“Quando sta bene un ragazzo disabile, sta bene un’intera famiglia”
Il progetto del “Teatro Patologico”: “un’opportunità per coloro che soffrono di disturbi mentali. Troppi, spesso non supportati dalle istituzioni quanto servirebbe”. Esordisce così Dario D’Ambrosi, e ci spiega cosa è, e cosa riesce a donare il suo teatro. Dario è un artista teatrale italiano nato a Milano nel 1958. La sua vita ruota attorno a un’idea molto chiara: unire teatro e disagio mentale. Negli anni ’80 fonda il “Teatro Patologico”, un progetto artistico e sociale che diventerà la sua missione di vita. Non un gesto simbolico, ma un’azione continua: usare il teatro per dare voce, presenza e dignità a persone con disturbi psichici, coinvolgendole direttamente sulla scena.
Nel 1992 nasce l’“Associazione Teatro Patologico”, che si concretizza in laboratori e spettacoli con persone affette da patologie psichiche. Nel 2010 fonda “La Magia del Teatro”, la prima Scuola Europea di Formazione Teatrale dedicata a loro. Nel 2016, con l’Università Tor Vergata, apre il primo corso universitario al mondo di “Teatro Integrato dell’Emozione”. I suoi spettacoli – da Medea a Pinocchio, da Il Trip di Don Chisciotte a Tutti non ci sono – portano sul palco chi di solito viene escluso. Il teatro diventa casa, specchio, terapia. Le sue opere arrivano fino all’ONU, al Parlamento Europeo, a Tokyo, a New York.
Il Ruolo del Teatro Patologico nell’Inclusione Sociale
Accanto a questa missione, una carriera nel cinema e in TV: ha lavorato con Mel Gibson, Julie Taymor, e ha diretto film come “Il Ronzio delle Mosche” e “I.N.R.I…” Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio UN DESA e il Robert F. Kennedy Human Rights Italia, per il suo lavoro a favore dell’inclusione.
“Siamo soli. Le famiglie ci supplicano. Lo Stato dov’è?”
Dietro al percorso che ha portato alla creazione del “Teatro Patologico” c’è anche lo spazio per uno sfogo. Una denuncia chiara, accorata, che nasce dall’esperienza quotidiana e dall’abbandono istituzionale. “Le famiglie ci supplicano di prendere con noi i loro figli, ci raccontano situazioni pesanti, soprattutto con l’autismo- ci spiega D’Ambrosi durante la nostra intervista esclusiva. “Dopo Sanremo siamo stati travolti da richieste di aiuto per accogliere altri ragazzi, ma non abbiamo le forze economiche per accogliere tutti. Non c’è sostegno, non ci sono aiuti.” D’Ambrosi non è un artista che si lamenta: è uno che costruisce. Ma adesso parla chiaro: “Quando sta bene un ragazzo disabile, sta bene un’intera famiglia, una comunità. E invece le famiglie sono abbandonate a sè stesse. Se non vivi a Roma, non puoi partecipare ai nostri corsi. E questo è inaccettabile.”
Per questo ha portato la questione direttamente al Ministero, parlando con la ministra Anna Maria Bernini, che si è attivata presso il presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori) per far aprire percorsi simili in altre università italiane oltre quella di Roma: “Sono stato io a sollevare la questione. E ho fiducia che si possa aprire una rete nazionale. Ma servono risorse, spazi, volontà. Altrimenti resta tutto lettera morta.”
“Ho capito tutto quando è uscita la Legge Basaglia”
Il punto di svolta per lui arriva nel 1978, quando, appena ventenne e calciatore del Milan, resta colpito dalla Legge 180, la cosiddetta “Legge Basaglia”, che chiude ufficialmente i manicomi.
“Mi ha sconvolto. Non perché non fosse giusto chiudere quei luoghi, ma perché sapevo che tante persone sarebbero uscite senza una reale alternativa. E così ho deciso: mi sono fatto internare nel manicomio Paolo Pini di Milano.” Un’esperienza violenta, spaventosa, traumatica “C’erano urla, gente che sbatteva la testa, corpi e anime devastati. Ma lì ho capito cosa succede davvero a chi soffre.”
Da allora, D’Ambrosi usa il teatro non per curare, ma per restituire consapevolezza: “La malattia mentale è come un frullatore pieno di frutta: alla fine non distingui più i pezzi. Il teatro ti aiuta a rimettere ordine, a riconoscere la tua malattia, ad avere controllo sulle emozioni. Non parlo di terapia con il naso da clown. Parlo di un teatro che mette la persona davanti a sé stessa, e davanti a un pubblico che riceve emozioni vere, non finzione.”
“Nel mio teatro non ci sono luci: c’è energia”, la differenza con il teatro tradizionale è netta: “Quello è pieno di tecnica e finzione. Il nostro invece è fatto di passione, spontaneità, energia collettiva. I ragazzi mettono insieme le loro fragilità e il pubblico lo sente come un atto d’amore vero. Non dimentica.” Da qui un appello chiaro: aprite i corsi, dateci i mezzi. “Serve un corso universitario per disabili psichici in ogni città. Serve un teatro pedagogico ovunque. Non si può pensare che tutto resti a Roma. Le famiglie sono stanche, e noi non possiamo farcela da soli.”
Dario D’Ambrosi non chiede applausi. Chiede ascolto. E azioni concrete. Perché quando un ragazzo fragile sta bene, non si salva solo lui. Si salva appunto un’intera famiglia. Un’intera comunità.