La storia della lotta alla criminalità organizzata a Palermo e in Sicilia è costellata di figure eroiche la cui memoria, talvolta, rischia di essere offuscata dalle grandi stragi degli anni successivi. Tra questi servitori dello Stato spicca Gaetano Cappiello, una giovane Guardia di Pubblica Sicurezza la cui esistenza venne tragicamente spezzata a Palermo il 2 luglio 1975. Nato a Resina, comune campano alle falde del Vesuvio successivamente rinominato Ercolano, il 9 dicembre 1947, Cappiello rappresentava la classica figura del giovane del Mezzogiorno che individuava nell’arruolamento nelle forze dell’ordine un’opportunità di riscatto sociale e di servizio civile. Campione di karate e dotato di una straordinaria vigoria fisica, si era arruolato in polizia circa sette anni prima della sua scomparsa, dimostrando fin da subito doti professionali fuori dal comune.
Il suo trasferimento in Sicilia lo aveva portato a operare nella delicatissima Squadra Investigativa della Squadra Mobile della Questura di Palermo, un ufficio che in quegli anni si trovava in prima linea nel contrasto a una criminalità mafiosa sempre più aggressiva. Nonostante la giovane età, aveva solo ventisette anni, Cappiello aveva già saputo farsi apprezzare dai superiori e dai colleghi per la sua generosità e per la sua costante disponibilità ad assumere i compiti più rischiosi. A Palermo, il giovane poliziotto aveva anche costruito la propria dimensione affettiva: si era sposato con Rosalba ed era diventato padre di un bimbo e risiedeva in un alloggio popolare nel quartiere di Passo di Rigano. La sua dedizione al dovere e la sua rettitudine morale lo resero un elemento chiave in un’operazione antiracket che avrebbe purtroppo segnato il suo destino.
Il contesto criminale e la morsa del racket a Pallavicino
Per comprendere il contesto in cui maturò l’omicidio di Gaetano Cappiello, occorre analizzare la complessa mappa geopolitica di Cosa Nostra nella Palermo della metà degli anni settanta. In quel periodo storico, l’organizzazione mafiosa stava vivendo una profonda trasformazione, espandendo i propri interessi dal controllo agricolo a quello urbano e commerciale, attraverso una sistematica e spietata imposizione del pizzo a danno delle attività imprenditoriali e produttive. La zona nord-occidentale della città, comprendente le borgate di Pallavicino, Tommaso Natale e Partanna-Mondello, era sottoposta al controllo ferreo della famiglia mafiosa guidata dal boss Rosario Riccobono, esponente di rilievo della commissione provinciale di Cosa Nostra e allora alleato della fazione che faceva capo a Stefano Bontate, prima del successivo e sanguinoso avvento dei Corleonesi.
In questo territorio operava Angelo Randazzo, un imprenditore di trentasette anni molto noto in città, campione siciliano di vela e titolare dello stabilimento Arpa situato in via Castelforte a Pallavicino, un laboratorio d’avanguardia specializzato nello sviluppo e nella stampa di pellicole fotografiche a colori. Da circa due mesi, Randazzo era finito nel mirino della cosca di Riccobono, che pretendeva il pagamento di cento milioni di lire a titolo di protezione. Al fermo rifiuto dell’imprenditore, i mafiosi avevano risposto con una rapida escalation di violenza, esplodendo colpi di fucile contro il suo stabilimento e piazzando un ordigno esplosivo presso la sua villa di Mondello. Sottoposto a una pressione insostenibile, Randazzo finse di piegarsi alle richieste, concordando il versamento di una cifra ridotta a circa venticinque o trenta milioni di lire, con la consegna di un primo acconto di due milioni, ma contemporaneamente decise di denunciare i suoi aguzzini alla Squadra Mobile diretta dal vicequestore Bruno Contrada.
La trappola di Villaggio Ruffini: la dinamica della sparatoria
La polizia pianificò una trappola per catturare gli estorsori nel momento esatto dello scambio del denaro, fissato per la serata del 2 luglio 1975 nei pressi della Chiesa della Resurrezione, nota anche come Madonna Rimediatrice, nel quartiere periferico di Villaggio Ruffini. La Questura dispiegò nell’area decine di agenti e sottufficiali in borghese, posizionando un furgoncino civetta con cinque poliziotti armati a circa venti metri dal luogo dell’incontro. Gaetano Cappiello si offrì volontariamente per l’incarico più rischioso: nascondersi sul sedile posteriore della vettura di Randazzo, una Alfa Romeo Giulia, per proteggere l’imprenditore e intervenire per primo al momento della consegna del denaro.
Tuttavia, i piani subirono un’improvvisa e drammatica variazione poco prima dell’azione. Se in un primo momento i ricattatori avevano ordinato di lasciare il pacco con le banconote sulla scalinata della chiesa, alle ore 21:15 telefonarono nuovamente a Randazzo imponendogli di attendere a bordo dell’auto; gli emissari sarebbero saliti sul veicolo per condurlo in una zona isolata. L’imprenditore allertò immediatamente la polizia via radio, ma per Cappiello era ormai impossibile scendere dall’auto senza insospettire le vedette che la mafia aveva dislocato per monitorare l’area. Alle ore 21:35, l’Alfa Romeo di Randazzo si fermò davanti alla chiesa. Dall’oscurità dei portici e dai cespugli adiacenti alla tenuta di mister Cucullo emersero Rosario Riccobono e Salvatore Micalizzi, mentre Michele Micalizzi sorvegliava l’operazione da una posizione di controllo.
Comprendendo che l’imprenditore rischiava di essere condotto in un luogo isolato e ucciso o sequestrato, Cappiello decise di giocare d’anticipo per salvare la vita dell’ostaggio. Uscì repentinamente dall’abitacolo gridando ad alta voce per intimare l’alt e richiamare i colleghi. La reazione dei mafiosi fu immediata e spietata: Riccobono e Salvatore Micalizzi aprirono il fuoco all’impazzata contro il poliziotto e contro l’industriale. Cappiello fu crivellato da cinque colpi al petto. Randazzo rimase gravemente ferito, colpito alla spalla sinistra e alla bocca, dove un dente deviò miracolosamente il proiettile salvandogli la vita. Gli agenti del furgone civetta intervennero rispondendo al fuoco, costringendo i malfattori a una precipitosa fuga attraverso la tenuta agricola confinante. Sull’asfalto e tra la vegetazione, i criminali lasciarono due rivoltelle e una radio ricetrasmittente sintonizzata sulle frequenze della polizia, a riprova del fatto che la cosca avesse intercettato le mosse delle forze dell’ordine.
La tragedia umana: il dolore dei familiari e le reazioni istituzionali
La corsa disperata verso il pronto soccorso dell’ospedale Villa Sofia si rivelò purtroppo inutile; Gaetano Cappiello si spense poco dopo il ricovero, spirando tra le braccia dell’allora capo della Squadra Mobile, Bruno Contrada, che lo aveva accompagnato in sala operatoria. La notizia della sua morte sollevò un’ondata di profonda commozione ma anche di durissime polemiche sulle condizioni in cui i giovani agenti si trovavano a operare in Sicilia. Particolarmente drammatico e colmo di dignità fu lo sfogo del padre della vittima, Bernardo Cappiello, cinquantenne impiegato postale a Napoli. Con le lacrime agli occhi, l’uomo denunciò apertamente come questi giovani venissero mandati allo sbaraglio da un sistema che non offriva loro adeguate tutele, sottolineando con amarezza che tali tragedie finivano per colpire sempre i figli della classe lavoratrice costretti a rischiare la vita per il pane quotidiano, e mai i figli dei ministri.
Altrettanto straziante fu l’esperienza vissuta dalla giovane moglie Rosalba. La sera del delitto, la donna si trovava ricoverata in una clinica palermitana per sottoporsi a delicati accertamenti medici in vista di un intervento chirurgico a un rene, mentre il piccolo figlio di cinque mesi era tormentato da una febbre molto alta. Preoccupata dal silenzio del marito, che non rispondeva alle sue chiamate e del quale in Questura le era stato riferito soltanto che fosse impegnato in un servizio esterno, Rosalba decise di rivestirsi in fretta nel cuore della notte. Affidò il neonato alle cure di una suora della clinica e corse verso la loro casa a Passo di Rigano, dove apprese dai colleghi del marito la tragica notizia. Ai solenni funerali celebrati a Palermo parteciparono oltre tremila cittadini, a testimonianza di una solidarietà popolare che cominciava faticosamente a incrinare il muro dell’indifferenza e dell’omertà.
L’indagine di Paolo Borsellino e il lungo iter processuale
Le indagini sull’omicidio di Gaetano Cappiello imboccarono sin da subito una pista precisa, grazie anche al solido impianto investigativo costruito dalla Squadra Mobile. L’inchiesta giudiziaria formale venne affidata a un giovane magistrato dell’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo, destinato a diventare un simbolo mondiale della lotta alla mafia: Paolo Borsellino. Come ricordato dallo stesso Borsellino in una storica deposizione dibattimentale, l’indagine venne da lui condotta in prima persona sin dalle primissime battute, traducendosi in un dettagliato rapporto conclusivo depositato l’8 settembre 1975. In quel documento, Borsellino individuò con precisione i vertici della famiglia mafiosa di Partanna-Mondello, ponendo formali accuse a carico del boss Rosario Riccobono e delineando le responsabilità dei suoi gregari. L’assassinio del poliziotto ebbe inoltre l’effetto immediato di costringere figure di spicco come Gaspare Mutolo alla latitanza, rendendo loro impossibile continuare a gestire indisturbati le loro attività criminali nel territorio di Pallavicino.
Il percorso processuale si rivelò lungo e si articolò attraverso diversi gradi di giudizio, giungendo a una prima fondamentale verità storica e giudiziaria a metà degli anni ottanta. Nel 1985, la Corte di Cassazione confermò in via definitiva pesanti condanne per tre importanti esponenti del clan Riccobono direttamente coinvolti nell’azione estorsiva e nel conflitto a fuoco: Antonino Buffa venne condannato a trenta anni di reclusione, Salvatore Davì a venticinque anni e Michele Micalizzi a ventidue anni. La vicenda tornò prepotentemente alla ribalta nei primi anni novanta, in concomitanza con la decisione di Gaspare Mutolo di collaborare con la giustizia sotto la guida dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mutolo si autoaccusò di aver fatto parte del gruppo di fuoco e offrì preziosi riscontri sulla struttura interna di Cosa Nostra.
Queste rivelazioni si intrecciarono inevitabilmente con la complessa vicenda processuale di Bruno Contrada, arrestato alla fine del 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Durante le udienze a suo carico, l’ex funzionario della Squadra Mobile difese accanitamente la propria condotta professionale, citando proprio il caso di Gaetano Cappiello come prova della sua assoluta estraneità a dinamiche di collusione mafiosa. Contrada espresse profonda amarezza per il paradosso di trovarsi sotto processo mentre i collaboratori di giustizia che egli stesso aveva perseguito e che riteneva responsabili della morte del suo giovane agente, tra cui lo stesso Mutolo, ricevevano benefici e tutele dallo Stato.
L’eredità morale e la gestione della memoria
Il sacrificio di Gaetano Cappiello ha ricevuto il solenne riconoscimento dello Stato italiano attraverso il conferimento della Medaglia d’argento al valore civile alla memoria. La motivazione ufficiale descrive con precisione la straordinaria caratura morale della giovane guardia, evidenziando come egli si fosse offerto volontariamente e insistentemente per partecipare a un servizio così rischioso, agendo con generoso impulso e insigne coraggio nel tentativo di ridurre all’impotenza i malviventi e proteggere la vittima dell’estorsione. Oltre all’onorificenza al valore civile, la memoria del poliziotto è stata perpetuata attraverso l’intitolazione della caserma che ospita il Compartimento della Polizia Stradale di Napoli, un legame simbolico che unisce la sua terra d’origine al luogo del suo estremo sacrificio.
La gestione della memoria di figure come quella di Cappiello rappresenta un elemento cardine per la costruzione di una coscienza civile condivisa e per la formazione delle nuove generazioni di operatori della sicurezza. In un Paese spesso incline alla rimozione del proprio passato, ricordare la determinazione di una giovane Guardia di Pubblica Sicurezza che scelse di non girarsi dall’altra parte dinanzi alla prepotenza mafiosa costituisce un dovere morale imprescindibile. Per i giovani agenti che oggi entrano nei ruoli della Polizia di Stato, l’esempio di Gaetano Cappiello incarna i valori più alti del servizio democratico: il coraggio personale, la solidarietà concreta verso i cittadini onesti minacciati dal racket e la fedeltà assoluta alle istituzioni repubblicane, elementi che continuano a diffondere quel fresco profumo di libertà necessario a contrastare la presenza e l’influenza della criminalità organizzata sul territorio nazionale.
Roberto Greco
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