La sindrome del peristilio: anatomia del linciaggio digitale

Il tribunale dei social media opera secondo una semiotica del frammento. In un mondo dominato dall'iper-testo, paradossalmente, si è persa la capacità di leggere il contesto

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Una riflessione polemica sulla giustizia sommaria dei social, dove il linciaggio digitale sostituisce il diritto e distrugge vite basandosi su un tweet decontestualizzato

Nel suo Trattato di sociologia generale, Vilfredo Pareto analizzava i “residui”, quegli impulsi irrazionali che l’essere umano maschera sotto lo smalto della logica. Se Pareto potesse osservare un moderno trend topic su X o una sezione commenti su Facebook, riconoscerebbe immediatamente il residuo del sacrificio rituale. Non siamo diventati più civili; abbiamo solo sostituito la pietra con il bit.

Il meccanismo della decontestualizzazione

Il tribunale dei social media opera secondo una semiotica del frammento. In un mondo dominato dall’iper-testo, paradossalmente, si è persa la capacità di leggere il contesto. Si prende un enunciato, un fotogramma, una frase di dieci anni fa, un gesto colto da un’inquadratura sbilenca, e lo si trasforma in un segno assoluto.

In questo processo, l’individuo cessa di essere una persona (con la sua complessità e le sue contraddizioni) per diventare un simbolo. Se il segno emesso urta la suscettibilità della tribù digitale, scatta la damnatio memoriae. Non si contesta l’errore, si nega il diritto all’esistenza del peccatore.

L’eterogenesi dei fini digitali

La polemica qui si fa necessaria: i social, nati con la promessa di una agorà democratica, si sono trasformati in un panottico rovesciato. Nel carcere di Bentham, l’uno controllava i molti; oggi, i molti controllano l’uno. Chiunque, oggi, non si allinei al canone estetico o morale del momento viene trascinato nel peristilio elettronico. Inoltre la riflessione richiede tempo (il tempus regit actum dei giuristi), ma l’algoritmo premia la reazione viscerale. Se aspetti a indignarti, sei sospetto. Se chiedi prove, sei complice.

Il ritorno del boia collettivo

Il vero dramma di questa giustizia sommaria è che essa non prevede la catarsi. Nella tragedia greca, il coro commentava l’orrore per purificare lo spettatore. Nella gogna digitale, il coro è il boia. Non c’è redenzione possibile perché il “post” è eterno, e la smentita non possiede mai la carica virale dell’accusa.

Siamo di fronte a un’umanità che, avendo accesso a tutta la conoscenza del mondo tramite un rettangolo di silicio, lo usa per tornare ai riti del villaggio medievale. La folla digitale non cerca la verità, cerca lo spettacolo del sangue (metaforico, ma non meno letale per la dignità).

Verso un’ecologia della parola

La critica deve essere spietata: stiamo scambiando la libertà di parola con la libertà di insulto coordinato. Se la “legione di imbecilli” (per citare una constatazione dolorosa ma necessaria di Umberto Eco) ha preso il sopravvento, è perché abbiamo rinunciato al filtro dell’esegesi.

Un tempo si diceva che “la carta canta”. Oggi potremmo dire che “lo schermo urla”. E nel frastuono di dieci milioni di sentenze emesse tra un caffè e l’autobus, la Giustizia, quella con la bilancia, non quella con lo smartphone, finisce per sembrare un reperto archeologico di una civiltà scomparsa.

Bisognerebbe riscoprire il valore del silenzio critico. Ma il silenzio, si sa, non produce engagement. E in questo paradosso risiede la nostra condanna.

Roberto Greco

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