Il pozzo dei desideri interrotti: storia dei quattro picciriddi di San Cristoforo

La loro colpa non fu quella di essere giovani criminali incalliti, ma di essere figli di una terra che, all'epoca, offriva il vicolo come unica scuola e l'espediente come solo pane

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quattro picciriddi San Cristoforo
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Inaugurato a Catania un murale in ricordo dei quattro picciriddi di San Cristoforo

Ci sono date che non appartengono solo alla cronaca nera, ma che si imprimono nella carne di una città come cicatrici indelebili. Per Catania, quella data è il 7 luglio 1976. Cinquant’anni fa, nel cuore pulsante e ferito del quartiere San Cristoforo, svanivano nel nulla quattro adolescenti: Riccardo Cristaldi (15 anni), Giovanni La Greca (13 anni), Lorenzo Pace (14 anni) e Benedetto Zuccaro (13 anni).

La loro colpa non fu quella di essere giovani criminali incalliti, ma di essere figli di una terra che, all’epoca, offriva il vicolo come unica scuola e l’espediente come solo pane. Ragazzini, picciriddi, che si muovevano tra le macerie sociali di una Catania che stava cambiando padrone, dove l’ombra di Nitto Santapaola si allungava famelica sulle macerie della vecchia mafia dei Calderone.

Lo scippo e la sentenza di morte

Il destino dei quattro ragazzi si compie per pochi spiccioli e un’immensa, tragica sfortuna. Pochi giorni prima della scomparsa, i giovani mettono a segno uno scippo nel quartiere San Cocimo. La vittima è un’anziana donna. Quello che i quattro non sanno, e che scopriranno troppo tardi, è l’identità di quella donna: è la madre di Nitto Santapaola.

Nel codice distorto e bestiale di Cosa nostra, toccare i familiari di un boss significa decretare il crollo della sua rispettabilità sul territorio. Poco importa che i ragazzi, una volta appreso di chi si trattasse, abbiano restituito la borsa intatta. Per Santapaola l’affronto va lavato con il sangue. Non per giustizia, ma per ribadire un’autorità assoluta.

Il 7 luglio i ragazzi vengono attirati in una trappola. Qualcuno di cui si fidano li invita a salire in auto, simulando un chiarimento o il coinvolgimento in una piccola spedizione. Vengono portati in una cascina isolata nelle campagne di Ramacca. Lì, l’orrore si consuma in pochi minuti. Come racconterà anni dopo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone davanti al giudice Giovanni Falcone, i ragazzini compresero immediatamente la fine che li attendeva. Uno di loro, scorgendo Santapaola, gridò sperando in una salvezza: “Guardate, c’è Turi di San Cristoforo!”. Fu inutile. Vennero strangolati a mani nude e con delle corde. I loro corpi vennero gettati in un pozzo artesiano profondo decine di metri. Uno di loro, secondo i verbali, vi fu gettato quando ancora respirava.

Per oltre un decennio la città scelse la via del silenzio. Le denunce dei familiari rimasero sospese nel vuoto, archiviate sotto la voce “allontanamento volontario” o “fuga al Nord”. Si diceva che fossero andati a cercare fortuna, ma San Cristoforo sapeva. La verità emerse solo alla fine degli anni ’80 con le confessioni dei primi pentiti. I corpi, inghiottiti dalla terra e dal cemento con cui il pozzo fu sigillato, non sono mai stati restituiti alle madri. Una condanna di lupara bianca che dura da mezzo secolo.

La lotta di Graziella Accetta: custode della memoria nazionale

Il dramma dei ragazzi del pozzo sarebbe rimasto un faldone polveroso se non fosse stato per l’abbraccio ideale e civile di una grande madre del mondo antimafia: Graziella Accetta, madre del piccolo Claudio Domino, il bimbo di soli 11 anni ucciso con un colpo in testa a Palermo il 5 ottobre 1986.

Graziella Accetta, insieme al marito Ninni, ha trasformato il proprio dolore in un apostolato laico e instancabile. Attraverso l’iniziativa “La classe dei banchi vuoti”, la signora Accetta ha censito, studiato e portato alla luce le storie di oltre cento minorenni uccisi dalle mafie in Italia, strappandoli all’oblio della memoria collettiva.

Il suo “paziente lavoro” sui ragazzi di Catania è stato monumentale. Graziella ha lottato nelle scuole, nelle aule istituzionali e nelle piazze affinché Riccardo, Giovanni, Lorenzo e Benedetto non venissero ricordati come “piccoli ladri che se la sono cercata”, ma come vittime innocenti della violenza mafiosa. La tesi di Graziella Accetta è netta: un bambino di tredici anni che ruba è un bambino che lo Stato ha abbandonato, e la mafia che lo uccide compie un atto di barbarie pura, privo di qualsiasi attenuante. Grazie al suo impegno, i nomi di questi quattro figli di Catania sono stati scritti nell’elenco ufficiale dei martiri innocenti, restituendo loro la dignità dell’infanzia negata.

“Siamo solo Picciriddi”: il riscatto di San Cristoforo sulla facciata del futuro

Ieri, 7 luglio 2026, a cinquant’anni esatti da quella tragica mattina, San Cristoforo ha scelto di rompere definitivamente la crosta dell’oblio. Presso la Città dei Ragazzi in via Gramignani, un presidio sociale che ogni giorno strappa i minori alla strada, è stato inaugurato un grande murales intitolato “Siamo solo Picciriddi”.

L’opera, fortemente voluta dalle associazioni locali (tra cui WiCatania, Fucina Sikula e Spazio 47) e sostenuta dalla Fondazione Federico II e dalle istituzioni cittadine, porta la firma di diversi artisti urbani, tra cui Skore. Il murales non indugia sulla morte, ma parla di vita interrotta.

Sul muro si stagliano le quattro sagome dei ragazzi, dipinte con i colori identitari della città, il rosso, l’azzurro, il bianco e il nero. Accanto a loro, l’immagine evocativa di un pozzo da cui non esce oscurità, ma i boccioli di un albero la cui fioritura è stata spezzata troppo presto.

L’installazione è circondata dal “Muro del Piatto”: centinaia di piatti in ceramica dipinti a mano nel corso degli ultimi mesi dai residenti del quartiere, dalle mamme e dai bambini di San Cristoforo. Ogni piatto rappresenta una storia, un desiderio di legalità, un pezzo di partecipazione popolare.

Questo murales non è un semplice monumento funebre. Posizionato sulla facciata del centro di aggregazione giovanile, serve da monito per il presente: ricorda a Catania che la mafia non ha mai protetto i deboli e che l’unico modo per onorare Riccardo, Giovanni, Lorenzo e Benedetto è fare in modo che nessun picciriddu, oggi, debba più sentirsi solo davanti ai tentacoli del crimine.

Roberto Greco

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