Un giornalista d’inchiesta. Il ricordo di Mario Francese nel nuovo libro di Fabio Pilato

Un noir civile che si ispira alla storia del giornalismo siciliano più coraggioso, richiamando la figura di Mario Francese e Giuseppe Fava. Senza retorica. Ma come presenza etica che attraversa le pagine

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E’ uscita l’opera seconda di Fabio Pilato. Un noir civile che mette in scena la solitudine di chi sceglie di non arretrare e il prezzo personale della coerenza. Un noir civile in cui protagonista, Carlo Lozzi,è un giornalista investigativo e filosofo di formazione. Un noir civile che si ispira alla storia del giornalismo siciliano più coraggioso, richiamando la figura di Mario Francese e Giuseppe Fava. Senza retorica. Ma come presenza etica che attraversa le pagine. Si tratta di Un giornalista d’inchiesta, l’ultimo romanzo di Fabio Pilato pubblicato da Linea Edizioni, seguito ideale de “Il magistrato ipocrita” che riporta sulla scena il personaggio di Carlo Lozzi, giornalista d’inchiesta e filosofo di formazione noto come “Platone”.

Magistrato, attualmente in ruolo alla Procura di Caltanissetta, Fabio Pilato ha incontrato la figura di Mario Francese «insieme a quella delle altre vittime eccellenti e costituisce uno dei capisaldi della mia formazione culturale e professionale», ci racconta.

Un romanzo, quindi, che si ispira a figure iconiche del giornalismo siciliano. Con la schiena dritta davanti ai potenti. Un romanzo che rappresenta una riflessione profonda sul coraggio necessario per restare indipendenti, ancora oggi, in un’epoca di verità manipolate. «Penso – ha proseguito Pilato – che la letteratura sottrae dignità alla memoria solo quando ne tradisce il senso. Per me citare Francese significa trasferire nella finzione un metodo, un’etica dello sguardo, una postura morale e non sfruttare una biografia o appropriarsi di un sacrificio. Un romanzo che fa questo in punta di piedi non consuma la memoria ma la prolunga».

Mario Francese paga con la propria vita il prezzo più alto. Per le sue inchieste che svelavano i legami tra criminalità organizzata, politica e affari, in particolare legati agli appalti pubblici. Francese comprende, per primo, l’ascesa al potere dei Corleonesi. Di cui fece i nomi, inclusi quelli di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Carlo Lozzi è vivo, nella sapiente penna di Pilato. Ma vive costantemente a rischio della propria vita. E capisce cosa vuol dire essere un giornalista d’inchiesta libero e indipendente. Un giornalista che ricerca verità e giustizia, insensibile a ogni forma di condizionamento del potere. E che si insinua nei tanti misteri sempre più fitti che circondano Roma, il governo, il sottobosco politico mondano, l’imprenditoria, la magistratura, i servizi segreti e le associazioni mafiose. Come fece Francese, che si trovò a raccontare il potere. Quello che si fa strada attraverso misteriosi delitti, perpetrati da menti raffinatissime e insospettabili, animato da oscuri burattinai. Che dominano la vita politica, economica, religiosa e finanziaria della società odierna. Pilato salva Carlo Lozzi. E lo salva due volte. La prima scrivendo questa nuova storia. La seconda perché Lozzi non è più recluso nel piccolo, seppur vastamente intriso di misteri, collusioni e criminali, giardino di provincia. Lozzi va a Roma. Promozione sicuramente meritata. Ma per tutto c’è sempre un prezzo da pagare. Perché di fronte a lui si para il peggiore dei suoi nemici: Giano bifronte.

Fabio Pilato

Ma Pilato va oltre, dipingendo un quadro che si svela essere una sorta di girone infernale dantesco da cui la giustizia, la verità, la cultura e la democrazia escono piuttosto ammaccate. Un quadro nei cui dettagli si legge l’eredità che Mario Francese ha lasciato a tutti noi. «Innanzitutto il metodo – racconta Pilato -. La verità non emerge dall’evento isolato, ma dalla ricostruzione sistemica dei fatti. È stato tra i primi a comprendere che Cosa nostra non era solo violenza criminale, ma struttura di potere integrata con politica, affari, apparati amministrativi e grandi opere. Lascia l’idea che il cronista non debba limitarsi alla cronaca nera, ma assumersi il rischio dell’analisi: studiare atti, incrociare nomi, leggere i silenzi, collegare fatti apparentemente lontani. Un giornalismo che non cerca la notizia facile, ma si assume la responsabilità della comprensione». E la coraggiosa ricerca della verità «come dovere etico per un giornalista prima ancora che come dovere d’ufficio, in totale assenza di tutele, scorte, protezione o filtri di alcun tipo, senza alcuna forma di riparo» conclude Pilato.

Un libro da leggere. Tutto d’un fiato. Anche perché le sue oltre 400 pagine sono dense di mille riflessioni e di mille riferimenti culturali. E di vita interiore dei tanti personaggi che circondano Lozzi, con le sue propensioni per il pensiero astratto filosofico. Fino a diventarne stile di vita. E per ricordare a tutti noi che oggi un diverso giornalismo è possibile. Un giornalismo che punta alla qualità dell’informazione. E non si fa condizionare dal mainstream, dal populismo e dai click facili.

Roberto Greco

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