Il silenzio spezzato sul viadotto Akragas: cronaca di una morte annunciata e il dramma silenzioso dei cantieri siciliani

La dinamica del decesso, avvenuto nelle battute conclusive del turno lavorativo, è attualmente al centro di un’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura della Repubblica di Agrigento

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La morte di Gerlando Gino Brucceri, l’operaio agrigentino di cinquantatré anni che ha perso la vita all’interno del cantiere di manutenzione straordinaria del viadotto Akragas, riapre con violenza una ferita mai rimarginata nel tessuto sociale ed economico della Sicilia. Sposato, padre di due figlie, Brucceri era uno dei tanti volti invisibili che popolano i grandi cantieri infrastrutturali dell’isola, sospesi da anni tra ritardi cronici, finanziamenti a singhiozzo e condizioni operative complesse. La dinamica del decesso, avvenuto nelle battute conclusive del turno lavorativo, è attualmente al centro di un’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura della Repubblica di Agrigento, supportata dai rilievi tecnici condotti dai carabinieri della Compagnia locale, dai vigili del fuoco e dagli ispettori dello Spresal, il braccio ispettivo dell’Azienda Sanitaria Provinciale deputato alla vigilanza sulla sicurezza negli ambienti di lavoro.

La dinamica della morte

Nelle prime ore successive al ritrovamento del corpo, sono state fornite versioni parzialmente discordanti che l’esame autoptico dovrà necessariamente chiarire. In una nota ufficiale diramata da Anas, la società committente dei lavori di recupero strutturale del ponte ex Morandi che unisce Agrigento a Porto Empedocle, l’operaio sarebbe stato rinvenuto privo di sensi lungo una pedana metallica della struttura. La stessa azienda ha ipotizzato in prima battuta un malore improvviso come causa scatenante della tragedia, esprimendo formale vicinanza ai familiari e garantendo la massima collaborazione agli inquirenti. Tuttavia, le prime risultanze dei rilievi sul campo e le indagini dei tecnici dello Spresal evidenziano sul corpo dell’uomo alcune fratture craniche e traumi multipli, rilevando una posizione del cadavere ritenuta anomala per un semplice collasso cardiovascolare. Gli investigatori non escludono affatto l’ipotesi dell’infortunio sul lavoro puro, legato a una caduta da un ponteggio o da un’impalcatura da un’altezza stimata di circa tre metri, forse provocata proprio da un capogiro originato dalle temperature torride che stanno flagellando la costa meridionale dell’isola in questa prima decade di luglio.

Tutto è ina mano al medico legale

L’ambiguità iniziale tra il malore fatale e l’incidente traumatico da caduta dall’alto rappresenta un cliché tristemente noto alle cronache giudiziarie del lavoro. Sarà la relazione del medico legale a stabilire se le lesioni riscontrate siano state la causa della morte o la conseguenza di un impatto al suolo successivo alla perdita di coscienza. Ma dal punto di vista giornalistico e sindacale, la distinzione perde gran parte del suo valore assoluto se calata nel contesto del cantiere edile estivo in Sicilia. Lavorare sui ponteggi sospesi nel vuoto a temperature che superano costantemente i trentotto gradi all’ombra, con tassi di umidità soffocanti e l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuale, trasforma il rischio biologico da calore in un fattore d’infortunio diretto.

Continua la lunga linea di sangue

La tragedia del viadotto Akragas non è un episodio isolato, ma si inserisce in una mappa del rischio che vede la Sicilia saldamente posizionata nei vertici più critici delle classifiche nazionali sulla sicurezza. Il quadro complessivo dei primi sei mesi dell’anno corrente, delineato dai dati parziali dell’Inail e dai report mensili elaborati dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, evidenzia un andamento drammatico. Nel periodo compreso tra il primo gennaio e la fine di maggio del corrente anno, l’Italia ha registrato trecentosettanta vittime totali sul lavoro. Di queste, la quota preminente di duecentosessantanove decessi è avvenuta direttamente in occasione di lavoro, mentre le restanti sono state classificate come infortuni in itinere, ovvero nel tragitto logistico tra la casa e il luogo di impiego.

La Sicilia continua ad essere maglia nera

All’interno di questo scenario, la Sicilia è stata inserita ufficialmente in zona rossa, una classificazione che raggruppa le regioni italiane con un’incidenza di mortalità superiore di oltre il venticinque percento rispetto alla media nazionale, la quale si attesta su un indice di undici decessi ogni milione di occupati. Al trentuno maggio, la sola regione siciliana registrava già ventisei morti bianche complessive dall’inizio dell’anno, un dato parziale che l’inizio della stagione estiva e i successivi incidenti di giugno e dei primi giorni di luglio hanno tragicamente aggiornato verso l’alto.

L’analisi strutturale del fenomeno infortunistico in terra siciliana rivela costanti macroscopiche che si ripetono con regolarità statistica. Il comparto delle costruzioni e dell’edilizia, di cui il cantiere dell’Akragas è un macro-esempio, si conferma in assoluto il settore economico più esposto e colpito dalle conseguenze fatali. La frammentazione dei subappalti, la catena spesso troppo lunga di imprese coinvolte nella medesima opera pubblica e il ricorso frequente a manodopera anagraficamente avanzata creano un cortocircuito gestionale. I dati nazionali e regionali indicano infatti che i lavoratori over sessantacinque e la fascia d’età immediatamente precedente, quella compresa tra i cinquanta e i sessantaquattro anni alla quale apparteneva lo stesso Brucceri, subiscono un indice di mortalità nettamente superiore alla media dei colleghi più giovani, scontando il peso di mansioni fisicamente usuranti protratte nel tempo.

Aumentano gli incidenti delle donne lavoratrici

Altro dato di rilievo emerso dai monitoraggi di quest’anno riguarda il fattore temporale e di genere. Le denunce complessive di infortunio sul territorio nazionale e regionale hanno subito un incremento percentuale del cinque per cento rispetto allo stesso intervallo temporale dello scorso anno. Si registra inoltre una crescita delle morti che colpiscono le donne lavoratrici e una sproporzione drammatica per quanto riguarda i lavoratori di nazionalità straniera, il cui rischio di perdere la vita in un cantiere o in un campo agricolo è oltre tre volte superiore rispetto a quello dei colleghi italiani. Sotto il profilo strettamente statistico dei giorni della settimana, le rilevazioni istituzionali indicano il giovedì come la giornata più luttuosa della settimana lavorativa, concentrando oltre il ventidue percento degli eventi mortali totali, seguita a breve distanza dal lunedì e dal venerdì.

La morte sul lavoro di un operaio edile ad Agrigento, dunque, non può essere derubricata a mera fatalità dettata dal destino. Le indagini della Procura dovranno chiarire se nei ponteggi del viadotto Akragas fossero attivi e rispettati i piani di sicurezza e coordinamento, se fossero stati predisposti i turni di riposo necessari per fronteggiare l’ondata di calore anomala e se i sistemi anticaduta fossero idonei. Resta il fatto che, mentre il dibattito pubblico e istituzionale si concentra spesso sui tempi di consegna delle grandi opere e sul superamento dei blocchi stradali, la contabilità delle vittime nei cantieri siciliani continua ad aggiornarsi con una regolarità che mina alla radice il principio costituzionale del diritto al lavoro inteso come fonte di dignità e non come pericolo per la propria sopravvivenza.

Roberto Greco