I pescatori di plastica: la flotta di Mazara schiacciata tra mare sporco e follia burocratica

Il bacino del Mediterraneo è una delle aree più colpite dall’inquinamento da micro e macro-plastiche al mondo. Per la sua conformazione di mare semichiuso, raccoglie i rifiuti dei fiumi di tre continenti. La nostra inchiesta

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A guardarlo dal molo del porto canale, il Canale di Sicilia sembra ancora quel mare generoso che per generazioni ha fatto la fortuna di Mazara del Vallo. Ma basta salire a bordo di un motopesca che rientra da una battuta di strascico al largo, a settanta miglia dalle coste tunisine, per capire che il racconto del mare è cambiato. Oggi, le reti dei marinai mazaresi non tirano su solo il pregiatissimo gambero rosso o i merluzzi. Tirano su tonnellate di plastica. Bottiglie, cassette di polistirolo, copertoni, reti fantasma, sacchetti sfilacciati.

Quella dei “pescatori di plastica” è una realtà che trasforma i nostri marittimi nei primi, veri operatori ecologici del Mediterraneo. Eppure, per lo Stato italiano e per i regolamenti portuali, questa attività di pulizia spontanea si scontra con un muro di gomma fatto di burocrazia kafkiana e paradossi legislativi. Se un comandante decide di fare la cosa giusta, ovvero tenere la plastica a bordo, stivarla e portarla a terra per smaltirla nei centri di riciclaggio, rischia paradossalmente una denuncia per traffico illecito di rifiuti o deve pagare di tasca propria le tasse di conferimento in banchina. Se la rigetta in mare, come si è sempre fatto per secoli con gli scarti, la legge non dice nulla. Un cortocircuito normativo che sta logorando una marineria già stremata dal caro gasolio e dalle restrizioni europee sulle quote di pesca.

Il Canale di Sicilia: una discarica a cielo aperto

mazara pescatori plasticaIl bacino del Mediterraneo è una delle aree più colpite dall’inquinamento da micro e macro-plastiche al mondo. Per la sua conformazione di mare semichiuso, raccoglie i rifiuti dei fiumi di tre continenti. Lo strascico profondo, la tecnica di pesca più diffusa a Mazara, raschia i fondali fangosi dove le correnti accumulano i rifiuti pesanti.

Le stime dei capitani sono impressionanti: in una settimana di navigazione, una singola imbarcazione può raccogliere dai 100 ai 300 chili di rifiuti plastici. Moltiplicato per l’intera flotta mazarese, si parla di tonnellate di spazzatura che potrebbero essere rimosse permanentemente dall’ecosistema marino. Ma la legge “SalvaMare”, approvata per facilitare il conferimento dei rifiuti nei porti, in Sicilia si scontra con l’assenza di impianti di ricezione adeguati e con l’applicazione rigida delle norme doganali e portuali.

Intervista in banchina: «Se pulisco il mare, per lo Stato sono un criminale»

Ci accoglie a bordo del suo motopesca, il capitano Giovanni (nome di fantasia per tutelarne l’attività commerciale), 56 anni, una vita spesa sulle rotte che dividono la Sicilia dall’Africa settentrionale. Le mani sono spesse, segnate dal sole, dal sale e dai cavi d’acciaio. Lo sguardo è quello stanco di chi è appena rientrato dopo venti giorni di mare.

Capitano, cosa trovate esattamente dentro le reti quando le tirate su dal fondo del Canale?

«Troviamo di tutto. Cose che la gente a terra non può nemmeno immaginare. Il pesce ormai nuota in mezzo all’immondizia. Accanto ai gamberi e alle triglie saltano fuori fusti di olio motore, fustini di detersivo con le scritte in arabo o in francese, copertoni di camion e soprattutto una quantità infinita di plastica monouso. Il polistirolo delle cassette da pesce usate dalle navi officina straniere è una piaga: si sbriciola e diventa come neve sul ponte. I pesci lo inghiottono e noi poi troviamo lo stomaco dei merluzzi pieno di palline bianche. È un disastro, il mare sta morendo sotto i nostri occhi».

Un tempo tutto quello che non era pesce veniva rigettato in mare. Oggi voi cercate di fare diversamente. Cosa succede se decidete di tenere la plastica a bordo?

«Succede che devi avere fegato. Perché se decidi di fare l’ecologista, la burocrazia ti tratta come se fossi un trafficante di rifiuti tossici. Fino a poco tempo fa, se entravi in porto con un sacco pieno di bottiglie di plastica recuperate a 80 miglia da qui, la Capitaneria o la Dogana potevano farti la multa perché non avevi il formulario di identificazione dei rifiuti (FIR). Capisci l’assurdità? Io sono un pescatore, non una ditta di nettezza urbana. Non posso compilare un registro di carico e scarico per la spazzatura che galleggia in mezzo al mare. E se pure trovi l’autorità comprensiva che chiude un occhio, il problema si sposta sulla banchina».

Cioè, cosa succede una volta arrivati al porto di Mazara?

«Succede che mancano le isole ecologiche dedicate nei porti. La legge “SalvaMare” sulla carta dice che i pescatori possono conferire gratuitamente i rifiuti pescati accidentalmente. Ma la realtà siciliana è che i comuni e le autorità di sistema portuale non si mettono d’accordo su chi deve pagare i costi di smaltimento. Quindi tu arrivi stanco morto dopo tre settimane di mare, hai i sacchi di plastica sul ponte che ti tolgono spazio di lavoro e sicurezza, e non sai dove metterli. Spesso i cassonetti del porto sono stracolmi o chiusi a chiave. Ci è capitato che ci dicessero: “Teneteveli a bordo o pagate la ditta privata per lo smaltimento”. Ma ti sembra normale che io debba pagare per aver pulito il mare di tutti?».

Questa situazione cosa comporta? I suoi colleghi preferiscono arrendersi?

«La verità? Che molti buttano di nuovo tutto in acqua. E non puoi biasimarli. Se tenere la plastica a bordo significa rischiare una sanzione amministrativa di migliaia di euro, bloccare la barca per i controlli o fare la figura del fesso che paga per smaltire la spazzatura altrui, il marinaio apre il portellone e ributta la plastica da dove è venuta. È un dolore al cuore, perché sappiamo che quella stessa plastica la ritroveremo nella calata successiva o nella rete di un collega. Ma noi con la barca ci dobbiamo campare, abbiamo famiglie a terra, mutui, il prezzo del gasolio alle stelle. Non possiamo permetterci di fare le guerre di principio contro i mulini a vento della burocrazia».

Cosa servirebbe davvero per sbloccare questa situazione e trasformarvi in alleati del mare?

«Servono cose semplici, non leggi scritte dagli avvocati nei ministeri a Roma. Serve che ogni porto della Sicilia abbia un’area recintata, aperta 24 ore su 24, dove il pescatore sbarca, lascia il sacco con la plastica e nessuno gli chiede documenti o soldi. Anzi, ti dico di più: lo Stato dovrebbe darci un incentivo, anche piccolo, magari uno sconto sulle tasse portuali o sul carburante, per ogni chilo di plastica che portiamo a terra. Se ci dai una mano, noi il mare te lo svuotiamo dalla plastica in cinque anni. Abbiamo le barche, abbiamo le reti e siamo ovunque. Dateci solo la possibilità di farlo senza rischiare la galera».

Il prezzo del silenzio ecologico

L’urlo di dolore della marineria di Mazara del Vallo svela l’ipocrisia delle politiche green europee e regionali. La flotta peschereccia, storicamente accusata dalle associazioni ambientaliste di impoverire i fondali con la pesca a strascico, si ritrova a essere l’unico baluardo capace di recuperare i rifiuti solidi dove nessuna nave oceanografica potrebbe mai arrivare.

Finché la plastica marina sarà considerata un “rifiuto speciale” soggetto a tracciabilità industriale invece di un’emergenza ambientale da gestire con procedure di protezione civile, i fondali del Mediterraneo continueranno ad accumulare veleni. E i pescatori siciliani, rimasti soli a difendere il loro strumento di lavoro, continueranno a guardare quelle reti piene di plastica con il dubbio lacerante se fare i cittadini onesti o difendersi da uno Stato miope.

Roberto Greco