Gli alamari cuciti sulla pelle

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 9 minutes
in ricordo di Carlo Alberto dalla Chiesa

Carlo Alberto si sistemò la cravatta, abbottonò il gilet e indossò la giacca. Raggiunse lo specchio. Si fermò un attimo per guardarsi. I suoi occhi divennero umidi. Era la prima volta nella sua vita che non indossava la sua divisa, quella di Generale di corpo d’armata e Vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, per rappresentare lo Stato. Il 6 aprile 1982 era stato nominato Prefetto dal Consiglio dei Ministri. Carlo Alberto dalla Chiesa sarebbe stato il cinquantottesimo Prefetto di Palermo dall’Unità d’Italia.

All’inizio del 1982, la Sicilia era insanguinata dalla cosiddetta seconda guerra di mafia: i Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano stavano eliminando i capi delle cosche storiche palermitane e imponendo la loro supremazia con una serie di omicidi efferati, colpendo anche bersagli eccellenti come politici, magistrati e poliziotti. Fu in questo clima di emergenza che il governo presieduto da Giovanni Spadolini, con Virginio Rognoni ministro dell’Interno, decise di inviare a Palermo il generale dalla Chiesa nominandolo Prefetto del capoluogo siciliano. L’idea, sostenuta anche da figure come Pio La Torre, era di impiegare contro Cosa Nostra lo stesso approccio vincente che dalla Chiesa aveva adottato contro il terrorismo. Prima di accettare, il generale espresse qualche perplessità: temeva di essere isolato e pretese precise garanzie sui poteri straordinari e i mezzi che avrebbe avuto a disposizione per combattere la mafia, analoghi a quelli che aveva avuto contro le BR. Rognoni in colloqui privati gli assicurò sostegno pieno e “poteri fuori dall’ordinario” per affrontare la situazione drammatica di Palermo. Convintosi della buona fede del ministro, dalla Chiesa diede il suo assenso definitivo tra fine marzo e inizio aprile 1982. Contestualmente, il 5 aprile 1982 fu collocato in congedo dall’Arma (passando nella riserva col grado di Generale di Corpo d’Armata) dopo 41 anni di servizio, con un discorso di commiato in cui rivendicò orgogliosamente i valori dei Carabinieri e la propria dedizione allo Stato.

Guardò di nuovo la sua immagine riflessa nello specchio e sistemò ancora una volta la cravatta. Il campanello di casa suonò. L’auto che doveva portarlo in aeroporto era arrivata. Il volo sarebbe durato meno di un’ora. Un volo veloce e silenzioso. Il Prefetto dalla Chiesa aprì la sua borsa ed estrasse un taccuino e una penna.  Cominciò a scrivere.

Miei cari ragazzi, le circostanze hanno condotto il Governo nazionale a far sì che io uscissi dalle file attive dell’Arma e dalla sua massima carica, prima ancora che i tempi previsti giungessero alla loro scadenza. Se da un lato sono onorato da tanta fiducia – che in qualche modo tocca anche la “nostra” famiglia – dall’altro avverto, nel trauma spirituale del delicato momento, una somma di sentimenti che, nel loro intimo tumultuare, non fanno che ripropormi, prepotente e cara, l’immagine stupenda di mamma!

So bene – e da sempre – quanto Le debbo nel succedersi delle tappe che mi hanno portato avanti in questi ultimi quarant’anni e quanto soltanto al suo coraggio, alla sua nobiltà, alla sua trasparenza morale noi tutti Le dobbiamo. Mi sembra ieri quando, partendo da Firenze nell’agosto 1949 quale volontario per le squadriglie contro il banditismo (allorché le ripetute interpellanze erano da tutti respinte), mamma – al settimo mese di Fernando – versò alla stazione di S.M. Novella la sua prima lacrima, ma nulla fece perché il suo Carlo, di cui voleva essere orgogliosa innanzi a chiunque, rinunziasse alla sua fede e al suo entusiasmo.Vidi Nando che aveva ormai nove mesi e dopo che, nel febbraio 1950, me ne aveva mandato una fotografia”. La penna scorreva veloce sul taccuino. Ogni tanto il suo sguardo abbandonava quanto stava scrivendo e si rivolgeva fuori dal finestrino di quell’aereo, quell’aereo che lo stava portando all’ennesima grande sfida che il suo destino gli aveva voluto riservare. Il cielo azzurro rarefatto se da un lato lo rassicurava, dall’altro gli instillava un sentimento di solitudine, forse prodromico a quello che avrebbe vissuto in quella città.

Vi voglio bene, tanto, e in questo momento vi chiedo di essermi vicini; così come nei mesi e negli anni che verranno. Vogliatevi soprattutto e sempre il bene di ora! Quanto vi ho scritto, l’ho fatto

a 7-8000 metri di altezza, in cielo, mentre l’aereo mi portava veloce verso Palermo; dietro di me lasciavo, con gli alamari, la giornata di Pastrengo, ma ad alcune stazioni c’era un caro saluto con un braccio alzato o una lacrima che, in silenzio scendeva sul “volto”. Certamente, però, ero e sono stato più vicino – lassù – e più che mai alla cara dolce immagine di mamma! Vi abbraccio forte, forte. Il vostro papà”. Il portellone dell’aereo si aprì. L’odore del mare inondò le sue narici. Scese rapidamente la scaletta e salì nell’auto che, dopo una breve corsa, si fermò in quella che sarebbe stata la sua residenza palermitana: Villa Pajno, al numero 72 di Via Libertà. Si trattava di un’austera villa con i pavimenti decò e maiolicati, il camino marmoreo in stile rinascimentale e l’arredamento composto da mobili preziosi, con un terrazzo con le maioliche bianche e azzurre. Alle pareti quadri del Seicento e del Settecento. Giunse a Palermo nei primi giorni di maggio, in anticipo sul previsto, e partecipò commosso ai funerali di Pio La Torre, il segretario regionale del Partito Comunista che si era contraddistinto per la sua lotta contro le malversazioni, il malaffare e il sistema politico-mafioso che albergava in Sicilia. In quell’occasione toccò con mano la rabbia e la disperazione della Palermo onesta.

 

100 giorni a Palermo

Sin dall’inizio, dalla Chiesa impostò la sua attività su due piani, un po’ come aveva fatto con le BR: da un lato l’azione investigativa-repressiva pura, dall’altro quella “psicologica” e di stimolo della società civile. Sul versante operativo, si dedicò a comprendere e contrastare le nuove dinamiche di Cosa Nostra: volle informazioni dettagliate sull’ascesa dei Corleonesi, sull’estensione del fenomeno mafioso anche alla Sicilia orientale (si stava formando un asse Palermo-Catania inedito) e sul salto di qualità internazionale dei traffici illeciti (in primis il narcotraffico). In pochi mesi promosse e coordinò la stesura di un nuovo rapporto interforze (il “rapporto dei 162”, trasmesso in Procura a luglio 1982) che aggiornava l’organigramma delle famiglie mafiose palermitane, confermando come stesse avvenendo una silenziosa rivoluzione ai vertici di Cosa Nostra. Sul piano simbolico e sociale, dalla Chiesa era convinto che per rompere la cappa di omertà e paura fosse fondamentale far sentire la presenza delle istituzioni vicino ai cittadini onesti e scuotere le coscienze. Voleva una risposta visibile dello Stato “strada per strada”, con forze di polizia ben presenti sul territorio, per dare il segnale che Palermo non era abbandonata a se stessa. Inoltre cercò il dialogo con la stampa e l’opinione pubblica: rilasciò interviste forti, denunciando la carenza di mezzi e sostegno da parte di Roma nella lotta alla mafia.

Era il 10 agosto 1982 quando, sul quotidiano La Repubblica, fu pubblicata l’intervista che gli fece Giorgio Bocca. Nella settimana precedente si erano contati cinque morti e un sequestro, in quel lembo di terra alle porte di Palermo tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia.

Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare” disse dalla Chiesa a Bocca.

E continuò: “Sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato (…) Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo (…) Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?

Bocca gli chiese quali fosse, a  suo giudizio, il motivo dell’omicidio di La Torre: “Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla «associazione a delinquere» la associazione mafiosa” fu la risposta del Prefetto.

 

L’ultimo giorno

È il pomeriggio di venerdì 3 settembre 1982. Il Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa è nel suo ufficio. Controlla l’orologio. Mancano cinque minuti alle ventuno. Guarda la sua scrivania. Ha fatto un paio di telefonate, quel giorno. Ha chiamato un brigadiere e un maresciallo, due dei suoi uomini migliori che l’avevano accompagnato nella lotta al terrorismo. Gli chiede se vogliono venire a Palermo. “Sono solo” dice il Prefetto. È in borghese ma, dentro il suo petto, batte il cuore di un militare. Lui è “il generale”, anche se è in borghese. Riprende un gruppo di appunti scritti a mano e legge. Con la mano si terge il sudore di quell’ancora calda giornata di settembre, una di quelle giornate in cui, anche la sera, c’è lo stesso caldo che c’è stato durante il giorno. Non c’è escursione termica, dicono gli esperti. Nonostante il caldo, il suo viso è riposato. È rientrato dalle vacanze in Irpinia, dove ha una vecchia casa di famiglia. Giorni felici trascorsi con Emanuela, la moglie. Ma al rientro, come aveva previsto, è ancora tutto immobile. Ancora una volta apre uno dei faldoni davanti a lui. Al suo interno, copie di contratti di appalti, di delibere comunali, di indagini finanziare sulla “città”. E poi il lungo elenco di morti, quasi un elenco telefonico. È stato un altro anno terribile, il 1982. Pochi giorni prima era stato ucciso Vincenzo Spinelli, un imprenditore che aveva detto no alle richieste di estorsione e che aveva denunciato per rapina, e contribuito al suo arresto, Girolamo Frusteri, uno dei nipoti di Pino Savoca, uomo d’onore di Brancaccio, parente di Masino Spadaro, boss della Kalsa, e compare di Salvatore Riina. Durante la seconda guerra di mafia, il quotidiano “l’Ora” uscì con la prima pagina contenente “count-up” dei morti ammazzati: 1,2, …,49,50,…, 88,89… arrivarono fino a  cento. E il nome di Spinelli è solo l’ultimo di quel lungo elenco di morti ammazzati che è negli appunti del generale. Arrivò a Palermo qualche giorno dopo il brutale assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. E La Torre è il primo nome, nella lista del prefetto-generale. Il rumore delle ruote sulla ghiaia del cortile di villa Whitaker, la prestigiosa villa, segno della presenza della famiglia inglese trapiantata in Sicilia, che accoglie gli uffici della Prefettura. Una Autobianchi A112 elegant, di colore beige, entra lentamente. È targata Roma. L’auto si ferma ed esce una giovane donna che indossa un vestito blu a fiorellini bianchi. Si tratta di Emanuela, la moglie di dalla Chiesa. “Sta salendo la moglie del prefetto” la voce del piantone all’ingresso gracchia nei citofoni in ascolto all’interno della villa. Ha raggiunto il marito. Un affettuoso abbraccio poi, il generale, chiama “La Torre di Modello”. Ceneranno sulla terrazza, com’è ormai d’abitudine. Annuncia il suo arrivo in mezz’ora. Emanuela si ritira e chiama la madre. Parla a voce bassa. “Vai a letto tranquilla e poi aspetta la mia telefonata della buona notte. Te la farò da casa, stasera tocca a me. Come sono vestita? Non te posso dire… Ah, mamma, Ti voglio bene”. Sono le 21:05 del 3 settembre 1982. Qualche minuto dopo, la coppia esce da villa Whitaker. Li sta aspettando Domenico Russo, l’agente di pubblica sicurezza e autista del Prefetto. Ha trentadue anni ed è originario di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. L’auto di servizio è un’Alfa Romeo blu. Non è un’auto blindata. Carlo Alberto ed Emanuela salgono sulla 112. Russo mette in moto l’Alfa. Ritiene che il prefetto sia diretto a casa, a Villa Pajno. E la prenotazione a “La Torre di Modello”? Una precauzione, una finta possibilità data a un possibile, e non improbabile, ascoltatore della sua linea telefonica in prefettura. La 112 parte e Russo la segue. Le auto imboccano via Principe di Scordia e dopo aver attraversato via Cavour, s’infilano in via Amari. Una motocicletta, una Suzuki 500 passa davanti al cancello della prefettura nella stessa direzione in cui sono andate le due auto. Non c’è traffico e le due auto viaggiano velocemente lungo la strada, un viaggio che sta per terminare.

Sono le 21:10. Le due auto raggiungono via Isidoro Carini. In un attimo una BMW si affianca alla 112. Si abbassano i finestrini e spuntano le canne degli AK-47. La pioggia di fuoco è micidiale e si abbatte sulla 112 distruggendo tutto e straziando i corpi di Carlo Alberto ed Emanuela. Entrambi sono morti. Carlo Alberto è proteso verso di lei, come a volerla proteggere. Domenico Russo non fa in tempo ad accorgersi di quello che sta succedendo. La Suzuki 500 lo affianca e una raffica di mitra lo colpisce. È in fin di vita. Morirà poco dopo, mentre si tenterà di salvarlo. Tutte le finestre che danno sulla strada si chiudono e vengono spente le luci. La BMW e la motocicletta si dileguano nella città semideserta. C’è il silenzio, in via Isidoro Carini. C’è il silenzio e l’acre odore della polvere da sparo. Il sangue si sta addensando, a causa della temperatura. Soffia scirocco, quella sera in via Isidoro Carini. Poco meno di venti minuti dopo, in via Isidoro Carini ci sono un centinaio di persone, trattenute da un cordone di poliziotti. C’è il questore, il giudice istruttore, il procuratore della Repubblica, arrivano i primi politici. C’è anche il Sindaco di Palermo, Nello Martellucci, quello che diceva che “la mafia non esiste” e Mario D’Acquisto, il presidente della regione Siciliana. E ancora il silenzio. C’è un grande silenzio, in via Isidoro Carini, segno della complicità. Alcune finestre si schiudono, le luci lentamente si riaccendono. Il Cardinale Pappalardo arriva verso le ventidue. Ora ci sono proprio tutti. Ora il quadro è completo. “Les jeux sont fait”… e ha vinto il banco. Nel luogo del vile attentato fu affisso un lenzuolo con la scritta “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Nota:

la lettera di dalla Chiesa ai figli è tratta dal libro “CARLO ALBERTO DALLA CHIESA – Un papà con gli alamari” scritto da Simona con Rita e Nando dalla Chiesa edito da Edizioni San Paolo

Ultimi Articoli