«Da siciliana ho sentito il peso di quella memoria. Quella ferita che per noi è sempre aperta. Mi è rimasta un’inquietudine. Ma soprattutto la consapevolezza che siamo tutti chiamati a ricordare»
Il film “La Camera di Consiglio”, diretto da Fiorella Infascelli, è arrivato nelle sale con la forza di un racconto necessario. È un film che riporta il pubblico dentro un’atmosfera tesa e civile. Quella del maxiprocesso. E lo fa attraverso lo sguardo dei giurati popolari. Tra loro c’era anche Francesca Vitale, figura discreta e determinata. A interpretarla è Stefania Blandeburgo, attrice siciliana che ha trasformato questa esperienza in un viaggio emotivo e civile. Un percorso che parla di memoria. E di Sicilia.
Il maxi processo fu un passaggio storico immenso. Recitare nel film “La Camera di Consiglio” l’ha riportata dentro quell’atmosfera di tensione civile. Qual è l’eredità più profonda che le è rimasta?
«Nel film “La Camera di Consiglio” interpreto la giudice popolare Francesca Vitale. Girare nel bunker ricostruito a Cinecittà, identico a quello del maxiprocesso, è stato fortissimo. Era un luogo chiuso, isolato, quasi senza contatto con l’esterno. E questo ci ha fatto entrare davvero nel loro stato emotivo. Da siciliana ho sentito il peso di quella memoria. Quella ferita che per noi è sempre aperta. Mi è rimasta un’inquietudine. Ma soprattutto la consapevolezza che siamo tutti chiamati a ricordare».
Questo film restituisce l’idea di una verità fragile. In quali momenti la sua interpretazione ha dialogato con la memoria collettiva e dove, invece, ha scelto una chiave più personale?
«La regista ha guidato tutti noi con grande precisione. Fiorella conosce bene Palermo e questi temi. In un momento del film, il personaggio affronta una vicenda familiare mentre è chiusa nel bunker. Lì emerge la determinazione reale di Francesca Vitale. Nonostante tutto non vacillava mai. Sono poche battute, ma mostrano la sua forza. Tra i giurati si vedeva chi aveva paura, chi era più determinato, chi sentiva nostalgia. Ma il comune denominatore era la coscienza civica».
Quali elementi l’hanno guidata nel costruire il personaggio?
«Francesca portava in aula delle agende. Ne aveva nove, piene di appunti fitti. Io quelle agende le ho avute in mano. Sono state trattate come reliquie. Dentro c’era la sua inquietudine, ma anche la lucidità. Leggendo una frase ho sentito proprio uscire la sua voce. Nel film si vedono le agende vere. È stato un momento di verità che ho cercato di restituire con onestà. In questo film parlano anche i silenzi. E la fotografia amplifica il disagio, la chiusura, la tensione».
Raccontare oggi il maxiprocesso significa non dimenticare. Il cinema può ancora preservare la memoria civile?
«Il cinema può fare tantissimo. Più del teatro. Perché arriva ovunque. E perché richiede concentrazione. Il film è già disponibile sulla piattaforma del Ministero dell’Istruzione, “Cinema per la Scuola”. I ragazzi possono vederlo facilmente. L’attore deve avvicinarsi con discrezione a figure così delicate. Il pathos da solo non basta. Deve emergere la verità».
Qual è stato per lei il nodo etico o emotivo più complesso da interpretare nel film “La Camera di Consiglio”?
«La difficoltà era mostrare un mondo intero attraverso piccoli frammenti. Non ci sono monologhi. Bisogna essere abili, non solo bravi. Abili a far vedere tutto in uno sguardo. Senza diventare retorici o didascalici».
La scena più difficile da girare?
«Trattandosi di un film corale, la sfida è stata quella di dare profondità a microscopiche scene. Il difficile è questo: non imporre un’emozione, ma farla vedere da uno spiraglio».
Cosa si augura che il film lasci al pubblico del futuro?
«La memoria è ciò che impedisce a una persona di morire davvero. Ma oggi i ragazzi vivono alla velocità di una storia Instagram. Il cinema può ancora far radicare qualcosa. Perché è buio, è grande. Perchè obbliga a guardare. Ricordare costa fatica. Ma bisogna insistere. E trovare nuovi linguaggi».
Parlando un po’ di lei. Perché ha scelto di restare e lavorare principalmente in Sicilia?
«Perché ci credo ancora. Le grandi città sono caotiche e costose. Oggi, con i self-tape, puoi vivere qui e lavorare ovunque. E poi questa è una terra difficile, ma piena di bellezza. Io voglio ancora scommettere su di lei».
C’è un attore, o un’attrice, con cui ha trovato una naturalezza particolare nel recitare?
«Io mi innamoro sempre di quello che faccio. E lavoro con entusiasmo. Sul palco o davanti a una telecamera, chiunque abbia accanto diventa famiglia».
Parliamo adesso dei suoi progetti in corso e futuri…
«Sto portando in giro due spettacoli diversissimi tra loro, in teatro. A conferma della mia natura eclettica rispetto a questo mestiere. “L’amore sterminato”, un monologo di Felicia Impastato. Uno spettacolo che si basa sulle sue parole, sulle sue interviste, collagate da Martino Lo Cascio. Io sul palco insieme ad un musicista racconto le parole di Felicia, anche attraverso un leggio. A testimoniare il fatto che io non interpreto Felicia, ma interpreto le sue parole, intervallandole da inserti video su Radio Aut, con la voce di Peppino. Stiamo girando per le scuole. Inoltre sono in scena con “Femmine Vaganti”, scritto e diretto da Antonio Pandolfo. Quattro ritratti di donne divertenti e resistenti».
“La Camera di Consiglio” non è soltanto un film sul maxiprocesso. È un dispositivo di memoria. Un invito a restare vigili. Un racconto che riporta luce su chi ha pagato un prezzo altissimo per difendere la verità.
Federica Dolce
Nota: le immagini di scena e il trailer sono stati gentilmente concessi dalla società produttrice