L’antimafia da Like

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Post, hashtag e indignazione social non fermano la criminalità

C’è un’antimafia che non nasce dalla conoscenza, ma dall’algoritmo. Un’antimafia che vive di post virali, di frasi ad effetto, di selfie davanti ai murales di chi ha pagato con la vita la lotta alla criminalità organizzata. È un’antimafia che non studia, non legge, non verifica: reagisce. E lo fa al ritmo dei like e delle condivisioni. In realtà, non si può nemmeno definire antimafia. Spesso alcuni giornalisti si chiedono come definire alcuni fenomeni e non sempre si ha la risposta corretta. Noi ci siamo chiesti se fosse comunque utile che chiunque parlasse di antimafia, schierandosi contro questa. Ma riteniamo che non sia così. Noi de *l’altroparlante* pensiamo che non si ci possa improvvisare leader dell’antimafia. Vogliamo ancora credere che una guida affidabile, tra organi di stampa, politici, cittadini impegnati possa esistere. Vogliamo credere che esista, ed a loro daremo voce. Vogliamo credere che prima o poi tanti familiari di vittime di mafia troveranno il modo di superare le imperfezioni umane e si uniranno in una lotta comune, che smetteranno di contrastarsi e investiranno risorse preziose nella lotta alla mafia, riuscendo a superare le contraddizioni che nascono trovandosi in un campo inesplorato, non voluto, inaspettato e estremamente doloroso. Sui social, chiunque può improvvisarsi esperto di mafia: basta una citazione di Falcone, un video indignato, qualche hashtag. Ma la lotta alla mafia non si misura in follower. Non basta gridare “legalità” per esserci dentro. Serve conoscenza storica, consapevolezza del fenomeno, comprensione dei suoi mutamenti e della sua capacità di mimetizzarsi. Eppure, molte persone oggi non seguono la stampa seria, non leggono inchieste, non ascoltano le voci di chi ha studiato e indagato per decenni. Preferiscono i social, dove la complessità è un difetto e l’approfondimento un lusso. Certo è più semplice per superare un *gap *sociale e culturale. È più semplice allinearsi a giudizi sommari e semplicistici che non richiedono troppe riflessioni. Ma anche pochi secondi d’impegno valgono pur qualcosa per ciascuno, oppure siamo al punto limite ed il nostro tempo, purché sia impegnato senza troppo stress è accettato come “scarto dell’epoca”? Possiamo davvero permetterci di vivere il nostro tempo così? Troppo, e sempre più spesso, sentiamo e leggiamo commenti di persone che hanno un seguito sui social degno di attenzione. Diverse decine di migliaia di persone li seguono. Eppure, commentano di tutto, inclusi gli aspetti legati alla criminalità organizzata. Un esempio per tutti, pochi giorni fa una nota tiktoker siciliana, decideva di scendere in campo “contro i mafiosi e le mafiose” ( con grande attenzione alla parità di genere, questo le va riconosciuto). Nel suo commentare eventi più o meno recenti emergevano di fatto dei luoghi comuni che, ai più, potrebbero sembrare affermazioni consolidate e comprovate, addirittura verità storiche, ma in realtà solo frutto di dicerie o, ancor peggio, di convinzioni messe in giro proprio dalla mafia, un esempio per tutti: “la vecchia mafia non uccideva donne e bambini, eravamo tutti più tranquilli perché regolavano i conti solo tra loro”. Teniamo a informare tutti i lettori che ancora non conoscono i dati ufficiali: 125 bambini sono stati uccisi dalla mafia, dalle sue origini a oggi. Questo il numero riconosciuto dallo Stato, riteniamo che possano essere di più. E per quanto riguarda le donne, non si sono certo risparmiati nello spargerne il sangue sulle strade. La memoria si semplifica, la verità si distorce e l’antimafia diventa spettacolo: un format da consumare, non un impegno da vivere. Anche una parte della stampa contribuisce al problema, trasformandosi in blog d’assalto, più attenti a inseguire il consenso che a difendere la verità. Si moltiplicano le disquisizioni popolari sulla mafia, fatte da chi la mafia non l’ha mai conosciuta davvero, né sul campo né nei libri. L’antimafia vera non è una moda. È fatta di lavoro silenzioso, studio, sacrificio, rischi personali. Chi riduce questa battaglia a un contenuto acchiappa clic non la serve, la tradisce. Se vogliamo che la parola “antimafia” conservi il suo peso, dobbiamo sottrarla all’intrattenimento e restituirla alla realtà. Un like non è impegno. Una condivisione non è coraggio. La lotta alla mafia è fatta di azioni, non di filtri Instagram. Noi ci impegniamo, da oggi in poi, a far nomi e cognomi, e sostenere chi questa battaglia ha scelto di combatterla con strumenti adeguati: cultura, conoscenza dei fatti, titolo, capacità e modi. Non sosterremo, anzi, contrasteremo con decisione tutti coloro che proveranno a cercare luce a danno di chi ha lavorato e pagato con il prezzo più alto: la vita. Non accetteremo di restare impassibili davanti a chi ingenera confusione sol perché ha accesso a strumenti di diffusione di massa. Abbiamo pensato per voi una rubrica dedicata ai caduti per lo Stato, ai caduti per tutti noi. Cercheremo di rendere loro onore trattando gli eventi con imparzialità e condividendo fatti certi. Se avremo delle “piste” faremo in modo da rendere chiaro a tutti che si tratta di ipotesi giornalistiche, possibili ma non certe.
 

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