Quella del 2003 fu un’estate eccezionalmente calda per gli standard dell’epoca, soprattutto in Sicilia in cui l’afa fece da padrona per gran parte della bella stagione. In quel periodo era possibile vedere di frequente delle persone per strada che, esasperate dal caldo, si gettavano addosso delle intere bottiglie d’acqua. Tentando così di trovare un po’ di refrigerio. A parte i problemi di natura climatica, l’estate stava passando in maniera abbastanza serena sull’isola.
Ciò fino alla notte tra il 12 e il 13 agosto, quando a Trapani la diciannovenne Giovanna Comunale fu bruciata viva da Rosa Di Maggio, moglie dell’uomo con cui la ragazza aveva intrapreso una relazione. Una storia di cronaca nera che sconvolse la nazione intera per le modalità brutali con cui la diciannovenne fu uccisa, ma anche perché i suoi carnefici furono gli adulti che avrebbero dovuto proteggerla. Una vicenda che dopo 23 anni dalla morte di Giovanna non smette di insegnare.
L’antefatto
Il concerto di situazioni che porteranno alla tragica morte di Giovanna Comunale ebbero inizio qualche anno prima, quando suo padre si ammalò di tumore e morì nel giro di otto mesi dalla scoperta della malattia. Fu un duro colpo per la famiglia Comunale anche a livello economico, infatti la madre lavorava soltanto saltuariamente. In questo momento di grossa difficoltà emotiva, la famiglia Comunale dovette comunque riorganizzarsi per sbarcare il lunario e i fratelli di Giovanna si misero subito in cerca di un lavoro. Ma non lei perché aveva soltanto 14 anni e doveva ancora terminare gli studi.
Inoltre, la madre di Giovanna era molto protettiva con lei e non le permetteva ancora di uscire con gli amici. Motivo per cui la ragazza frequentava spesso la chiesa evangelica di cui la famiglia faceva parte. Proprio lì conobbe Rosa Di Maggio, 34 anni, e Giacomo Messina, 38 anni. Entrambi lavoravano in una ditta di pulizie ed erano sposati da 14 anni. I due purtroppo non riuscivano ad avere figli, nonostante ci provassero da anni, e anche per questo motivo si affezionarono subito alla piccola Giovanna. La coppia conobbe poi tutta la famiglia Comunale e strinsero subito una bella amicizia.
Il trasferimento
Il destino, però, sembrò proprio accanirsi con la famiglia Comunale a cui si ruppe un tubo dell’acqua della cucina e furono costretti ad effettuare degli importanti lavori di riparazione, che li costrinsero a lasciare l’abitazione per qualche mese. Proprio Giacomo e Rosa, a quel punto, si offrirono di ospitarli a casa loro, per tutto il tempo necessario al termine del lavori e la famiglia Comunale accettò. La convivenza, almeno inizialmente, sembrò procedere serenamente, ma la madre di Giovanna cominciò a notare in lei qualcosa di strano.
La ragazza era evidentemente provata dalla perdita del padre, dalle difficoltà economiche della famiglia e dal, seppur temporaneo, trasferimento. Ma la madre notò nascere un rapporto ambiguo tra Giovanna e Giacomo che tentò di arginare, senza successo. Sperava che una volta tornati a casa, questo strano rapporto che si era creato tra sua figlia, Giacomo e Rosa si sarebbe interrotto, ma non fu così. Rosa, infatti, in Giovanna rintracciava la figlia che non aveva mai avuto e per tale ragione non voleva vedere che invece tra suo marito e la giovane si stesse creando un rapporto diverso da quello tra padre e figlia. Dal canto suo Giacomo non rendeva plateale il suo interesse per Giovanna perché lei era ancora minorenne. Di fatto, però, Rosa dovette fare i conti con la triste realtà.
Il triste epilogo
Nel frattempo Giovanna compì diciotto anni e fuggì dalla casa della madre per andare a vivere in un camper insieme a Giacomo, convinta di poter costruire con lui una nuova vita nonostante le tensioni e le ostilità che quella scelta aveva provocato. Il camper divenne la loro abitazione, ma anche il luogo in cui si consumò la tragedia. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 2003, mentre la coppia dormiva, il mezzo fu cosparso di benzina e incendiato.
Le fiamme si propagarono in pochi istanti, trasformando il camper in una trappola. Giacomo riuscì a uscire, riportando gravissime ustioni nel tentativo di mettere in salvo la ragazza, mentre Giovanna rimase intrappolata all’interno dell’abitacolo. Quando i soccorritori riuscirono a estrarla, le sue condizioni erano disperate, perché aveva riportato ustioni estese su gran parte del corpo e una grave compromissione delle vie respiratorie dovuta all’inalazione dei fumi tossici sviluppati dall’incendio.
Trasferita d’urgenza in ospedale a Palermo e ricoverata nel reparto grandi ustionati, fu sottoposta a cure intensive, ma i medici compresero fin da subito la gravità del quadro clinico. Dopo giorni di agonia e di tentativi disperati per salvarle la vita, Giovanna morì a soli diciannove anni a causa delle gravissime ustioni e delle complicazioni provocate dall’incendio, ponendo fine a una vicenda che sconvolse profondamente l’opinione pubblica. Le indagini, infatti, portarono rapidamente a Rosa Di Maggio, ritenuta responsabile dell’incendio doloso. La donna fu processata e condannata a 16 anni di reclusione.
Sonia Sabatino
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