questo per Palermo?
«Puntare su protocolli territoriali permanenti e non su iniziative isolate, creando tavoli stabili tra Tribunale, Procura minorile, Comune, USSM, scuole, Camera Civile e centri antiviolenza con procedure condivise per la segnalazione precoce e la presa in carico. Significa anche investire in programmi scolastici continuativi e non in “giornate tematiche”, con percorsi annuali sull’affettività e sul riconoscimento dei segnali di controllo, integrando avvocati civilisti, psicologi e assistenti sociali, prendendo il modello V.I.V.A. come riferimento concreto e adattabile.
Infine, occorre una formazione congiunta di magistrati, avvocati, docenti e operatori sociali, perché solo professionisti che si formano insieme sviluppano la stessa lettura del rischio e rendono possibile un vero salto culturale. Dunque ad una città come Palermo servono protocolli territoriali permanenti e non iniziative isolate, serve una rete organizzata, resa riconoscibile e continuativa».
Sul piano giuridico, quali ostacoli impediscono ancora di riconoscere tempestivamente violenza psicologica e dipendenza affettiva tra adolescenti?
«Sul piano giuridico, la difficoltà principale è che la violenza psicologica non lascia segni immediatamente visibili né sempre facilmente documentabili. Nel diritto civile il riconoscimento del pregiudizio richiede elementi oggettivi, mentre nelle prime fasi le condotte si presentano come gelosia, controllo digitale, isolamento “affettivo”, spesso minimizzati dalle stesse vittime e dagli adulti di riferimento. Ne deriva che gli strumenti giuridici intervengono quando il danno è già conclamato e la relazione è precipitata. A ciò si aggiunge un ulteriore limite: la tutela civile è azionabile solo quando qualcuno esercita la responsabilità e porta il problema all’attenzione delle autorità. Se il segnale non viene visto o viene sottovalutato, il diritto rimane inerte».
E su quello culturale?
«Sul piano culturale, il vero nodo è ancora più delicato. La dipendenza affettiva in età adolescenziale viene spesso scambiata per intensità emotiva; il controllo per “attenzione”; la gelosia per prova d’amore. Stereotipi radicati – nelle famiglie, nella scuola, nei pari – normalizzano ciò che invece rappresenta un campanello d’allarme. E quando l’ascolto c’è, troppo spesso è un ascolto tecnico ma filtrato da precomprensioni, che finisce per ridurre, interpretare, incasellare. Invece di aiutare, diventa una gabbia. Per questo ritengo che il primo compito dell’avvocatura sia ripartire dall’ascolto libero e pieno: un ascolto che non giudica, non anticipa, non applica categorie, ma consente al racconto di emergere nella sua complessità. È la base di qualunque tutela reale».
Come può contribuire concretamente l’avvocatura?
«Formandosi sulle dinamiche relazionali e sul rischio emotivo, non solo sugli strumenti processuali; evitando la logica della contrapposizione, soprattutto nei conflitti familiari, privilegiando mediazione e gestione non escalation del contenzioso; sensibilizzando le famiglie sul riconoscimento precoce dei segnali, prima ancora che sulla tutela; costruendo protocolli condivisi con scuole, servizi sociali e centri antiviolenza, per rendere chiara la strada da percorrere quando emerge un sospetto; portando avanti una cultura deontologica coerente, in cui la funzione sociale dell’avvocato non si esaurisce nella difesa, ma si traduce nella prevenzione del danno. In sintesi: la legge può intervenire solo quando qualcuno vede. L’avvocatura può fare la differenza aiutando a vedere prima, e soprattutto ascoltando davvero».
Nel titolo del convegno si parla di “responsabilità condivise”. Quali responsabilità spettano agli operatori del diritto civile nel promuovere una nuova educazione sentimentale?
«Quando parliamo di responsabilità condivise dobbiamo partire da una verità che ormai è sotto gli occhi di tutti: nei casi di violenza nelle relazioni giovanili nessuno può davvero dirsi estraneo, perché come ha ricordato Gino Cecchettin i tribunali arrivano sempre dopo.
A mio avviso il primo passo è dare il giusto valore e il giusto peso a ciò che accade nelle relazioni dei ragazzi. Non possiamo continuare a chiamare tutto “litigi”, “ragazzate” o “gelosia”, perché a volte dietro queste parole si nascondono dinamiche di controllo e isolamento che meritano attenzione. Allo stesso tempo non possiamo neppure cadere nell’estremo opposto, trasformando qualunque comportamento in un sospetto di violenza: anche questo produce effetti devastanti, perché genera paure, false accuse e fratture irreparabili nelle relazioni familiari e scolastiche. La sfida è nella capacità di riconoscere senza distorcere, osservare senza giudicare, intervenire senza amplificare il danno. Qui entra in gioco la responsabilità degli operatori del diritto civile. L’avvocato è spesso il primo ad ascoltare una storia quando è ancora in fase embrionale, ed è proprio in quel momento che serve rigore etico e lucidità. Non possiamo diventare prigionieri delle paure o dei desideri del cliente, perché questi possono portare in entrambe le direzioni: non vedere la violenza quando c’è, oppure vederla dove non esiste. In tutti e due i casi le conseguenze sono enormi, soprattutto quando ci sono minori coinvolti.
Per questo l’ascolto deve essere pieno, libero da preconcetti professionali e da automatismi interpretativi, capace di accogliere il racconto senza sovrapporgli la nostra lettura. Accanto alle famiglie e alla scuola, anche l’avvocatura deve imparare a esercitare uno sguardo attento e responsabile, che non confonda la tutela con l’esasperazione del conflitto. Significa scegliere le parole con cura, spiegare senza spaventare, evitare di alimentare dinamiche distruttive e contribuire a diffondere un linguaggio giuridico accessibile, capace di dare nome alle cose senza trasformarle in etichette. Se davvero i tribunali arrivano dopo, allora la nostra responsabilità è esserci prima: non per giudicare, ma per riconoscere con onestà ciò che accade e per evitare che il silenzio, in un senso o nell’altro, diventi il terreno su cui la violenza cresce. Non possiamo cambiare ciò che non abbiamo il coraggio di guardare, e non possiamo proteggere chi non abbiamo prima imparato ad ascoltare».
Il convegno di Villa Malfitano restituisce un quadro chiaro: la prevenzione dei femminicidi giovanili passa da una rete stabile tra istituzioni, scuola, ordini professionali e comunità educante. Una rete capace di osservare, ascoltare e intervenire prima che la violenza esploda, rendendo effettiva la portata del nuovo impianto normativo approvato dal Parlamento. Il fenomeno richiede consapevolezza diffusa e strumenti condivisi, dove il diritto, la formazione e la responsabilità collettiva diventano elementi essenziali di tutela.
Federica Dolce