La foglia di fico anti-mafia: le periferie affondano nei selfie dei politici

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Ci sono luoghi che, nella geografia del potere nostrano, non esistono sulla mappa dei servizi, ma sono cliccatissimi su quella dei server: le periferie. Prendete, ad esempio, Tommaso Natale. Per chi ci vive, è una costola storica di Palermo nord, un avamposto di quotidiana resistenza tra treni che passano, passaggi a livello che stritolano il traffico e una cronica dimenticanza che sa di secolare. Per chi amministra, invece, Tommaso Natale non è un quartiere: è un set. Un fondale di cartone pressato, un po’ sbiadito e preferibilmente sporco perché il contrasto sia più efficace, davanti al quale piazzare il sorriso d’ordinanza, rigorosamente a favor di smartphone.

È la grande transizione della politica palermitana (ma il virus è nazionale, intendiamoci): il passaggio definitivo dal progetto al pixel.

Un tempo, il politico che voleva farsi rieleggere doveva, se non altro per decenza, portare in dote qualcosa di solido. Un pezzo di asfalto liscio, un lampione funzionante, una promessa clientelare ma tangibile. Oggi no. Oggi basta il prefisso. Il politico moderno non risolve il problema: lo visita. Arriva l’assessore, scende dal SUV il consigliere, si materializza il burocrate di turno con la cravatta leggermente allentata per fare “popolo”. Guarda il cumulo di spazzatura con ciglio severo. Indica una buca con l’indice teso, mimando l’indignazione che solitamente si riserva ai colpi di Stato. E poi, zac. Scatta il riflesso condizionato. Il portavoce, pagato con i soldi dei contribuenti che quella buca la evitano ogni mattina spaccando i semiasse dell’auto, solleva il telefono. Sorriso a trentadue denti, sole in fronte, sfondo di degrado e didascalia standard: “Oggi a Tommaso Natale per ascoltare i cittadini. Noi ci siamo, la rinascita parte dalle periferie”.

Ecco. In quel preciso istante, per l’eletto, il problema è risolto. La buca è sanata dal “mi piace”, l’immondizia è sublimata dalla condivisione, il dissesto idrogeologico è superato dal filtro Instagram. Il sopralluogo non è più lo strumento per capire dove mettere le mani; è l’evento stesso. Il politico non va sul posto per lavorare, va sul posto per dimostrare che è andato sul posto. È la tautologia elevata a programma di governo.

E qui casca l’asino, anzi, il finto antimafioso d’ordinanza. Perché l’alibi perfetto di questa classe dirigente da bacheca social è sempre lo stesso, un disco rotto che a Palermo suona da decenni: la “lotta alla mafia”. Ogni volta che un cittadino osa protestare per i cassonetti che straripano in via Costantino o per il buio pesto delle strade, la risposta, esplicita o subdolamente evocata, è la solita foglia di fico. Ti spiegano, con lo sguardo grave di chi porta il peso del mondo sulle spalle, che loro stanno “scardinando i vecchi sistemi”, che stanno “ripristinando la legalità”, che la periferia è difficile perché “strappata al controllo dei clan”. In questo caso il selfie viene fatto sulla scena del crimine. Quella in cui la mafia ha dimostrato la sua presenza e il suo modello di controllo del territorio. Che si tratti di un bar, una pizzeria incendiata o una vetrina crivellata dai colpi di Kalašnikov non fa molta differenza. L’importante è mantenere lucide le scarpe.

Ma fateci il piacere. Cosa c’entra la lotta alla mafia con la Rap che non raccoglie la spazzatura? Cosa c’entra Cosa Nostra con l’Amg che lascia i lampioni spenti per mesi o con gli uffici comunali che non sanno spendere i fondi europei per rifare i marciapiedi? Forse che i boss si annidano dentro i tombini intasati per impedire il deflusso dell’acqua piovana? O forse Matteo Messina Denaro, prima di essere catturato, passava le sue giornate a svitare le lampadine a Tommaso Natale?

La verità è l’esatto contrario. Questa narrazione eretta a scudo è una colossale truffa semantica. Amministrare l’ordinario, far funzionare gli autobus, potare gli alberi, garantire che un disabile possa camminare su un marciapiede senza rischiare la vita, non è una sottospecie della fiction poliziesca. È semplicemente il “Bignami” del buon governo. Anzi, a voler essere precisi, è proprio l’assenza dello Stato nelle piccole cose che storicamente ha offerto alla mafia il terreno fertile del welfare sostitutivo. Ma oggi assistiamo al capovolgimento della logica: si usa lo spauracchio della lotta ai clan per giustificare l’incapacità di gestire un appalto di manutenzione stradale. Come se per coprire una buca servisse la Direzione Investigativa Antimafia e non, più banalmente, un sacco di bitume e un operaio sveglio.

Nel frattempo, a telecamere spente e a post pubblicato, la carovana riparte. Il SUV gira l’angolo direzione centro, lasciando Tommaso Natale, o lo Zen oppure Sferracavallo o Capaci, esattamente com’era. Anzi, un po’ peggio, perché al danno delle strade ridotte a groviera e delle radici degli alberi che sollevano i marciapiedi trasformandoli in rampe di lancio per anziani, si aggiunge la beffa dello scherno digitale.

Perché la verità è che questa politica dell’immagine risponde a una precisa, cinica logica di mercato. Risolvere le criticità di una periferia palermitana richiede tempo, fegato e competenza. Significa scovare le pieghe di bilanci comunali asfittici, sbloccare i fondi extra-comunali incastrati nelle secche della burocrazia regionale, interloquire con le partecipate che spesso sembrano muoversi con la velocità di un bradipo in letargo. Richiede, insomma, quella cosa noiosissima e invisibile che un tempo si chiamava “amministrazione”. Ma l’amministrazione non ha un buon engagement. Non fa fare scrolling. Chi ve lo fa fare di passare mesi dietro a una delibera di giunta per il rifacimento delle fognature, quando con cinque minuti di posa plastica e una camicia bianca con le maniche arrotolate, per dare l’idea del “lavoro sodo”, incassate il plauso della vostra bolla virtuale?

Il paradosso è totale. Il cittadino di Tommaso Natale si trova così a vivere in una realtà sdoppiata. Da un lato c’è l’universo sensoriale: l’odore acre dei cassonetti stracolmi sotto il sole estivo, il buio di intere vie lasciate senza illuminazione che trasforma la passeggiata serale in un atto di fede, l’assenza totale di un centro di aggregazione o di un parco giochi degno di questo nome per i propri figli. Dall’altro lato c’è l’universo virtuale dei profili istituzionali: un eden di efficienza in cui è tutto un “avviato”, “programmato”, “intercettato”, “messo in sicurezza”. Se osi far notare, sotto il post trionfale, che la via tal dei tali è ancora una discarica a cielo aperto, la risposta è preconfezionata dal social media manager: “Stiamo verificando, grazie della segnalazione”. Traduzione: non ce ne frega niente, abbiamo già fatto il post.

Siamo di fronte a una vera e propria sostituzione della realtà. La passerella ha fagocitato l’azione. E il bello è che questi signori si offendono pure se glielo fai notare. Vi diranno che “comunicare è importante”, che “i cittadini devono sapere cosa fa l’amministrazione”. Certo. Ma per comunicare qualcosa, quel “qualcosa” deve prima esistere nel mondo fisico, non solo nella memoria dello smartphone dell’assessore. Altrimenti non è comunicazione: è televendita. Con la differenza che se la pentola della televendita è difettosa puoi chiedere il rimborso; se la periferia affonda, ti tieni il fango, il disservizio e pure il selfie del venditore che ti spiega che lo fa per la legalità.

Roberto Greco

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