C’è un momento, nella vita di un magistrato, in cui la solitudine si trasforma in sacrificio. Come nel caso di Mario Amato
La mattina del 23 giugno 1980, Roma è già avvolta dalla cappa afosa dell’estate che comincia. Alle 7:50, un uomo sui quarant’anni esce di casa in viale Jonio. Non ha la scorta, non ha un’auto blindata. Cammina verso la fermata dell’autobus della linea 392, un rito quotidiano che lo confonde tra la folla dei pendolari. Quell’uomo è Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica, e da due anni ha ereditato l’indagine più scottante e pericolosa d’Italia: quella sulla galassia dell’eversione nera nella Capitale. Alla fermata, alle sue spalle, si avvicina un giovane. Un colpo secco alla nuca, calibro 38, spezza la sua vita sul colpo. Il killer fugge in sella a una moto guidata da un complice.
Poche ore dopo, una telefonata rivendica l’agguato a nome dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR): “Abbiamo eseguito la sentenza di morte contro il giudice Amato, per il quale lo Stato non ha voluto la protezione”. È la firma del neofascismo stragista su uno dei delitti più annunciati, e drammaticamente evitabili, degli Anni di Piombo.
Il profilo: un investigatore moderno nel caos della Procura romana
Nato a Palermo nel 1937, Mario Amato era un magistrato meticoloso, rigoroso e privo di protagonismi. Non cercava i riflettori delle cronache, cercava i fatti. Quando nel 1977 viene trasferito alla Procura di Roma, si trova quasi subito a raccogliere l’eredità professionale del collega Vittorio Occorsio, assassinato nel 1976 dal terrorista di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli. Amato capisce subito che il neofascismo non è più solo una nostalgia folkloristica o un fenomeno di picchiatori di piazza, ma si è evoluto in qualcosa di strutturato, fluido e ferocissimo.
Con un lavoro paziente, Amato comincia a mappare la destra eversiva romana. È il primo a intuire il legame profondo e operativo tra i vecchi leader di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e le nuove leve spontaneiste dei NAR, guidate dai fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti. Non solo: Amato è tra i pochissimi a comprendere le spaventose connessioni tra l’estremismo nero, la nascente Banda della Magliana e i settori deviati della finanza e dei servizi segreti. È un metodo investigativo moderno, che non si ferma al singolo reato ma cerca il disegno complessivo.
Questa sua straordinaria lucidità diventa però la sua condanna, perché si sviluppa in un isolamento quasi totale all’interno del palazzaccio di Piazzale Clodio.
Il contesto: la “Procura delle nebbie” e il muro di gomma
Per comprendere l’omicidio Amato è necessario calarsi nel clima tossico della Roma di fine anni Settanta. La Procura capitolina è ribattezzata dai giornalisti “la Procura delle nebbie“, un luogo dove i fascicoli scottanti sulla destra eversiva tendono a svanire, a essere frammentati in mille rivoli o ad arenarsi nei cassetti. Amato lavora in un clima di diffidenza, se non di aperta ostilità, da parte dei suoi superiori.
Il capo della Procura dell’epoca, Giovanni De Matteo, non comprende o non vuole comprendere la portata delle indagini di Amato. Il giovane sostituto si ritrova a gestire una mole impressionante di inchieste senza uomini, senza mezzi e, soprattutto, senza scorta. Chiede ripetutamente un’auto blindata, fa presente che i suoi spostamenti sono abitudinari e facilmente tracciabili. Riceve solo dinieghi e scrollate di spalle.
Pochi giorni prima di morire, il 13 giugno 1980, Amato viene ascoltato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Le sue parole sono un grido d’allarme formale e disperato: descrive una Procura che lo lascia solo a “svolgere indagini che meriterebbero ben altro appoggio”, parla apertamente della penetrazione dei NAR nelle istituzioni e denuncia la totale sottovalutazione del pericolo. La relazione viene archiviata. Dieci giorni dopo, i NAR lo colpiscono esattamente come lui aveva previsto.
La dinamica dell’omicidio: l’esecuzione di viale Jonio
L’azione del 23 giugno è militare, spietata e geometrica nella sua semplicità. I NAR hanno studiato le abitudini di Amato, sanno che ogni mattina prende l’autobus. A sparare è Gilberto Cavallini, terrorista nero strettamente legato ai fratelli Fioravanti. Ad attenderlo sulla moto per la fuga c’è Luigi Ciavardini, all’epoca minorenne.
L’omicidio non serve solo a fermare l’indagine, ma ha un valore simbolico per l’eversione nera: dimostra che lo Stato è debole, che i suoi uomini migliori possono essere eliminati con facilità e che nessuno è al sicuro. L’eliminazione di Amato, nelle intenzioni dei NAR, deve spianare la strada al progetto più ambizioso e devastante della destra eversiva, che si concretizzerà appena quaranta giorni dopo, il 2 agosto 1980, con la strage alla stazione di Bologna.
L’iter processuale: la veridicità delle intuizioni di Amato
La giustizia per la morte di Mario Amato ha avuto un percorso lungo, che ha dovuto squarciare i veli di depistaggi e silenzi. Il processo per l’omicidio si è concluso individuando i responsabili apicali ed esecutivi della galassia NAR. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati condannati come mandanti dell’assassinio, nell’ambito della strategia di annientamento dei magistrati “scomodi”.
Gilberto Cavallini è stato condannato all’ergastolo come esecutore materiale del delitto. Luigi Ciavardini, giudicato dal Tribunale dei minorenni, è stato condannato a 30 anni di reclusione per la complicità nell’agguato. Le sentenze non hanno solo punito i killer, ma hanno storicamente e giuridicamente validato la tesi che Amato sosteneva in solitudine: i NAR non erano “pazzi isolati”, ma il braccio armato di un sistema eversivo coordinato e letale.
La voce del tempo: lo sconcerto e la vergogna delle istituzioni
Le reazioni successive all’omicidio sono un misto di dolore autentico, rabbia dei colleghi e tardivi esami di coscienza della politica. La moglie di Mario Amato, Anna Maria, pur chiusa in un dignitoso e straziante silenzio, farà emergere nel tempo l’amarezza per un uomo che sapeva di essere stato abbandonato al suo destino dal sistema che serviva.
Tra i colleghi, le parole più dure arrivano dai magistrati che con lui condividevano le trincee giudiziarie della sinistra e della destra. Un giovane magistrato dell’epoca ricorderà come la morte di Amato pesasse come un macigno sulla coscienza collettiva del palazzaccio: “Sapevamo tutti cosa rischiava, ma le sue denunce venivano trattate come fissazioni di un uomo stressato”.
Sulle colonne dei quotidiani, i giornalisti dell’epoca non usarono mezzi termini. Si scrisse apertamente che Amato era stato “consegnato” ai suoi assassini dall’inerzia burocratica e dalle complicità ideologiche che allignavano nei corridoi del potere romano. Anche le forze dell’ordine, che con Amato avevano collaborato per arrestare i primi nuclei della destra eversiva, espressero frustrazione per il fatto che i rapporti investigativi firmati dal magistrato non avessero ricevuto il supporto politico e logistico necessario per smantellare le cellule terroristiche prima del punto di non ritorno.
Memoria ed eredità: il faro per le nuove generazioni di magistrati
Per decenni, la figura di Mario Amato è rimasta vittima di una sorta di cono d’ombra della memoria nazionale, quasi che la sua fine ricordasse troppo da vicino le colpe e le omissioni dello Stato. Tuttavia, negli ultimi anni, la sua eredità è stata fortemente riscoperta, soprattutto all’interno della magistratura.
Oggi, Mario Amato non è solo un nome su una targa commemorativa in viale Jonio o nell’aula della Corte d’Assise di Roma. La sua eredità per i giovani magistrati risiede nel suo metodo di lavoro. Amato ha insegnato che di fronte ai fenomeni complessi, siano essi il terrorismo o le mafie, non ci si può limitare alla superficie. Ha dimostrato che l’indipendenza del magistrato si misura non solo nei confronti dei poteri esterni, ma anche e soprattutto nell’isolamento interno, mantenendo la schiena dritta anche quando il proprio ufficio rema contro. Lo scorso 10 giugno, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, ad Amato e Occorsio è stata intitolata l’aula magna della nuova Corte d’appello di Roma.
Il suo sacrificio ha ridefinito il concetto di coordinamento investigativo. Se oggi le procure italiane affrontano la criminalità organizzata ed eversiva con pool specializzati, lo si deve anche alla lezione drammatica di Mario Amato, che morì perché era l’unico a possedere la chiave di lettura del terrore nero. La sua figura parla ai giovani magistrati della necessità del rigore, della fermezza morale e del rifiuto di ogni compromesso con le “nebbie” che, in forme diverse, cercano ancora oggi di avvolgere la ricerca della verità.
Roberto Greco