La Giornata Mondiale contro l’AIDS, celebrata annualmente il 1° dicembre, non è una semplice data commemorativa; rappresenta un momento cruciale di richiamo all’azione globale. Istituita nel 1988, questa ricorrenza è stata riconosciuta come il primo evento sanitario globale delle Nazioni Unite, sottolineando fin da subito l’urgenza e la portata planetaria di una crisi che stava mietendo milioni di vittime senza distinzioni.
L’osservanza di questa giornata da parte di governi, funzionari sanitari e organizzazioni non governative serve a rinnovare l’impegno nella lotta contro l’HIV, sensibilizzare sull’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e dell’accesso universale alle cure, e a contrastare lo stigma pervasivo che ancora circonda l’infezione. Il Nastro Rosso, simbolo globale di solidarietà, incarna la memoria di coloro che sono morti a causa dell’AIDS e la vicinanza a chi convive con il virus. La Giornata Mondiale dell’AIDS rientra tra le undici campagne ufficiali di salute pubblica globali marcate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), confermando il suo status di priorità sanitaria internazionale.
HIV/AIDS: Una crisi sanitaria e umana senza precedenti
L’epidemia di AIDS, causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV) che attacca il sistema immunitario, ha marcato la storia recente con un tributo di vite ineguagliabile. Dall’inizio dell’epidemia, sono state infettate circa 91.4 milioni di persone, e si stimano 44.1 milioni di decessi correlati all’AIDS.
Nonostante questi dati drammatici, i progressi nella terapia antiretrovirale (ART) hanno mitigato significativamente la mortalità. Dal picco registrato nel 2004, il tasso di mortalità per AIDS è diminuito globalmente del 64%, un successo che dimostra l’efficacia della scienza medica e delle politiche di accesso ai farmaci. Tuttavia, il virus continua a rappresentare una delle questioni di salute pubblica più importanti nella storia documentata.
Dal punto di vista storico-sociale, l’HIV è stato spesso incluso nel gruppo delle “Malattie Infettive della Povertà”, un’osservazione basata sulla polarizzazione del contagio, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Tuttavia, studi sociologici approfonditi dimostrano che la diffusione dell’HIV non è guidata direttamente dalla povertà quanto piuttosto da fattori strutturali più complessi: la disuguaglianza di reddito, la disuguaglianza di genere e altri mediatori socio-culturali e politici che modellano i comportamenti sessuali individuali. La lotta all’HIV, pertanto, richiede un approccio che vada oltre la clinica, affrontando le radici profonde delle disparità sociali che amplificano il rischio e ostacolano la prevenzione.
Il Fronte globale: la roadmap fallita e l’epidemiologia mondiale recente
Nonostante decenni di lotta, l’epidemia di HIV è lungi dall’essere debellata. Secondo i dati globali più recenti, alla fine del 2024 si stimano 40.8 milioni di persone che vivono con l’HIV (PLWH) in tutto il mondo. Tra queste, 39.4 milioni sono adulti e 1.4 milioni sono bambini (0-14 anni), con donne e ragazze che costituiscono il 53% di tutte le PLWH.
L’analisi dei nuovi contagi e della mortalità rivela un progresso insufficiente. Nel 2024, 1.3 milioni di persone sono state contagiate da HIV. Sebbene questo numero rappresenti un calo del 40% rispetto al 2010, rimane ben al di sopra del target fissato a livello globale, che prevedeva di scendere sotto le 370.000 nuove infezioni entro il 2025.
Ancora più allarmante è il dato sulla mortalità. Nel 2024, circa 630.000 persone sono morte a causa di malattie correlate all’AIDS a livello globale. Questo dato si traduce in una media inaccettabile di una persona che muore per cause correlate all’HIV ogni minuto. Questo numero è drasticamente superiore all’obiettivo stabilito per il 2025, che puntava a meno di 250.000 decessi correlati all’AIDS.
La disattesa degli obiettivi 95-95-95
La strategia globale per porre fine all’epidemia entro il 2030 è incentrata sugli obiettivi 95-95-95, volti a garantire che il 95% delle PLWH conosca il proprio stato, il 95% di coloro che conoscono lo stato riceva la terapia antiretrovirale (ART) e il 95% di coloro in trattamento raggiunga la soppressione virale.
I dati recenti mostrano chiaramente uno stallo del progresso. Nel 2024, circa l’87% delle PLWH conosceva il proprio stato sierologico. Di tutte le persone che vivono con l’HIV, il 77% (31.6 milioni) aveva accesso alla terapia antiretrovirale. Per quanto riguarda la soppressione virale, si stima che il 72% del totale delle PLWH abbia raggiunto livelli non rilevabili di virus nel sangue (dato 2023).
Questi numeri indicano che il mondo non sta onorando gli impegni presi. La mancata aderenza ai target 95-95-95 rivela che la vera crisi dell’HIV/AIDS oggi non risiede nell’assenza di cura, le terapie moderne consentono una vita sana e azzerano il rischio di trasmissione (Undetectable = Untransmittable, U=U), ma piuttosto nelle barriere strutturali e sociali che impediscono l’accesso alla diagnosi e al trattamento. Per raggiungere il secondo 95 e il terzo 95 (trattamento e soppressione), l’analisi indica che 5.2 milioni di persone con HIV devono ancora conoscere il proprio stato e accedere all’ART.
La denuncia degli esperti: il prezzo dell’inerzia
La comunità epidemiologica e le Nazioni Unite hanno denunciato il costo elevatissimo del fallimento nell’accelerare la risposta. I leader mondiali hanno promesso di porre fine all’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, ma la mancanza di sforzi sufficienti rende questo obiettivo sempre più difficile da raggiungere.
Uno studio presentato alla Conferenza Internazionale AIDS 2024 ha quantificato il costo dell’inerzia: se non si riuscirà a soddisfare i target 95-95-95, il bilancio umano includerà 34.9 milioni di nuove acquisizioni HIV e 17.7 milioni di decessi tra il 2021 e il 2050. Questo costo umano si accompagna a un onere economico significativo, stimato in oltre 8.200 USD per persona nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050. La conclusione degli analisti è perentoria: “The idle position is not an option”. La lotta contro l’HIV non può permettersi pause o disattenzione, pena il collasso degli sforzi compiuti finora.
Italia: epidemiologia di un contagio sotto traccia e la crisi della diagnosi tardiva. Panorama epidemiologico nazionale
Il quadro epidemiologico italiano relativo all’HIV/AIDS è complesso e caratterizzato da un preoccupante paradosso. Nel 2024, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha registrato 2.379 nuove diagnosi di infezione da HIV, un dato che equivale a un’incidenza di 4.0 nuovi casi per 100.000 residenti. Questa incidenza è rimasta stabile rispetto all’anno precedente e si mantiene inferiore alla media osservata nei paesi dell’Europa occidentale (che si attesta tra 5.9 e 6.2 nuove diagnosi per 100.000 residenti).
Tuttavia, l’andamento delle nuove diagnosi ha subito delle fluttuazioni significative. Dopo una fase di diminuzione tra il 2012 e il 2020, si è osservato un aumento progressivo fino al 2023, seguito da una stabilizzazione nel 2024. Questo andamento suggerisce che le politiche di prevenzione non hanno prodotto una netta e continua discesa del contagio, mantenendo una quota stabile di nuove infezioni. Il numero complessivo di persone che convivono con l’infezione da HIV in Italia è stimato essere intorno alle 150.000 unità (con un intervallo di 130.000-170.000), con un tasso di prevalenza pari allo 0.3% dei residenti.
Modalità di trasmissione: il dominio del rischio sessuale
In Italia, la modalità di trasmissione prevalente è indiscutibilmente quella sessuale, responsabile di circa l’87.6% delle nuove diagnosi. Questa percentuale è ripartita in modo quasi equivalente tra i diversi gruppi di popolazione.
Nel 2024, la trasmissione per rapporti eterosessuali ha rappresentato il 46.0% dei nuovi casi (suddivisa tra il 27.9% dei maschi e il 18.1% delle femmine). I maschi che fanno sesso con maschi (MSM) costituiscono un’altra popolazione chiave, rappresentando il 41.6% delle nuove diagnosi. Per contrasto, la trasmissione attribuibile all’uso di sostanze stupefacenti è calata drasticamente, attestandosi al 3.8%. L’incidenza delle nuove diagnosi è in leggero aumento tra gli MSM, mentre rimane sostanzialmente stabile tra gli eterosessuali.
Un elemento di particolare rilevanza è l’età delle persone coinvolte: la fascia con l’incidenza più alta si è spostata negli anni, arrivando a essere quella tra i 30 e i 39 anni (7.3 nuovi casi per 100.000 nel 2022). Le diagnosi tardive, tuttavia, riguardano maggiormente i grandi adulti e gli anziani, con la quota superiore ai 50 anni che è passata dal 17.2% del 2012 al 31.2% del 2022.
L’ombra della diagnosi tardiva: la principale criticità clinica italiana
Il dato più critico e strutturale emerso dall’analisi epidemiologica italiana è l’allarmante persistenza e l’aumento delle diagnosi tardive (late presentation), un fenomeno in crescita costante dal 2015.
Questa criticità è evidente nell’analisi dei nuovi casi di AIDS conclamato. Nel 2024, sono state notificate 450 nuove diagnosi di AIDS. Un dato scioccante rivela che l’83.6% di queste persone ha scoperto di essere HIV positiva nei sei mesi precedenti alla diagnosi di AIDS. Questo significa che la malattia ha avuto il tempo di progredire fino a uno stadio clinico avanzato (AIDS conclamato) prima che l’infezione fosse identificata.
Gli esperti del Centro Operativo AIDS (COA) dell’ISS, come la Dott.ssa Suligoi, sottolineano che la maggior parte delle nuove diagnosi di HIV avviene quando il sistema immunitario è già gravemente compromesso. Tecnicamente, il 59.9% delle persone con nuova diagnosi HIV è diagnosticato tardivamente (con un numero di linfociti CD4 inferiore a 350 cell/μL). Ancora peggio, il 40.3% viene diagnosticato con un numero di linfociti CD4 inferiore a 200 cell/μL, una condizione che espone a un rischio elevatissimo di patologie opportunistiche severe. L’Italia, con circa il 60% di diagnosi tardive, registra una performance peggiore rispetto alla media europea, che si attesta al 51%.
Il profilo del late presenter in Italia è prevalentemente eterosessuale: il 66.5% dei maschi eterosessuali e il 61.0% delle femmine eterosessuali scopre la sieropositività quando i loro linfociti CD4 sono già bassi. Questo suggerisce che queste popolazioni non percepiscono il rischio e non sono raggiunte dalle campagne di screening proattivo. Infatti, quasi la metà delle persone si sottopone al test solo a causa della presenza di sintomi o patologie già correlate all’HIV.
Le associazioni e gli infettivologi concordano nel denunciare che le cause risiedono nella “prevenzione al palo” e nella carenza di offerta del test accessibile. Il Dottor Badia, esperto in infettivologia, ha riassunto la situazione affermando che “il comportamento più a rischio è ignorare il problema” e ha ribadito la fondamentale importanza del test di screening non solo per la prevenzione della trasmissione, ma soprattutto per la diagnosi precoce, essenziale per attivare cure efficaci e prevenire danni al sistema immunitario.
Il Focus: l’andamento del contagio in Sicilia
In linea con le direttive nazionali, la Regione Siciliana ha sviluppato un proprio sistema di monitoraggio. Il Registro Regionale AIDS, attivo presso l’Osservatorio Epidemiologico fin dal 1985, raccoglie i casi di AIDS conclamato dei residenti. Successivamente, nel 2010, è stato istituito il Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, che richiede la segnalazione da parte dei centri di diagnosi e cura regionali al Centro Operativo AIDS (COA) dell’ISS. La gestione e il coordinamento sono affidati al Dipartimento Regionale per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico.
I dati epidemiologici siciliani
L’analisi dei dati di sorveglianza condotta dalla Regione Siciliana per il periodo 2009-2024 mostra un quadro epidemiologico che merita un’attenzione particolare, specialmente in relazione al trend nazionale.
Nel corso dei sedici anni di sorveglianza, la Sicilia ha registrato un totale di 3.397 nuovi casi di HIV tra i residenti. L’incidenza media di sieropositività per il periodo 2009-2024 si attesta a 4,9 casi per 100.000 residenti all’anno. Questo dato è leggermente superiore all’incidenza media nazionale del 2024 (4.0/100.000), suggerendo una diffusione leggermente maggiore dell’infezione nella regione rispetto al contesto italiano.
Dinamiche del contagio e fasce a rischio
I dati provvisori per il 2024 evidenziano che la fascia d’età 25-29 anni presenta l’incidenza più alta in Sicilia. Negli anni precedenti (2021-2023), era stata la fascia 30-39 anni a mostrare la maggiore incidenza, indicando un rischio persistente tra i giovani adulti.
Un’analisi critica dei trend a lungo termine rivela un’evoluzione non lineare. Sebbene si sia osservata una riduzione complessiva dell’incidenza negli anni considerati per i maschi di 15-24 anni e 25-49 anni, si riscontrano segnali d’allarme recenti. Tra il 2020 e il 2023 è stato registrato un aumento dei nuovi casi sia tra i maschi italiani sia tra la popolazione straniera (maschi e femmine). Inoltre, si nota una tendenza crescente tra i maschi di 50 anni o più. Questi aumenti post-pandemici, specialmente tra i cittadini italiani e stranieri, indicano una potenziale riduzione della percezione del rischio e un fallimento nell’intercettare popolazioni vulnerabili attraverso le attuali strategie.
L’analisi dei dati di Palermo (inclusi nell’aggregato regionale) mostra che i centri di riferimento gestiscono un numero significativo di casi. Ad esempio, nel periodo 2009-2024, l’AOU Policlinico Paolo Giaccone e l’ARNAS Civico P.O. Civico e Benfratelli hanno riportato rispettivamente 475 e 418 nuovi casi residenti.
Criticità locali e raccomandazioni regionali
La relazione di sorveglianza regionale stessa evidenzia criticità che devono essere affrontate per migliorare la risposta all’epidemia. Il documento richiede espressamente la necessità di consolidare il sistema di sorveglianza e migliorare la completezza delle informazioni raccolte, in particolare riguardo a dati clinici cruciali come carica virale, linfociti CD4 e stadio della malattia al momento della diagnosi.
A livello di prevenzione, la Regione Siciliana ha identificato l’urgenza di “continuare l’azione di educazione sanitaria, in particolare rivolta ai comportamenti a rischio che verosimilmente non sono percepiti come tali”. Questo riconoscimento implicito del fallimento nella percezione del rischio, specialmente nelle fasce 25-29 anni, si allinea perfettamente con il problema nazionale della diagnosi tardiva.
Lo stigma strutturale: l’auto-sabotaggio del sistema sanitario italiano
L’ostacolo più sottile ma distruttivo nella lotta all’HIV in Italia è lo stigma, particolarmente quando questo si manifesta all’interno delle strutture sanitarie. Un’indagine recente (Studio 2024) si è concentrata sul concetto di stigma vicario, ovvero l’esperienza indiretta di discriminazione che porta le persone che vivono con l’HIV (PLWH) a sentirsi discriminate, anche quando non sono direttamente oggetto di un atto esplicito di esclusione.
Lo studio, condotto su 350 PLWH, ha rivelato una realtà scioccante: l’ambiente ospedaliero, luogo deputato alla cura, è percepito come fonte di disagio e discriminazione. Il 68.9% dei pazienti arruolati ha riferito di essersi sentito sgradito durante una visita medica specialistica. Il 73.4% aveva sentito storie di operatori sanitari che parlavano pubblicamente delle PLWH, violando la privacy. Più del 60% aveva sentito storie di PLWH maltrattate o a cui erano stati rifiutati servizi o trattamenti (51.4%) da parte del personale ospedaliero.
L’impatto comportamentale e clinico dello stigma
Le conseguenze dello stigma vicario e della paura di essere esposti sono dirette e misurabili sull’andamento clinico dell’epidemia.
Per paura di discriminazione, il 65.7% delle PLWH ha dichiarato di aver evitato di sottoporsi a valutazioni mediche al di fuori delle cliniche di malattie infettive. Inoltre, il 66.3% non ha mai utilizzato l’esenzione correlata all’HIV (la cui indicazione sulla ricetta espone al rischio di rivelazione dello stato sierologico) per effettuare visite specialistiche.
Questo comportamento di auto-esclusione non è una scelta personale, ma una risposta razionale a un ambiente sanitario percepito come ostile. Il meccanismo di causa-effetto è evidente: se i pazienti evitano le strutture sanitarie generaliste e si rivolgono unicamente ai centri di malattie infettive, si riduce drasticamente la possibilità che l’HIV venga diagnosticato casualmente o per sintomi vaghi in contesti non specialistici.
In altre parole, lo stigma strutturale all’interno del sistema sanitario funge da catalizzatore della diagnosi tardiva. Se la maggior parte degli eterosessuali non è raggiunta dalla prevenzione mirata e, contemporaneamente, teme di rivelare il proprio status in contesti ospedalieri generalisti, si crea un circolo vizioso che garantisce che il contagio venga identificato solo quando il virus ha già provocato danni irreversibili al sistema immunitario, come testimoniato dal dato di oltre l’83% di diagnosi di AIDS che seguono l’identificazione di HIV entro sei mesi. La lotta contro lo stigma è quindi un imperativo clinico per migliorare il benessere delle PLWH e ridurre l’incidenza delle diagnosi avanzate.
Gli strumenti di prevenzione moderna: tra innovazione e disparità di accesso
La risposta globale all’HIV non si basa solo sulla terapia per le persone sieropositive (ART), ma anche su strumenti di prevenzione innovativi. Tra questi, la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP), a base di emtricitabina e tenofovir disoproxil, è universalmente riconosciuta come un metodo estremamente efficace per prevenire l’infezione in adulti e adolescenti ad alto rischio, purché assunta correttamente. La direttrice esecutiva di UNAIDS, Winnie Byanyima, l’ha definita un “miracle prevention tool”.
L’Italia ha compiuto un passo storico per l’accesso a questo strumento. Dopo anni di dibattito, il 1° Settembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che ha ufficializzato la rimborsabilità totale del trattamento. Questo significa che la PrEP è diventata gratuita per gli utenti che rientrano nei criteri di rischio elevato.
Le barriere strutturali all’accesso equo della PrEP
Nonostante la rimborsabilità nazionale, l’analisi mostra che l’accesso alla PrEP in Italia è cresciuto ma rimane disomogeneo e strutturalmente iniquo. L’uso della PrEP è aumentato del 43% in due anni (dati 2025), dimostrando l’efficacia della gratuità nell’aumentare l’accesso. Tuttavia, l’accesso è stato prevalentemente ristretto alle persone MSM (men who have sex with men).
Il problema risiede nella gestione regionale del servizio. La PrEP, essendo un farmaco rimborsabile ma non da banco, è distribuita tramite le farmacie ospedaliere e la sua prescrizione e monitoraggio sono di competenza dell’infettivologo. Il percorso PrEP richiede test di monitoraggio regolari per HIV e altre infezioni sessualmente trasmesse (IST), ma l’offerta di questi test gratuiti e l’esenzione necessaria per accedervi sono gestite autonomamente dai sistemi sanitari regionali.
L’autonomia regionale nel fornire servizi HIV completi sta generando una “lotteria sanitaria”. Sebbene alcune regioni (come Emilia-Romagna e Lazio) siano citate per offrire facilitazioni , altre mostrano carenze. Questo mancato allineamento tra la gratuità del farmaco (decisione AIFA) e la standardizzazione dei servizi di monitoraggio (responsabilità regionale) crea disparità di accesso che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi globali di porre fine all’epidemia.
Il Quarto 90: oltre la soppressione virale
Le Linee Guida Italiane HIV/AIDS, aggiornate nel 2017, hanno introdotto una nuova dimensione strategica, il “Quarto 90”. Questo obiettivo ambizioso mira a garantire che il 90% delle persone con HIV con viremia non rilevabile abbia una buona qualità della vita correlata alla salute (Health-Related Quality of Life).
Il perseguimento del Quarto 90 richiede un ambiente sociale e sanitario in cui le PLWH possano vivere pienamente senza la minaccia della discriminazione. L’esistenza di uno stigma vicario così diffuso negli ospedali (con il 68.9% che si sente sgradito e il 65.7% che evita le visite) dimostra che la piena qualità della vita è inattuabile. Lo stigma, costringendo i pazienti all’auto-esclusione dal sistema sanitario generale, ostacola non solo la diagnosi precoce, ma anche l’accesso a cure non HIV-correlate, minando la salute complessiva e, di conseguenza, la qualità della vita. La lotta alla discriminazione strutturale è, pertanto, una componente ineludibile della strategia terapeutica e preventiva moderna.
Sintesi Critica
L’analisi condotta rivela che, a ridosso del 1° dicembre, la lotta contro l’HIV/AIDS in Italia e nel mondo è bloccata in un paradosso critico. Nonostante i progressi scientifici abbiano reso il virus trattabile e prevenibile (U=U e PrEP), il fallimento globale nel raggiungere gli obiettivi 95-95-95 si riflette a livello nazionale nell’elevato tasso di diagnosi tardive.
L’Italia, pur avendo un’incidenza complessiva inferiore alla media europea, presenta una qualità della risposta preventiva tra le peggiori, con circa il 60% delle nuove diagnosi di HIV che avviene in fase avanzata, un dato particolarmente allarmante tra la popolazione eterosessuale.
Questa vulnerabilità non è casuale. Essa è il risultato diretto e interconnesso di due fallimenti strutturali:
- L’inazione preventiva: Mancanza di diffusione e proattività nell’offerta del test a bassa soglia, come denunciato da esperti e associazioni.
- Lo stigma istituzionale: La paura della discriminazione (stigma vicario), radicata persino nell’ambiente ospedaliero, costringe le persone a evitare il sistema sanitario generale, ritardando l’identificazione dell’infezione e contribuendo direttamente all’incidenza dell’AIDS conclamato.
In regioni come la Sicilia, l’incidenza superiore alla media nazionale e l’aumento dei casi tra maschi italiani e stranieri post-2020 confermano che le campagne di sensibilizzazione devono essere urgentemente riviste e mirate alle fasce giovanili (25-29 anni).
Necessità d’intervento immediate
Sulla base delle evidenze epidemiologiche e sociali analizzate, si formulano le seguenti raccomandazioni urgenti rivolte ai decisori politici e sanitari:
- destigmatizzazione della Sanità Pubblica tramite riforma educativa: È essenziale implementare protocolli di formazione obbligatoria per tutto il personale sanitario (non limitato ai reparti di Malattie Infettive) sul trattamento e la riservatezza delle PLWH. Questo è l’unico modo per combattere lo stigma vicario e trasformare gli ospedali generalisti in luoghi sicuri, eliminando la necessità per i pazienti di auto-escludersi dalle cure.
- Universalizzazione del test a bassa soglia: Superare l’attuale modello che concentra il test HIV quasi esclusivamente nei centri specialistici. Il test gratuito e anonimo deve essere garantito e promosso attivamente presso farmacie, ambulatori di base e centri comunitari. È necessario semplificare radicalmente l’accesso al test al di fuori dell’esenzione specialistica per intercettare la popolazione late presenter, in particolare gli eterosessuali a bassa percezione del rischio.
- Implementazione equa della PrEP a livello nazionale: Nonostante la rimborsabilità del farmaco, le Regioni devono armonizzare immediatamente le procedure di accesso. La gratuità deve estendersi, in modo uniforme e obbligatorio su tutto il territorio nazionale, non solo al farmaco, ma anche ai test di monitoraggio periodici (HIV/IST), eliminando le disparità create dall’autonomia regionale.
- Campagne educative e di prevenzione “No Risk, No Test” mirate: Sviluppare campagne di prevenzione basate sui dati, specificamente rivolte a gruppi con alta incidenza e bassa propensione al test, come i giovani adulti (es. la fascia 25-29 anni in Sicilia) e la popolazione eterosessuale. L’obiettivo deve essere quello di far percepire il rischio in una società dove la trasmissione sessuale è la modalità dominante.
- Piena attuazione del piano nazionale: Il Piano Nazionale di interventi contro HIV e AIDS (PNAIDS) non deve rimanere largamente inapplicato. È necessario un impegno politico e un finanziamento strutturale che ne garantiscano la piena e monitorata realizzazione, integrandolo con la lotta alle altre infezioni sessualmente trasmesse e alle epatiti.
Roberto Greco