“Ti amo da morire”: la moda come denuncia. Liliana Nigro e il potere dell’arte nella lotta contro la violenza sulle donne

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Parlare di violenza contro le donne mettendo sul palcoscenico «uomini con camicie rosse e pantaloni neri, uomini comuni, perché spesso il violento, l’assassino, il molestatore, la persona che pregiudica la legge offendendo il sesso femminile è il vicino di casa, l’ex compagno o ex fidanzato con cui non vogliamo più stare»

Non solo in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, celebrata il 25 novembre. Giovedì 27 novembre Catania si prepara a un momento di forte intensità civile e culturale. E lo fa al Casale dell’Arte, con l’incontro “Ti amo da morire. Prevenire è meglio che curare” che porterà sul palco testimonianze, arte, parole, danza e riflessioni per ricordare, sensibilizzare e soprattutto prevenire.

Un evento promosso da ERIS ETS, dal Primo Municipio e da numerose realtà associative e culturali, come “Fuori di testa” che uniscono la voce delle istituzioni, degli esperti e degli artisti per trasformare la memoria in azione. Una delle protagoniste è Liliana Nigro, direttrice artistica, docente all’ABACT e da sempre impegnata nell’utilizzo dell’abito come strumento narrativo e politico. Con lei abbiamo parlato di moda, fragilità, rivoluzione estetica e responsabilità etica, in un dialogo che diventa racconto collettivo.

Nel suo lavoro l’abito è sempre racconto ed emozione. In che modo moda e costume possono diventare strumenti di denuncia sociale nella lotta contro la violenza sulle donne?

«La moda per molti è futile, ma già dagli anni Sessanta ha dimostrato di essere rivoluzione sociale. L’abito è la carta d’identità di una persona, di uno stilista, ma anche di un’idea. Noi che insegniamo moda sappiamo che il vestito può diventare veicolo di denuncia. Da 24 anni utilizziamo la moda come fatto culturale e sociale: così come un musicista ha uno spartito e un pittore una tela, noi abbiamo il tessuto. L’abito diventa un messaggio che contamina il tessuto sociale e diffonde consapevolezza».

Nelle sue lezioni lavora molto sul corpo come linguaggio. Quanto è importante insegnare ai giovani creativi a rappresentare fragilità e forza femminile?

«Viviamo in un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione delle fragilità: violenza di genere, depressione, bulimia, anoressia. I tessuti diventano garze, fasciature che curano ferite non visibili ma profondissime. Lavorare sulle fragilità attraverso il costume significa mostrarle, riconoscerle e trasformarle in un percorso di guarigione».

L’incontro del 27 novembre mette al centro prevenzione e cultura del rispetto. Che ruolo può avere l’arte – moda, teatro, danza, fotografia – nel cambiare l’immaginario sulle donne e sulle relazioni?

«La grande bellezza è forse l’unico antidoto contro le oscurità del nostro tempo. L’abito diventa linguaggio e rivoluzione. Ogni epoca si è vestita per denunciare qualcosa: il tailleur del dopoguerra raccontava il boom economico. “Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei”, ma anche il luogo, il tempo e la cultura che rappresenti. Noi docenti abbiamo il dovere di educare ogni giorno, non solo il 25 novembre».

Lei collabora spesso con il territorio. Quali progetti ritiene più efficaci per portare la sensibilizzazione fuori dalle aule?

«La burocrazia spesso impedisce di agire liberamente, ma le idee non hanno confini. È per questo che leghiamo le nostre iniziative a figure come Diego Dalla Palma, Vittorio Sgarbi, Lucia Sardo. Attraverso la loro voce il messaggio si amplifica. La moda, come la musica e la pittura, è in grado di uscire dalle mura accademiche e arrivare a chiunque».

Quando costruisce una performance su temi dolorosi come la violenza di genere, quali principi etici ed estetici guidano il suo lavoro?

«Prima di tutto parlo da donna, madre, insegnante. Il mio compito è portare avanti la voce di chi non ha voce. Un evento lo penso sempre da fruitore e direttore artistico: devo capire cosa cerca il pubblico. Non rinuncio mai alla mia idea personale, perché è ciò che ti rende credibile. Essere controcorrente è stato difficile, ma la mia forza sono gli allievi che considero figli. L’estetica, invece, è forma, equilibrio, eleganza: non è solo bellezza, a volte deve essere un pugno nello stomaco. L’arte può ferire, ma proprio così riesce a far riflettere».

Che messaggio darebbe per il 25 novembre, alle donne e soprattutto agli uomini?

«Per la serata del 27 al Casale dell’Arte ho deciso di scardinare tutto: in scena nessuna modella con abito rosso. Nessuno indossera scarpe rosse. In scena porterò uomini con camicie rosse e pantaloni neri, uomini comuni, perché spesso il violento, l’assassino, il molestatore, la persona che pregiudica la legge offendendo il sesso femminile è il vicino di casa, l’ex compagno o ex fidanzato con cui non vogliamo più stare. Il 27 novembre sarà una riflessione maschile, un invito all’educazione, perché non ho mai creduto che esistesse un sesso forte o debole: esistono persone forti e persone deboli. Il mio messaggio è credere con coerenza che qualcosa possa ancora cambiare».

Federica Dolce

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