Andrà in onda su Sky Crime oggi, lunedì 29 giugno, e domani, martedì 30 giugno, la docuserie in due puntate “Nazzi Racconta” dedicata a Federico Aldrovandi, il ragazzo ferrarese ucciso da quattro poliziotti il 25 settembre 2005 a Ferrara durante un controllo.
All’inizio nessuno voleva fare chiarezza sulla vicenda. La polizia si è concentrata sulla pista collegata alle sostanze stupefacenti che il ragazzo aveva assunto quella notte. Ma questa pista si rivelò fallace. Infatti il quantitativo di sostanze consumato non era sufficiente a causare l’arresto respiratorio.
Nella fase iniziale nessuno cercava testimoni, nessuno tentò di fare chiarezza ma solo ricostruzioni dell’accaduto lacunose. Sino a quando una donna camerunense si fece avanti a testimoniare. La donna aveva visto quella notte gli agenti che picchiavano il ragazzo, schiacciandolo sull’asfalto. La signora voleva parlare ma aveva paura. Così si confessò in chiesa, per poi essere indirizzata verso un avvocato. E la sua deposizione fu decisiva ai fini del processo.
Chi era Federico Aldrovandi
Federico era nato a Ferrara il 17 luglio 1987. Figlio di un agente municipale e di un’impiegata del Comune. Frequentava la scuola superiore Itis elettronica. Un ragazzo con varie passioni che, di tanto in tanto, lavorava anche come pony express in una pizzeria della sua città.
Il processo
A marzo del 2006 i nomi dei quattro agenti finirono nel registro degli indagati. A gennaio del 2007 Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri furono rinviati a giudizio per omicidio colposo. Ad ottobre dello stesso anno ci fu la prima udienza. Si alternarono diverse testimonianze e saltarono fuori nuovi elementi. Ad esempio, si scoprì che il pm non aveva fatto nessun sopralluogo in via Ippodromo (dove era avvenuto il fatto), che l’auto della polizia dove, secondo la questura, Federico si sarebbe ferito da solo alla testa, non era stata sequestrata, come pure i manganelli, di cui due rotti, e anche che il nastro con le comunicazioni tra la centrale e la pattuglia che era intervenuta era stato messo a disposizione della Procura molto tempo dopo i fatti. Decisiva in questa fase del processo la testimonianza davanti ai magistrati di una donna originaria del Camerun che aveva assistito alla scena e che chiamò in causa la responsabilità degli agenti. Nel frattempo, una perizia escluse definitivamente il legame tra la morte di Federico e l’assunzione di droghe. I giudici accolsero la perizia del professor Gustavo Thiene dell’Università di Padova, la quale stabiliva che la morte di Federico fu causata da una asfissia per compressione toracica.
La sentenza
A luglio del 2009 arrivò la sentenza di primo grado che stabilì la condanna per omicidio colposo a tre anni e mezzo di carcere per i quattro poliziotti imputati per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. Così stabilì il giudice Francesco Maria Caruso. Poi, a giugno del 2011, la Corte d’Appello di Bologna confermò la condanna e infine nel giugno del 2012, la Corte di Cassazione rese definitiva la sentenza.
Tuttavia, gli agenti riuscirono a beneficiare dell’indulto. Di conseguenza il 29 gennaio del 2013, il Tribunale di sorveglianza di Bologna stabilì che avrebbero scontato in carcere solo 6 mesi di pena residua. La poliziotta invece dopo sessanta giorni, venne scarcerata grazie al cosiddetto decreto svuota-carceri e trasferita ai domiciliari. Mentre per gli altri tre agenti la stessa richiesta venne respinta. Trascorsi i sei mesi, nel gennaio del 2014, tre degli agenti furono reintegrati in ufficio dalla polizia con funzioni amministrative in sedi fuori Ferrara. Uno invece rimase a casa a causa di una cura per “nevrosi reattiva”. Per la mamma del ragazzo morto, Patrizia Moretti, sono “simbolo dell’impunità”.
L’associazione “Verità per Aldro”
Dopo la sua morte, fu dedicata a Federico una onlus: “Verità per Aldro”, fondata a gennaio del 2006. Lo scopo, come si legge sul sito, è “di sensibilizzare e promuovere l’informazione sugli abusi di potere delle forze dell’ordine e di qualunque soggetto in posizione dominante” e di tenere viva la memoria del ragazzo e la sua storia.
Serena Marotta
