Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si trova oggi davanti a un bivio storico che promette di mutarne i connotati in modo irreversibile il ruolo del medico di famiglia. Al centro del dibattito politico e sindacale vi è la proposta, caldeggiata da ampi settori del Governo, di trasformare i Medici di Medicina Generale (MMG) da liberi professionisti convenzionati a veri e propri dipendenti organici delle Aziende Sanitarie Provinciali (ASP). Una rivoluzione che, se da un lato promette di risolvere il caos organizzativo territoriale, dall’altro solleva interrogativi profondi sulla natura stessa del rapporto medico-paziente.
Le ragioni della svolta: un sistema in affanno
Per decenni, il medico di base è stato un “ibrido”: un professionista con partita IVA che opera in convenzione con lo Stato. Questo modello, pur garantendo capillarità, ha mostrato crepe profonde durante la pandemia di COVID-19 e nella successiva gestione delle cronicità.
Il Governo giustifica il passaggio alla dipendenza con tre obiettivi critici. Integrazione Ospedale-Territorio: la frammentazione attuale rende difficile il dialogo tra medici di base e specialisti ospedalieri. Rendere i medici dipendenti delle ASP faciliterebbe l’accesso ai dati clinici e una gestione coordinata dei percorsi di cura. Attuazione del PNRR e Case della Comunità: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza punta tutto sulle Case della Comunità. Per farle funzionare, lo Stato ha bisogno di professionisti che non siano “ospiti” delle strutture pubbliche, ma parte integrante del loro organigramma, soggetti a turnazioni e obiettivi aziendali. Governance della Spesa: come dipendenti, i medici sarebbero soggetti a direttive più stringenti sull’appropriatezza prescrittiva, permettendo alle ASP un controllo più granulare sui flussi di spesa farmaceutica e diagnostica.
I punti di forza: cosa cambierebbe per il medico e per il cittadino
Il passaggio alla dipendenza non è visto solo come un atto di controllo, ma anche come una possibile ancora di salvataggio per una categoria travolta dalla burocrazia. Oggi un medico di base è anche un piccolo imprenditore: deve gestire l’affitto dello studio, le utenze, il personale infermieristico e di segreteria. Diventare dipendente significherebbe delegare queste incombenze all’ASP, tornando a fare “solo” il medico. Malattia, ferie pagate, congedi parentali e scatti di anzianità diventerebbero diritti certi anche per i medici, eliminando la precarietà di chi, oggi, se si ammala deve pagarsi un sostituto. L’essere dipendenti, infine, favorisce il lavoro multidisciplinare. Il medico non sarebbe più solo nel suo studio, ma inserito in un team con infermieri di famiglia, assistenti sociali e psicologi.
Le criticità: il rischio della “impiegatizzazione”
Non mancano però le voci critiche, soprattutto da parte di sigle sindacali storiche come la Fimmg, che temono una deriva burocratica della professione. Il rischio è quello di trasformare il medico in un passacarte dell’ASP, vincolato a logiche di budget aziendali piuttosto che alla libertà clinica necessaria per curare il singolo paziente.
Le principali preoccupazioni riguardano, inannzitutto, il rapporto di fiducia. Perché la scelta del medico di base è oggi basata sulla fiducia personale. Con il passaggio alla dipendenza, si teme che il cittadino possa trovarsi di fronte a un “medico di turno” assegnato dall’azienda, snaturando la continuità assistenziale. Potrebbe inoltre verificarsi una perdita di flessibilità, in quanto la libera professione consente una flessibilità di orari e di gestione degli studi che la rigidità del contratto pubblico potrebbe soffocare. C’è inoltre il noin trascurabile problema dei costi per le casse pubbliche in quanto trasformare circa 40.000 convenzionati in dipendenti comporterebbe un onere enorme in termini di contributi previdenziali e oneri riflessi, stimato in diversi miliardi di euro.
Il nodo delle ASP e il divario Nord-Sud
Un altro punto dolente è la capacità delle ASP (o ASL) di gestire questa massa di nuovi dipendenti. In molte regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, le aziende sanitarie sono già in piano di rientro e mostrano gravi carenze amministrative. Affidare loro la gestione totale della medicina territoriale è un salto nel buio: se l’ASP non è efficiente, il servizio al cittadino rischia di peggiorare drasticamente.
Inoltre, va considerato il problema della carenza dei medici. Non è detto che il posto fisso sia ancora così attrattivo per le nuove generazioni di medici, che spesso preferiscono la libera professione pura o l’estero, scoraggiati dai tetti salariali della pubblica amministrazione italiana.
Una riforma a metà?
Il progetto del Governo di portare i medici di base sotto l’ombrello della dipendenza organica delle ASP è un tentativo ambizioso di modernizzare il Paese. Tuttavia, la riuscita della riforma dipenderà dai dettagli del nuovo contratto: sarà necessario prevedere forme di “dipendenza flessibile” o modelli misti che preservino l’autonomia del medico pur garantendo l’integrazione con il sistema pubblico.
Se la riforma diventerà solo uno strumento per tagliare i costi o per esercitare un controllo gerarchico, il rischio è quello di perdere l’ultimo baluardo di umanità del nostro SSN. Se invece sarà l’occasione per dare strumenti moderni e supporto tecnologico ai medici, potremmo finalmente assistere alla nascita di una medicina territoriale degna del Ventunesimo secolo.
Il cammino è tracciato, ma le resistenze sono altissime. La vera sfida sarà convincere i medici che essere dipendenti dello Stato non significa essere meno medici, ma far parte di un ingranaggio più grande e funzionale alla salute collettiva.
Sonia Sabatino