Giuseppe La Franca, ucciso dalla mafia per aver difeso la sua terra

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L’ex funzionario di banca sfidò la “mafia dei pascoli” nel territorio di Partinico e pagò con la vita il coraggio di non piegarsi ai boss locali

Nel corso degli anni Novanta il comprensorio di Partinico (provincia di Palermo) era stretto nella morsa di Cosa Nostra. In quegli anni si consumò una feroce lotta di potere tra clan rivali: da un lato la storica famiglia Geraci, legata al boss Bernardo Provenzano, dall’altro l’astro nascente dei fratelli Vitale, Leonardo e Salvatore “Vito” Vitale, detti i Fardazza, alleati dei corleonesi di Totò Riina. Questa faida interna culminò nell’eliminazione dei vecchi capimafia locali: il 23 novembre 1997 il boss Antonino “Nenè” Geraci (detto “il giovane” per distinguerlo dallo zio omonimo, già padrino di Partinico) fu assassinato a colpi d’arma da fuoco nei pressi dell’ospedale Civico di Partinico. L’omicidio di Geraci rientrava nella strategia dei Vitale per consolidare il proprio dominio sul mandamento: secondo le indagini, killer “prestati” da un clan alleato fecero “un favore” a Vito Vitale eliminando Geraci, che aspirava a succedere allo zio come capomafia. Per questo delitto Vito Vitale fu in seguito condannato all’ergastolo.

In quegli stessi anni, il clima di violenza mafiosa non risparmiò nemmeno la società civile. La cosca dei Vitale, per finanziare e rafforzare il proprio potere, mise in atto un’offensiva sul territorio fatta di estorsioni, minacce e attentati mirati soprattutto ai proprietari terrieri della zona. Era la cosiddetta “mafia dei pascoli”, un ricatto mafioso finalizzato a impadronirsi di terreni e fattorie per il pascolo abusivo del bestiame. I boss di Partinico volevano misurare il proprio dominio “in lotti di pascolo”, segno tangibile del controllo sul territorio, e per farlo non esitavano a taglieggiare gli agricoltori, costringendone molti a vendere o abbandonare le campagne. Chi osava opporsi rischiava la vita. In questo contesto maturò la tragica vicenda di Giuseppe La Franca, un uomo perbene che scelse di non chinare la testa di fronte alla prepotenza mafiosa.

Un galantuomo contro la prepotenza dei boss locali

Giuseppe La Franca era una figura ben nota nella comunità di Partinico. Nato nel 1926 da famiglia locale stimata, aveva studiato giurisprudenza ed era diventato funzionario presso il Banco di Sicilia. Dopo la pensione, si dedicava con passione ai poderi agricoli di famiglia siti in contrada Cambuca, una zona rurale ai confini tra Partinico e Monreale. Amava la campagna e conduceva una vita semplice, da uomo onesto e rispettoso della legge, tanto che in paese il suo nome era sinonimo di integrità e legalità. La Franca viveva tra città e campagna, dividendosi tra il lavoro in banca (a Palermo) e la cura dei terreni durante il tempo libero. Legatissimo alla famiglia, aveva sposato una vedova con figli, che crebbe e amò come propri. In paese di lui si diceva fosse un “galantuomo”, un cittadino esemplare per rettitudine e coraggio civile.

Proprio questa statura morale portò Giuseppe La Franca a scontrarsi con i nuovi padrini di Partinico. I fratelli Vitale, divenuti capicosca a metà anni ’90, avevano messo gli occhi su un caseggiato rurale appartenente a parenti di La Franca e miravano ad acquisire i terreni circostanti per allargare i propri pascoli. Molti altri proprietari nella zona, intimoriti dalle minacce, avevano già ceduto o abbandonato le terre di famiglia pur di non mettersi contro i boss. Ma Giuseppe La Franca fu diverso: rifiutò di piegarsi alle pretese mafiose e rivendicò ostinatamente i propri diritti. Continuò imperterrito a frequentare i suoi campi, mostrando pubblicamente di esserne il legittimo padrone, e denunciò i danneggiamenti provocati dalle mandrie dei Vitale sulle sue proprietà. Quella sua ferma caparbietà, silenziosa ma inflessibile. rappresentava un affronto intollerabile per i boss locali: La Franca dava “troppo fastidio a quei rozzi mafiosi prepotenti” poiché costituiva un cattivo esempio per gli altri proprietari, dimostrando che era possibile resistere senza chinare la testa. Decisero così di eliminarlo.

L’agguato del 4 gennaio 1997

All’alba del 4 gennaio 1997 Giuseppe La Franca si recò come di consueto nel suo podere a Cambuca, nei pressi della diga dello Jato. Era una fredda mattina d’inverno nelle campagne; pioggia e vento sferzavano la zona. Fu allora che i mafiosi entrarono in azione. Secondo la ricostruzione emersa in seguito, il killer che tese l’agguato fu Antonino “Ninetto” Madonia, un sicario palermitano del quartiere Borgo Vecchio, agito per conto dei boss di Partinico. Appena La Franca giunse sulla strada provinciale 30 che costeggia il suo terreno, i sicari gli spararono addosso diversi colpi di pistola, centrandolo mortalmente. L’uomo cadde a terra sul ciglio sterrato della provinciale: il volto riverso nel fango lasciato dalla pioggia, stringeva ancora in mano un pugno di terra, quasi a simboleggiare l’attaccamento alla propria amata campagna. Così si spense, a 70 anni, “un uomo libero” che aveva osato sfidare la mafia dei pascoli.

Il corpo senza vita di La Franca venne rinvenuto poco dopo. La notizia dell’omicidio si diffuse rapidamente a Partinico e suscitò sdegno e paura. Fu immediatamente chiaro a tutti il movente mafioso dell’agguato: La Franca era stato punito per aver difeso con coraggio le sue terre dal dominio dei boss. Le istituzioni locali reagirono proclamando il lutto cittadino a Partinico, e in molti compresero la gravità della sfida lanciata dai mafiosi uccidendo un pensionato innocente. Ai funerali parteciparono centinaia di persone commosse e indignate. Persino il Presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, volle intervenire di persona: si recò a Partinico nei giorni successivi e pronunciò parole durissime, chiedendo alle forze dell’ordine di “riconquistare il controllo del territorio” e di non lasciare “nemmeno un palmo di territorio” in mano alla mafia. Mentre Scalfaro parlava alla cittadinanza, a poca distanza i Vitale ostentavano il loro disprezzo continuando a far scaricare sulla strada i liquami delle proprie vacche, simbolo di un’arroganza criminosa che sembrava ancora impunita.

Le prime indagini sull’omicidio, tuttavia, si rivelarono difficili. Il nome di Vito Vitale, detto Fardazza, era “sulla bocca di tutti” sin dal primo momento quale possibile mandante dell’assassinio. I carabinieri eseguirono subito controlli straordinari, sequestrando decine di bovini e alcune stalle riconducibili alla cosca Vitale. Ma di prove concrete inizialmente non ne emersero, e nessun pentito di mafia parlò subito del caso. In quel periodo la violenza mafiosa nell’area era così diffusa che, nel giro di pochi mesi, altri gravi fatti di sangue oscurarono mediaticamente l’omicidio La Franca. Oltre all’uccisione del boss Geraci nel novembre 1997, nel giugno 1998 avvenne un altro delitto eccellente: quello di Salvatore Reina, un commerciante di Partinico sospettato dai Vitale di fare da informatore per Provenzano. Reina fu assassinato il 20 giugno 1998 su ordine di Giuseppina “Giusy” Vitale, sorella di Vito e Leonardo, che dopo l’arresto dei fratelli aveva preso le redini della cosca. La stessa Giusy, una delle rarissime “donne boss” di Cosa Nostra, dimostrò così di saper guidare con ferocia il clan familiare, facendo eliminare chiunque fosse ritenuto una minaccia o un traditore. In quegli anni di piombo, dunque, il sangue continuò a scorrere nel partinicese: agguati, lutti e attentati si susseguirono e “in breve fecero cadere l’oblio” sul delitto di Giuseppe La Franca, destinato a rimanere irrisolto in assenza di immediati riscontri investigativi.

L’inchiesta e un’attesa giustizia mancata

Per alcuni anni l’omicidio La Franca rimase ufficialmente senza colpevoli. Solo nel 2001, a quattro anni dai fatti, la Procura di Palermo riaprì le indagini, sospettando formalmente il boss Vito Vitale grazie a nuove intercettazioni ambientali. Gli inquirenti ritennero “con tutta probabilità” che fosse stato proprio Vitale in persona a sparare a La Franca, compiendo una vendetta privata contro chi osava ostacolarlo. Del resto, già nel 1998 Vito Vitale era finito in manette (il 14 aprile 1998) ponendo fine alla sua sanguinosa ascesa criminale. Tuttavia, le prove raccolte nel 2001 non furono considerate sufficienti per un processo. La svolta giudiziaria arrivò solo qualche anno più tardi, grazie al pentimento di Giusy Vitale. Arrestata nel 1998 e poi di nuovo nel 2003, la giovane donna decise infine di collaborare con la giustizia nel 2005, diventando la prima pentita di mafia di rango boss in Sicilia. Giusy rivelò molti segreti della cosca di Partinico e anche la verità sull’omicidio La Franca: secondo le sue dichiarazioni, il mandante dell’assassinio fu il fratello Leonardo Vitale, mentre l’esecutore materiale fu Nino Madonia, già noto killer palermitano. Questa ricostruzione differiva in parte dai sospetti iniziali su Vito, suggerendo che a ordinare il delitto fosse stato Leonardo, forse infastidito quanto il fratello dall’ostinazione di La Franca, e che l’omicidio venne eseguito da un sicario “in prestito” da Palermo.

Le rivelazioni di Giusy Vitale permisero di riaprire formalmente il caso e soprattutto di far riconoscere dallo Stato la natura mafiosa del delitto. Giuseppe La Franca venne ufficialmente dichiarato “vittima innocente di mafia”, con tutto ciò che ne consegue in termini di memoria e risarcimento per i familiari. Ciononostante, la giustizia penale non arrivò mai in fondo: nessuno è mai stato condannato per l’omicidio La Franca. Le dichiarazioni della sola Giusy, infatti, non bastavano a sostenere un’accusa in tribunale senza riscontri esterni. Come denunciato amaramente dal figlio di Giuseppe, Claudio Burgio, né la Procura guidata da Gian Carlo Caselli né i magistrati dell’epoca vollero procedere a rinviare a giudizio Leonardo Vitale “perché non vi erano né riscontri né altri pentiti” a corroborare l’accusa. Anche dopo l’ufficiale riconoscimento dello status di vittima di mafia, il fascicolo giudiziario non portò ad ulteriori sviluppi concreti. In sostanza, l’omicidio di questo onesto proprietario terriero è rimasto impunito: una ferita aperta sia per i familiari sia per lo Stato, che pure ne aveva riconosciuto il sacrificio.

«La Procura non ha mai voluto procedere contro Leonardo Vitale, ripete con rabbia Claudio Burgio, anche quando a mio padre è stato riconosciuto lo status di vittima di mafia». I familiari di La Franca hanno dovuto lottare a lungo per ottenere verità e riconoscimento. Per anni, ricorda Ignazio De Francisci (magistrato e parente della vittima), Giuseppe è rimasto “un morto di serie B”: inizialmente ignorato e sottovalutato, quasi dimenticato in una terra assuefatta alla violenza mafiosa. «Mio padre è stato ucciso dalla mafia, ma non gli è stata resa giustizia fino in fondo» testimonia con dolore il figlio Claudio, dando voce al sentimento di delusione verso uno Stato che non è riuscito a punire i colpevoli. Eppure, malgrado le sconfitte giudiziarie, il seme piantato dall’esempio di La Franca avrebbe col tempo dato i suoi frutti nella società civile.

Memoria, testimonianze e rinascita civile

A distanza di anni, la figura di Giuseppe La Franca è divenuta simbolo di coraggio civico e la sua memoria viene onorata come quella di un eroe borghese martirizzato dalla mafia. Già nei giorni successivi al delitto, la sua morte fece “ribollire le coscienze” di molti cittadini onesti. Da allora varie iniziative hanno tenuto vivo il suo ricordo. A Partinico è nato l’Osservatorio per lo Sviluppo e la Legalità “Giuseppe La Franca”, un centro che porta il suo nome e promuove attività educative ispirate ai valori di legalità e giustizia che avevano contraddistinto la vita di Giuseppe. Nel 2012, un immobile confiscato al clan Vitale, la vecchia casa-bunker di Vito Vitale, è stato destinato a sede del movimento antiracket di Partinico e intitolato proprio a La Franca, “l’eroe borghese ucciso dal clan Vitale per aver difeso con coraggio la sua proprietà”. Su quelle stesse mura dove i Fardazza pianificavano delitti e intimidazioni, oggi campeggia l’insegna di un comitato antiracket impegnato a liberare commercianti e imprenditori dal pizzo. È un segnale di riscatto: la società civile partinicese, con il sostegno di associazioni come Addiopizzo e la Federazione Antiracket, ha saputo trasformare il dolore in impegno concreto, creando una rete di oltre cento operatori economici che si sono uniti per dire no alla mafia. Anche questo cambiamento culturale è parte dell’eredità morale lasciata da uomini come La Franca.

Ogni anno, il 4 gennaio, le comunità di Partinico e Monreale si ritrovano per commemorare Giuseppe La Franca. Una corona di fiori viene deposta davanti al cippo eretto in contrada Cambuca, esattamente nel punto in cui cadde. Autorità civili e militari partecipano assieme ai familiari e ai cittadini comuni, a testimonianza che il suo esempio non è dimenticato. Durante la commemorazione del venticinquesimo anniversario, nel 2022, Claudio Burgio ha espresso pubblicamente la speranza che il sacrificio di suo padre serva almeno a educare le nuove generazioni alla legalità: “Tenere sempre la schiena dritta, la testa alta e non piegarsi mai a nessuna forma di violenza” – ha dichiarato il sindaco di Monreale, rivolgendosi ai giovani nel ricordo di La Franca. E nel 2025, a 28 anni dall’omicidio, l’amministrazione ha intitolato a Giuseppe La Franca una via di Grisì (frazione di Monreale) proprio nei pressi del luogo dell’eccidio, affinché il suo nome resti ben visibile nel tessuto del territorio che difese.

Le testimonianze dei familiari aggiungono un toccante ritratto umano di Giuseppe accanto alla cronaca. La nipote Floriana, che era bambina nel 1997, ricorda il nonno al di là del ruolo pubblico: «Non potrò mai dimenticare la purezza della sua anima, la gentilezza dei suoi modi… Preferisco ricordare l’immagine di lui che correva nel campo di grano, piuttosto che quella di un uomo riverso a terra. Prima di essere “l’avvocato La Franca, vittima di mafia”, era mio nonno ed è in quanto tale che voglio ricordarlo». Parole che restituiscono la dimensione intima di un uomo giusto e semplice, la cui vita è stata spezzata dall’ingiustizia mafiosa. Anche Ignazio De Francisci, cugino di La Franca e magistrato oggi in quiescenza, sottolinea come Giuseppe fosse «sempre rispettoso delle istituzioni e delle leggi», un cittadino modello ancor prima che una vittima. Nella sua testimonianza, De Francisci descrive l’orrore di quella mattina, il corpo di suo cugino disteso nel fango gelido, e confessa la propria amarezza per una vicenda in cui lo Stato non ha saputo prevalere: «La lotta alla mafia non è un cammino facile… Ci sono anche le sconfitte, e bruciano tutte, questa in modo particolare».

Eppure, dal sacrificio di Giuseppe La Franca germoglia anche una speranza di riscatto. La sua “legittima ostinazione” nel difendere i propri diritti ha fatto sì che oggi il suo nome sia divenuto simbolo di coraggio civile. La Franca ha “scosso le coscienze” di una comunità, indicando la strada a quanti erano rimasti troppo a lungo in silenzio per paura. La sua memoria, custodita nei luoghi, nelle intitolazioni e nelle iniziative antimafia, continua a parlare alle nuove generazioni. La lezione che ci lascia è quella di un uomo dalla schiena dritta che, pur sapendo i rischi, non ha accettato compromessi con l’illegalità e per questo ha pagato con la vita. Come lo ha definito lo stesso De Francisci, Giuseppe La Franca fu un “mite eroe borghese, ucciso perché non ha voluto abbassare la testa”. A distanza di anni, il suo esempio illumina ancora la strada di chi, in Sicilia, crede in una terra finalmente libera dal giogo mafioso.

Roberto Greco

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