Il silenzio e la lupara: Francesco Ferlaino, il pioniere dimenticato nella terra delle trame oscure

La sua fermezza metodologica e la sua totale impermeabilità alle pressioni ambientali lo resero una figura isolata in un contesto geografico in cui la criminalità organizzata iniziava a penetrare capillarmente i gangli vitali della società e delle istituzioni

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francesco ferlaino magistrato
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La parabola esistenziale e professionale di Francesco Ferlaino costituisce uno dei capitoli più significativi e, al contempo, meno indagati della storia della magistratura italiana del secondo dopoguerra. Nato a Conflenti, un piccolo comune arroccato sulle pendici del Reventino in provincia di Catanzaro, il 23 luglio 1914, Ferlaino incarna quel modello di alta burocrazia meridionale caratterizzato da un profondo senso dello Stato, da un rigore morale assoluto e da una solida preparazione umanistica. Dopo aver completato gli studi liceali presso lo storico liceo classico “Pasquale Galluppi” di Catanzaro, si trasferisce a Napoli per frequentare la facoltà di Giurisprudenza, dove si laurea con brillanti risultati, respirando il clima intellettuale di una delle più prestigiose scuole giuridiche del Paese.

Il suo ingresso in magistratura avviene nel 1943, in un’Italia dilaniata dal conflitto mondiale e sospesa sul baratro della ricostruzione democratica. Da quel momento, la sua carriera si sviluppa attraverso un percorso esemplare all’interno degli uffici giudiziari calabresi, che lo porta a operare come Pretore e Giudice Istruttore a Nicastro, Presidente della Corte d’Assise a Cosenza e, successivamente, Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, fino a raggiungere la prestigiosa carica di Avvocato Generale dello Stato presso la Procura Generale del capoluogo calabrese.

Sotto il profilo strettamente personale, la figura di Ferlaino si distingueva per una sobrietà quasi ascetica e per una fede cattolica vissuta senza ostentazione, ma con inflessibile coerenza quotidiana. Era sua abitudine consolidata, prima di recarsi in ufficio per amministrare la giustizia, assistere ogni mattina alla celebrazione della santa messa. Uomo di raffinata cultura, fine latinista e appassionato di musica, Ferlaino era profondamente legato alla famiglia. Sposò la moglie Angela quando quest’ultima era ancora studentessa universitaria, accompagnandola personalmente a Napoli per sostenere gli ultimi esami accademici durante il loro viaggio di nozze. Dal loro matrimonio nacquero cinque figli: Giuseppe, Rosetta, Ornella, Sergio e Paolo, con i quali condivideva un’esistenza improntata alla riservatezza nella storica abitazione di corso Giovanni Nicotera a Nicastro, all’epoca non ancora accorpata nel comune di Lamezia Terme.

La sua fermezza metodologica e la sua totale impermeabilità alle pressioni ambientali lo resero una figura isolata in un contesto geografico in cui la criminalità organizzata iniziava a penetrare capillarmente i gangli vitali della società e delle istituzioni. La sua determinazione e il suo amore per la Calabria si traducevano in un impegno professionale quotidiano che escludeva qualsiasi forma di protagonismo mediatico, focalizzandosi esclusivamente sulla tutela dello Stato di diritto e della legalità costituzionale.

L’agguato di Corso Nicotera: la sequenza del delitto di Francesco Ferlaino nel caldo pomeriggio lametino

Il 3 luglio 1975, in un pomeriggio estivo caratterizzato da temperature torride, si consuma a Lamezia Terme il primo omicidio eccellente di un magistrato in Calabria per mano della criminalità organizzata. Francesco Ferlaino, sessantunenne, ha appena terminato la sua giornata lavorativa presso gli uffici della Procura Generale di Catanzaro. Come di consueto, sale a bordo della Fiat 124 di servizio, condotta dall’appuntato dei Carabinieri Felice Caruso, per fare rientro a casa per il pranzo.

Intorno alle ore 13:30, la vettura arresta la sua marcia sul corso Giovanni Nicotera a Nicastro, a pochissimi metri dal portone d’ingresso dell’abitazione del magistrato, dove i figli lo attendono per il pasto. L’autista scende per aprire il bagagliaio, estrae un pacchetto contenente documenti personali e lo consegna all’Avvocato Generale. Ferlaino si incammina sul marciapiede per coprire la brevissima distanza che lo separa dall’androne del palazzo. In quel momento, da una traversa opposta dello stradone principale, irrompe una vettura Alfa Romeo di colore amaranto con tre individui a bordo, tutti a volto scoperto.

Dal finestrino posteriore sinistro dell’Alfa Romeo si sporge un killer armato di fucile da caccia. Vengono esplose in rapida successione due scariche di lupara che colpiscono Ferlaino alla schiena, trapassando gli organi vitali e causandone la morte immediata. Il magistrato si accascia esanime sul selciato. L’appuntato Caruso reagisce prontamente estraendo la pistola d’ordinanza Beretta, ma l’autista del commando accelera bruscamente, dileguandosi nel traffico cittadino prima che il militare possa aprire il fuoco.

La ricostruzione della fuga dei sicari evidenzia una meticolosa pianificazione logistica: l’Alfa Romeo amaranto, risultata rubata il giorno precedente a un avvocato di Catanzaro, viene rinvenuta l’indomani sul versante opposto della penisola calabrese, abbandonata a Copanello, una nota località balneare sulla costa ionica. La scelta del luogo di abbandono del veicolo e la sfrontatezza dell’azione a volto scoperto suggeriscono l’impiego di un gruppo di fuoco non originario di Lamezia Terme, ingaggiato appositamente per garantire l’anonimato sul territorio e recidere i legami immediati con i mandanti locali.

La grande trasformazione: la ‘ndrangheta dei sequestri e i miliardi delle grandi opere

Per comprendere la decisione di eliminare un magistrato del calibro di Francesco Ferlaino, è necessario analizzare il delicato momento di transizione strutturale attraversato dalla criminalità organizzata calabrese alla metà degli anni Settanta. Fino a quel periodo, le cosche calabresi erano considerate dalle istituzioni centrali come un fenomeno di delinquenza rurale, arretrato e circoscritto a faide familiari e forme di taglieggiamento locale. Tuttavia, proprio in quegli anni, la Calabria viene investita dai massicci flussi di denaro pubblico stanziati attraverso il “Pacchetto Colombo”, destinati alla realizzazione di colossali complessi industriali, come lo stabilimento SIR a Lamezia Terme e il centro siderurgico a Gioia Tauro, oltre ai lavori per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Le consorterie criminali intuiscono immediatamente l’opportunità di compiere un salto di qualità storico, trasformandosi in imprese mafiose capaci di accaparrarsi i subappalti per il movimento terra, la fornitura di calcestruzzo e la gestione delle maestranze. Per finanziare questo ingresso nell’economia legale e disporre della liquidità necessaria ad acquistare macchinari e corrompere funzionari, le cosche reggine e lametine avviano una massiccia campagna di sequestri di persona. L’anonima sequestri calabrese colpisce sistematicamente i nuclei familiari degli imprenditori più facoltosi, trasformando il rapimento in un’industria criminale altamente redditizia. A Lamezia Terme, in soli quattro anni, vengono sequestrati diversi congiunti di imprenditori locali, creando un clima di terrore che paralizza le forze produttive della zona.

In questo contesto si innesta l’attività investigativa di Ferlaino, che nel 1974 assume il coordinamento delle indagini sul sequestro dell’imprenditore Giuseppe Calì, rapito a Villa San Giovanni. Giuseppe Calì è il fratello di Giovanni Calì, influente presidente del Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Reggio Calabria, indicato dalla stampa dell’epoca come “Don Calì” per la gestione personalistica dell’ente e la discrezionalità nell’assegnazione dei lotti industriali e degli appalti edilizi. Le indagini di Ferlaino svelano che i sequestri non sono episodi isolati di banditismo aspro, ma tappe di una precisa strategia di ricatto orchestrata dalle grandi cosche reggine per imporre la propria presenza all’interno del consorzio industriale e drenare i fondi statali.

Attraverso capillari accertamenti bancari e accertamenti patrimoniali sui flussi finanziari dei clan di Reggio Calabria, Ferlaino comincia a squarciare il velo sulla fitta rete di prestanome e società di comodo utilizzate per ripulire il denaro dei riscatti. Un indagato di rilievo, Antonio Scopelliti, decide di collaborare con il magistrato, rivelando dettagli cruciali sulla gestione dei fondi e sulle complicità eccellenti. Ferlaino comprende l’enorme portata delle dichiarazioni e confida ai familiari di essere sul punto di scoperchiare un sistema di potere vastissimo. Tuttavia, Scopelliti si rifiuta di firmare i verbali ufficiali dell’interrogatorio e riesce a fuggire dal carcere di Lamezia Terme, lasciando il magistrato privo del riscontro formale ma fermamente deciso a proseguire le indagini patrimoniali. Poco dopo la sua ricattura, Scopelliti muore improvvisamente in cella all’età di 38 anni per un presunto infarto, portando con sé i segreti di quella trattativa. Ferlaino, ormai consapevole di aver toccato i vertici di una cupola economico-mafiosa, chiede formalmente di essere esentato dalla direzione delle indagini per poter testimoniare davanti ai colleghi come persona informata sui fatti, ma il piombo dei sicari lo ferma prima che possa verbalizzare le sue scoperte.

Lo scontro con i poteri invisibili: la massoneria deviata e l’ombra di Cosa Nostra

Le ragioni profonde dell’eliminazione di Francesco Ferlaino non si esauriscono nell’ambito delle indagini sui sequestri di persona, ma si intrecciano con la sua ferma opposizione alla nascita di quella “zona grigia” formata dal sodalizio tra criminalità organizzata e massoneria deviata. Nei primi anni Settanta, i vertici della ‘ndrangheta, guidati da Paolo De Stefano, Santo Araniti, i fratelli Nirta e Natale Iamonte, comprendono che per consolidare il proprio potere economico e garantirsi l’impunità giudiziaria è necessario entrare direttamente nelle logge massoniche coperte. In questi templi riservati, i boss mafiosi siedono allo stesso tavolo con esponenti della politica, dell’imprenditoria, delle istituzioni finanziarie e della magistratura, delegando la gestione degli interessi criminali a una rete di insospettabili colletti bianchi.

Ferlaino coglie immediatamente la pericolosità sociale di questa degenerazione e si oppone con rigore a qualsiasi forma di compromesso o infiltrazione mazziniana deviata all’interno degli uffici giudiziari del distretto di Catanzaro. Il suo rifiuto di piegarsi alle logiche della ragnatela massonica e la sua determinazione nel perseguire i patrimoni accumulati illecitamente rappresentano una minaccia mortale per gli equilibri di questo sistema di potere ibrido, che decide quindi di decretare la sua fine per preservare l’invisibilità dei propri legami istituzionali.

A questa dimensione si sovrappone la proiezione ultra-regionale del magistrato, derivante dalla presidenza del celebre “Processo dei 117”, celebratosi dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro tra il 1965 e il 1968. Il dibattimento, trasferito in Calabria per legittimo sospetto in seguito alla strage di Ciaculli, rappresenta il primo grande processo storico contro i vertici di Cosa Nostra siciliana. Nell’aula bunker allestita all’interno della palestra della scuola “Aldisio” di Catanzaro, Ferlaino si trova a giudicare l’intera cupola palermitana e corleonese, tra cui spiccano Luciano Liggio, Salvatore Greco, Giuseppe Calò, Gaetano Badalamenti, Pietro Torretta e Angelo La Barbera.

Il processo si conclude il 22 dicembre 1968 con sentenze esemplari che colpiscono i capi storici della mafia: Pietro Torretta viene condannato a 27 anni di reclusione, Angelo La Barbera a 22 anni e sei mesi, mentre Salvatore Greco e Tommaso Buscetta subiscono una condanna a 10 anni ciascuno in contumacia. Sebbene molte altre posizioni vengano archiviate o si risolvano in assoluzioni per insufficienza di prove, secondo la prassi giuridica del tempo, la conduzione ferma e rigorosa del dibattimento da parte di Ferlaino dimostra la sua assoluta indipendenza e la sua capacità di resistere alle fortissime pressioni esercitate dalla criminalità siciliana, qualificandolo come un nemico giurato delle mafie storiche italiane. L’esito di questo storico giudizio rompe la fragile tregua mafiosa del dopoguerra, che crollerà definitivamente con la strage di viale Lazio a Palermo nel dicembre del 1969, confermando come le decisioni assunte nell’aula presieduta da Ferlaino avessero inciso profondamente sugli assetti di Cosa Nostra.

Un labirinto di indagini infangate e processi senza colpevoli

L’iter investigativo e giudiziario relativo all’omicidio di Francesco Ferlaino si trasforma rapidamente in una palude burocratica caratterizzata da clamorosi ritardi, depistaggi e gravissime lacune procedurali, che condanneranno il caso a un esito di totale impunità. Le prime indagini, delegate alla Criminalpol, si concentrano quasi esclusivamente su una pista di rancore personale, ipotizzando che il magistrato fosse stato assassinato per aver negato un provvedimento di trasferimento carcerario al noto criminale Pino Scriva. Questa tesi, che riduce un delitto di evidente matrice strategico-mafiosa a una vendetta personale da parte di un bandito locale, funge da formidabile cortina fumogena per proteggere i veri mandanti dell’agguato.

L’inchiesta si trascina stancamente fino al rinvio a giudizio di tre imputati, indicati come esecutori e pianificatori dell’agguato. Tuttavia, il processo si conclude nel 1980 con l’assoluzione con formula piena di due dei principali indiziati in tutti i gradi di giudizio per assoluta mancanza di prove. Un ulteriore e clamoroso vizio di forma impedisce l’impugnazione della sentenza di primo grado: il ricorso in appello da parte della pubblica accusa viene depositato oltre i termini stabiliti dalla legge, rendendo l’assoluzione definitiva e precludendo qualsiasi possibilità di revisione del verdetto.

A questo desolante scenario giudiziario si somma la spietata campagna di delegittimazione morale subita da Ferlaino subito dopo il suo assassinio. Nelle ore immediatamente successive al delitto, una delegazione composta da tre membri del Consiglio Superiore della Magistratura giunge a Lamezia Terme con il compito ufficiale di raccogliere elementi sul contesto in cui è maturato l’omicidio. Invece di approfondire le piste investigative legate alle grandi inchieste del magistrato, i commissari si limitano a verbalizzare dicerie locali e insinuazioni malevole sulla vita privata e professionale di Ferlaino, diffuse ad arte dagli ambienti mafiosi e massonici per infangarne la memoria. Questa strategia del fango, finalizzata a presentare il giudice come un personaggio ambiguo e non come un servitore dello Stato caduto nell’adempimento del dovere, ottiene il duplice effetto di isolare la famiglia nel proprio dolore e di disincentivare i colleghi dal proseguire le sue indagini sui patrimoni delle cosche. Il risultato di questi depistaggi è che, a distanza di cinquant’anni dal delitto, lo Stato non è stato in grado di individuare né gli esecutori materiali né i mandanti politici e mafiosi dell’omicidio, lasciando la figura di Ferlaino priva della necessaria e doverosa giustizia.

Le voci del ricordo: la testimonianza della famiglia di Francesco Ferlaino e la supplenza della società civile

Nonostante il silenzio delle aule di giustizia, la memoria di Francesco Ferlaino è rimasta viva grazie all’instancabile impegno dei suoi familiari e all’opera di supplenza civile avviata da alcune associazioni del territorio. La nipote del magistrato, Marina Ferlaino, descrive lo zio come un uomo dotato di una eccezionale determinazione e di un altissimo senso del dovere, capace di coniugare il rigore dell’ufficio con una straordinaria dolcezza paterna e un profondo amore per lo studio del diritto antico e della letteratura classica.

Una delle testimonianze più nitide sul piano professionale giunge dal genero, il magistrato Gregorio Greco, già Presidente del Tribunale di Catanzaro e coniugato con la primogenita Rosetta. Greco ricorda come il suocero affrontasse il proprio ruolo con totale sprezzo del pericolo, citando l’episodio in cui Ferlaino si recò personalmente in Aspromonte per trattare direttamente con i rapitori la liberazione di un ostaggio, dimostrando una concezione della magistratura intesa come servizio attivo sul campo e non come mera applicazione burocratica di codici. Greco ha denunciato a più riprese l’amaro paradosso che circonda la figura di Ferlaino, onorato formalmente dallo Stato con intitolazioni di aule e palazzi di giustizia ma sistematicamente tradito dalla mancanza di una verità giudiziaria sulla sua morte.

La ferita familiare si è trasformata in riscatto sociale grazie all’iniziativa della figlia Ornella, stimata insegnante lametina scomparsa l’8 gennaio 2012. Prima di morire, Ornella decide di donare l’appartamento di famiglia situato in via Fabio Filzi a Lamezia Terme alla “Comunità Progetto Sud”, l’associazione di solidarietà sociale fondata e coordinata da Don Giacomo Panizza. Il 3 luglio 2012, nel trentasettesimo anniversario della morte del magistrato, viene ufficialmente inaugurata la “Casa Giudice Ferlaino”, una struttura sottratta all’oblio privato e destinata ad attività di utilità sociale, studio, progettazione sociale e sostegno a favore di soggetti svantaggiati e disabili. La firma dell’impegno morale sull’uso sociale dell’immobile, consegnata da Don Panizza ai familiari del giudice, rappresenta un esempio straordinario di come il dolore per un’ingiustizia possa tradursi in un presidio concreto di democrazia e solidarietà sul territorio.

A questa iniziativa si affiancano i costanti momenti di commemorazione istituzionale, come l’installazione di una nuova stele commemorativa su corso Giovanni Nicotera a Lamezia Terme, inaugurata il 3 luglio 2024 dall’Associazione Nazionale Magistrati del distretto di Catanzaro, e la messa in scena dello spettacolo teatrale “Toghe rosso sangue” presso il Teatro Grandinetti il 7 luglio 2025, volti a mantenere viva l’attenzione della cittadinanza su un delitto rimasto troppo a lungo ai margini del dibattito nazionale.

L’eredità morale di Francesco Ferlaino e il monito per le nuove generazioni di magistrati

La figura di Francesco Ferlaino, se inserita nel tragico contesto degli anni di piombo e delle stragi di mafia, assume il valore di una straordinaria e drammatica anticipazione storica. Egli cade in un periodo in cui lo Stato viene attaccato su più fronti da un terrorismo eversivo rosso e nero che miete vittime tra i magistrati, come dimostrano i successivi omicidi di Francesco Coco, Vittorio Occorsio, Emilio Alessandrini, Cesare Terranova e Guido Galli. In questo martirologio laico della Repubblica, il sacrificio di Ferlaino si distingue per essere rimasto a lungo un delitto “silenzioso”, consumato in una terra apparentemente periferica ma in realtà laboratorio centrale dei nuovi assetti del capitalismo criminale.

L’eredità morale che Francesco Ferlaino consegna ai giovani colleghi che oggi vincono il concorso in magistratura e vengono destinati alle procure di frontiera risiede interamente nella sua concezione della giurisdizione. Ferlaino ha dimostrato che il magistrato non può essere un freddo esegeta della norma, ma deve possedere la capacità di leggere i mutamenti socio-economici del territorio in cui opera, sapendo cogliere le connessioni tra l’ala militare delle cosche e i salotti apparentemente rispettabili della finanza e della politica.

La sua solitudine, acuita dal fango delle insinuazioni post-mortem, rappresenta un monito perenne sulla necessità che la magistratura sappia fare argine comune a difesa dei propri membri più esposti, rifiutando le logiche di fazione e le ambizioni personali che indeboliscono la credibilità dell’istituzione costituzionale. L’esempio di Ferlaino risiede nella sua quotidiana e silenziosa normalità: la normalità di un uomo che amava il latino e la musica, che accompagnava la moglie agli esami e che ogni mattina, prima di entrare in tribunale, cercava nella fede la forza per applicare la legge dello Stato con imparzialità e rigore. Questa normalità, spezzata dalla lupara mafiosa nel caldo mezzogiorno di Lamezia Terme, costituisce la più solida e preziosa eredità morale per chiunque decida di indossare la toga a difesa della Costituzione e dei diritti dei cittadini.

Roberto Greco

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