Un consultorio familiare e una tavola rotonda contro gli abusi, insieme a psicologi e magistrati, per un’alleanza con la comunità ecclesiale che riparta dall’ascolto delle famiglie e di chi vive un disagio. Sono queste le iniziative che l’arcidiocesi di Monreale, guidata da monsignor Gualtiero Isacchi, ha messo in campo per stringere un patto con la società civile che parta dalla tutela dei più deboli.
Un pomeriggio, quello di ieri, scandito prima dall’inaugurazione del consultorio, poi da un dibattito franco e schietto a cui la Chiesa di Monreale non si è sottratta e in cui non sono mancate le bacchettate all’indirizzo delle gerarchie ecclesiastiche.
Il nuovo consultorio
Il pomeriggio si è aperto con l’inaugurazione del consultorio familiare “San Carlo Borromeo”, in via Antonio Veneziano 98, a due passi dal Duomo. Uno strumento di ascolto e aiuto concreto alle famiglie.
«E’ espressione di una direzione che la Chiesa di Monreale vuole prendere in modo deciso, la direzione dell’ascolto e della vicinanza – ha detto monsignor Isacchi, prima di benedire i locali alla presenza del sindaco Alberto Arcidiacono -. Sarà un consultorio aperto alle famiglie e in generale a chi vive un disagio, a chi ha bisogno di essere ascoltato o indirizzato, con una particolare attenzione alle vittime di ogni forma di abuso perché possano trovare sostegno e accompagnamento. Questo è un luogo simbolico da cui partirà la formazione di tutti gli operatori pastorali che si dedicheranno all’ascolto nell’arcidiocesi”.
“Il rilancio sociale, in questo momento così critico per tutto il Paese, deve essere affrontato con serietà e responsabilità – ha aggiunto il primo cittadino -. Queste iniziative porteranno benefici immediati per tutto il territorio, grazie all’arcivescovo e a quanti si sono spesi per aprire il consultorio».
La lotta agli abusi
Il momento più forte si è però vissuto poco dopo, al palazzo arcivescovile, dove davanti a una platea ben nutrita si è parlato di abusi. L’arcivescovo, seduto in prima fila, ha chiamato a raccolta le istituzioni: il prefetto Massimo Mariani, il questore Vito Calvino, il deputato regionale Marco Intravaia, i dirigenti dell’Asp e i rappresentanti delle forze dell’ordine.
E il risultato è stato un dibattito vero, anche se per certi versi doloroso. «La Chiesa deve fare la sua parte – ha detto Isacchi -. Quello degli abusi è un fenomeno da affrontare insieme alle istituzioni e a chi se ne occupa, dobbiamo mettere a disposizione professionisti ed energie per accompagnare le vittime e manifestare loro la nostra vicinanza».
Un momento di confronto, moderato dalla giornalista Alessandra Turrisi, e che ha visto gli interventi del Procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, del Procuratore aggiunto per le fasce deboli Laura Vaccaro, dello psicoterapeuta Vincenzo Nuzzo e del preside della Facoltà teologica di Sicilia don Vito Impellizzeri.
Il cambio di rotta
«Viviamo un momento in cui i soggetti più fragili, i minori e le donne sono esposti a violenze gratuite e arbitrarie – ha detto il procuratore De Lucia -. Serve l’azione repressiva delle forze di polizia e della magistratura ma ancor di più l’attività di prevenzione che è soprattutto educazione che viene dalla scuola, e quindi dallo Stato, ma anche dalla Chiesa. Dobbiamo prevenire ed evitare il reato, guardando a tutte le componenti della società che possono aiutarci. Vari Papi hanno svolto una riflessione che ha portato a una assunzione di responsabilità e le linee guida della Cei, del 2019, sono particolarmente importanti perché sanciscono che la tutela dei minori viene prima di tutto».
Una posizione, quella della Chiesa, che non sempre è stata lineare, come ha ricordato la procuratrice Vaccaro. «Ho iniziato come sostituto procuratore subito dopo le stragi, nel 1992, e una delle prime cose di cui mi sono occupata fu un’indagine che mi portò a chiedere una misura cautelare per un diacono che era anche un insegnante alle Elementari. Avevamo raccolto il vissuto dei bambini e dei genitori che ci avevano portato a una richiesta di misura cautelare, ma una settimana dopo il vescovo prese posizione contro il pm».
Una realtà che in 30 anni è profondamente cambiata, come ha riconosciuto Vaccaro, grazie all’abolizione del segreto pontificio. «Oggi ci aspettiamo grande collaborazione – ha proseguito – e abbiamo avuto un caso in cui a denunciare un sacerdote sono stati proprio i suoi superiori. Oggi la Chiesa non si limita a riconoscere un passato che crea scandalo, ma grazie a Papa Francesco è ripartita dalle vittime».
Una critica severa che è anche autocritica, come ha dimostrato l’intervento di don Impellizzeri. «Quando Giovanni Paolo II chiese perdono non tutti la presero bene – ha detto – ma sono convinto che oggi dobbiamo liberare la parola ‘scandalo’ dall’ambiguità della comunicazione, anche alla luce di quello che sta accadendo a Piazza Armerina. Lo scandalo non è che si sappia che sia successo, ma il fatto stesso che sia successo. Un’ambiguità difficile per la Chiesa, ma noi non siamo solo uomini di Chiesa ma anche cittadini che rispettano le leggi».
Un cambio di passo che implica anche un cambio di mentalità. «La differenza fra peccato e reato è sottile ed è difficile da gestire quando si è di fronte a una denuncia – ha proseguito il preside della Facoltà teologica -. Io per primo ho detto che va fatta subito la denuncia alle autorità civili e dopo al vescovo. Ma dobbiamo ammettere di avere un problema anche col segreto della confessione: non possiamo tradirlo ma allora dobbiamo cambiare il modo di confessare e per farlo serve una seria formazione. Spesso non consideriamo la rabbia che c’è nella Chiesa da parte di chi è sano e soffre per quanto si è nascosto. Infine dobbiamo decidere se fare entrare come criterio di discernimento il laicato sano, puntando su un rapporto di reciprocità con le scienze umane per fare reale prevenzione».
Roberto Immesi