Quello dei proiettili all’uranio impoverito è stato un argomento che nel tempo è passato sottotraccia, perché si era venuta a creare la convinzione che le munizioni radioattive fossero state messe al bando, dopo la valanga di polemiche che ha accompagnato il loro utilizzo nei Balcani, in Kosovo e nell’ex Jugoslavia. Recentemente, però, il dibattito si è riacceso in seguito all’intenzione dichiarata da Londra di voler dotare Kiev di armi e munizioni all’uranio impoverito, che sono in grado di perforare i mezzi corazzati e incendiarsi al momento dell’impatto. Con l’esplosione, però, vengono liberate particelle di uranio, che possono essere inalate o rimanere sul terreno. Si tratta, dunque, di un elemento estremamente tossico.
Eppure, a ricordare tutto ciò che è successo negli anni successivi alla guerra nei Balcani non c’è il ritorno di fiamma di Londra, ma anche tutti i militari e i cittadini dei luoghi contaminati che portano ancora oggi sul loro corpo gli effetti dei proiettili radioattivi. «Dopo il rientro dalle missioni internazionali di pace nei Balcani, molti di noi abbiamo cominciato a manifestare dei problemi di salute» dichiara Nicola Passarelli, presidente del sindacato Itamil
«Qualcuno li ha manifestati prima, invece a me è successo qualche tempo dopo. Nel frattempo, infatti, ho partecipato ad altre missioni, come l’Afghanistan, e sono stato anche al poligono addestrativo in Sardegna – racconta -. Tutto ciò fino a quando ho cominciato ad avere dei problemi oncologici endocrini, che fortunatamente oggigiorno si possono curare. Ma per farlo hanno dovuto asportarmi la tiroide e il gozzo multinodulare che vi si era formato intorno. Per fortuna si trattava di un tumore benigno, quindi speravo che la questione si fosse chiusa qui».
Le speranze del maresciallo Passarelli si infrangono, però, quattro anni dopo, quando gli viene diagnosticato un tumore maligno sempre a livello della tiroide, motivo per cui è dovuto ricorrere alla terapia metabolica nucleare: «Questi trattamenti curano un disturbo ma ne provocano altri – racconta -. Infatti, da quel momento in poi ho cominciato ad avere anche altri problemi: ipertensione al fegato, problemi di cuore e altre patologie che mi trascino dietro ancora oggi, anche se l’importante è superare gli ostacoli e andare avanti».
Nicola Passarelli ha poco più di 50 anni e nel 1996 fu tra i primi militari ad arrivare nei Balcani, molti dei quali nel tempo sono deceduti ed i sopravvissuti non trovano sempre la strada spianata per ottenere un riconoscimento giuridico del loro status di vittime del dovere. Ciò perché ancora l’uranio impoverito non è stato ufficialmente riconosciuto come causa scatenante delle varie neoplasie. A cambiare le cose ci stanno provando diversi tribunali italiani che, dal 2015, hanno emesso una serie di sentenze con cui hanno stabilito che “Non serve la certezza assoluta del nesso causale: è sufficiente una dimostrazione probabilistica, supportata da evidenze mediche e scientifiche”.
«Quando si è presentato il tumore benigno ho presentato una normale richiesta per il riconoscimento della causa di servizio, imputando la mia problematica alle emissioni a cui sono stato sottoposto all’estero e indicando la patologia come dipendente dal lavoro – racconta ancora il maresciallo dell’Esercito -. Richiesta che mi è stata accordata subito, senza alcun problema.
«Poi, però, è arrivato anche il tumore maligno, per cui ho fatto la domanda per essere riconosciuto vittima del dovere, cioè tutti quei militari e servitori dello Stato impiegati all’estero per questioni ambientali – sottolinea -. Anche in questo caso, il Ministero della Difesa con il comitato di verifica, hanno riconosciuto il mio status di vittima del dovere e mi hanno risarcito per la percentuale di invalidità calcolata in quel momento, che purtroppo però era sbagliata».
Il qui pro quo nasce proprio qui, perché i benefici vengono elargiti in base alla percentuale di invalidità e al presidente Passarelli fu riconosciuto soltanto un 20% di invalidità, un fattore non da poco considerando che la tabella di riferimento prevede determinati benefici per coloro che raggiungono una percentuale tra il 21 e il 30 per cento.
«Loro inizialmente stabilirono per me il 20% di invalidità e all’inizio mi accontentai, anche se così non avevo diritto agli assegni del mantenimento militare per cui devi superare una invalidità del 25% – racconta Nicola Passarelli -. Proprio in quel periodo scopro del cancro maligno, quindi faccio domanda affinché sia riconosciuto l’aggravamento del mio stato di salute, che viene avallato e riconosciuto come causa di servizio. Di contro, però, non vogliono rivalutare la mia percentuale di invalidità, perché un DPR interno della Difesa stabilisce che non puoi più essere rivalutato se sei stato indennizzato. Quindi mi sono rivolto all’avvocato che ha presentato un’ingiunzione al tribunale per chiedere la rivalutazione della mia situazione».
Il giudice di Matera – in cui si è svolto il processo di primo grado -, dopo circa sei anni di dibattimenti, a giugno di quest’anno, ha emesso la sentenza che ha dato pienamente ragione al maresciallo Passarelli e ha condannato il Ministero della Difesa a versare al proprio sottoposto quanto richiesto: rivalutazione dell’invalidità, assegni, arretrati, precisando che si tratta di un “militare transitato o che ha frequentato luoghi in cui sono stati utilizzati proiettili o polveri all’uranio impoverito”.
«A me è dispiaciuto dover denunciare il Ministero della Difesa, che è il mio principale datore di lavoro – ha concluso amaramente il maresciallo Passarelli-. Mi sarei aspettato più vicinanza da parte loro, anche con il semplice ascolto. Sappiamo benissimo che l’Italia non ha mai utilizzato proiettili all’uranio impoverito, però purtroppo noi siamo stati succubi di quello che abbiamo trovato sul terreno quando siamo andati in missione, per cui mi aspettavo maggiore solidarietà dai vertici del nostro corpo militare. Adesso, infatti, l’avvocatura di Stato ha chiesto una verifica della sentenza, che si terrà a febbraio presso il Tribunale di Potenza».
Sonia Sabatino