Palermo tra incendi e sparatorie: il vuoto di potere e il fuoco che arriva dalla periferia ovest

Non siamo in una fase di anarchia assoluta, ma in una fase di transizione tra un’autorità in crisi e qualcuno che sta provando a riprendere il controllo

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Dimentichiamo per un attimo gli incendi e le sparatorie, e concentriamoci su un fatto che l’antimafia conosce bene: le scarcerazioni non sono mai eventi neutri. E in questo momento, due nomi pesantissimi sono tornati in libertà: Calogero Lo Piccolo e Giuseppe Biondino (entrambi usciti dal carcere per fine pena tra gennaio e febbraio 2026), a cui si aggiungono i fratelli Nunzio e Domenico Serio, arrestati di nuovo dopo essere già stati scarcerati.

Non si tratta di comparse. Calogero è figlio di Salvatore Lo Piccolo, uno degli ultimi grandi reggenti di Cosa Nostra prima dell’arresto del 2007, mentre i Serio, dopo l’investitura direttamente da Salvatore, sono stati i reggenti del mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale a partire dal 2022. Non per niente la loro influenza criminale si estendeva fino a Tommaso Natale, Cardillo, Partanna Mondello, Sferracavallo e porzioni dello Zen, con un sistema di estorsione che imponeva persino una tassa mensile di cinque euro a famiglia del quartiere e il monopolio sulla fornitura di pesce nei ristoranti di Mondello e Sferracavallo.

Non siamo in una fase di anarchia assoluta, ma in una fase di transizione tra un’autorità in crisi e qualcuno che sta provando a riprendere il controllo. Calogero Lo Piccolo e i fratelli Serio sono tornati in un territorio che hanno già governato, ma che oggi è profondamente cambiato. Più che una “restaurazione”, ciò che osservo è un tentativo di riordinare il caos che si è creato dopo il maxi-blitz del febbraio 2025, che ha decapitato buona parte degli assetti mafiosi del mandamento.

Mappare la tensione: il baricentro si sposta a ovest

Ma c’è un secondo punto di correzione. La mappa della tensione non è affatto casuale. Il baricentro degli episodi violenti degli ultimi due mesi si concentra in un arco ben preciso: dalla periferia ovest di Palermo fino al comune di Carini. Non Brancaccio, non lo Zen centrale, ma una direttrice che da San Lorenzo, passando per Tommaso Natale e Sferracavallo, arriva fino a Carini e Isola delle Femmine.

Questa concentrazione non può essere casuale. È esattamente il territorio del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo, storicamente controllato dai Lo Piccolo e dai Serio. Non a caso, l’ondata di incendi e spari degli ultimi mesi ha preso di mira un numero impressionante di attività, dai piccoli barbieri ai ristoranti simbolo come il “Al Brigantino” a Sferracavallo, fino al caso più eclatante. La società di autonoleggio “Sicily by Car” dell’imprenditore Tommaso Dragotto, colpita tre volte in poche settimane (prima a marzo colpi di kalashnikov al deposito di San Lorenzo, poi un incendio che ha distrutto 20 auto nel nuovo showroom di Villagrazia di Carini a fine maggio, infine l’ennesimo rogo nella notte tra il 10 e l’11 giugno che ha distrutto altri 11 mezzi a San Lorenzo).

Il copione si ripete identico in tutto il comprensorio: incendi dolosi, colpi d’arma da fuoco, bottiglie incendiarie e persino proiettili lasciati davanti alle saracinesche.

Cosa sta accadendo veramente?

Siamo di fronte a un doppio movimento contemporaneo, che spiega la violenza apparentemente incoerente. Il primo è quello che potremmo definire la guerra per la riorganizzazione. I vertici di Cosa Nostra (rappresentati dai Lo Piccolo e dai Serio appena usciti dal carcere) stanno cercando di riprendere il controllo su un territorio che nel frattempo è stato frammentato da gruppi emergenti di giovani. L’operazione antimafia del febbraio 2025 ha creato un vuoto di potere. Ed è proprio nei vuoti di potere che Cosa Nostra storicamente genera due fenomeni: anarchia criminale e tentativi di restaurazione. Oggi lo Zen è descritto dagli investigatori come una “polveriera”, un ambiente dove gruppi emergenti agiscono spesso senza mediazione.

La violenza (incendi, kalashnikov contro vetrine, raid) serve a marcare il territorio, a intimidire e a costringere a pagare, ma anche a mostrare che qualcuno è ancora in grado di comandare. Non è un caso che il racket abbia colpito attività simboliche: Dragotto è un imprenditore che ha detto pubblicamente “non mi piego”, e la mafia non può permettere che il suo messaggio faccia scuola.

Il secondo, invece, potremmo definirlo la rivolta dei “giovani leoni”. Perchè accanto a questa strategia dall’alto, esiste un fenomeno dal basso, forse ancora più preoccupante. Come dimostra l’operazione antimafia dell’11 giugno 2026 (che ha portato all’arresto di otto persone), molti degli autori materiali degli attentati sono giovani provenienti dall’area dello Zen 2, gravitanti attorno ai casermoni. Secondo gli inquirenti, alcuni non risultano nemmeno legati formalmente a Cosa Nostra, ma sono cresciuti in ambienti di criminalità comune.

Questi ragazzi hanno accesso a kalashnikov e pistole (forse fornite da qualcuno nei palazzi alti, forse rubate o comprate sul mercato nero). Li usano per risse, per vendette personali, per farsi giustizia da soli, tradendo così la regola della riservatezza che ha sempre protetto Cosa Nostra.

Ed ecco il cortocircuito. Se da un lato i capi vogliono riprendere il controllo e imporre disciplina, dall’altro questi giovani (non ancora “battezzati”, non ancora pienamente integrati nella struttura) sono gli stessi che alimentano la violenza caotica che la mafia storica disprezza. Sono armi a doppio taglio: usati per sporcarsi le mani nelle intimidazioni, rischiano di diventare ingovernabili.

I rischi e gli scenari futuri: il governo del caos

Alla luce di questa analisi, sono tre gli scenari possibili.

Scenario A (probabile 55%) – Restaurazione difficile e violenta.
Lo scenario più probabile è che i Lo Piccolo e i Serio riescano a riprendere il controllo, ma non riusciranno a far sparire la violenza. Al contrario, la useranno come strumento sistematico per riaffermare la propria autorità. La periferia ovest e Carini diventeranno il teatro di una guerra di posizione tra vecchi boss e giovani emergenti, con incendi e raid che continueranno ad alternarsi. La violenza non diminuirà: cambierà soltanto di segno, diventando più organizzata e meno casuale.

Scenario B (possibile 35%) – La resa dei conti.
Se Calogero Lo Piccolo o i Serio decidessero di eliminare fisicamente, eventualmente anche facondoli arrestare, i gruppi fuori controllo (i “giovani leoni” che non obbediscono), scatenerebbero una vera e propria guerra di mafia nella periferia ovest. Il rischio è un’escalation simile a quella degli anni ’80, con omicidi mirati, agguati e una maggiore esposizione mediatica.

Scenario C (improbabile 10%) – La mafia silenziosa.
I boss potrebbero decidere di lasciare che i giovani si autodistruggano con la loro violenza incontrollata, ritirandosi nell’ombra e concentrandosi sugli affari economici (appalti, droga, forniture). Ma questo significherebbe rinunciare al controllo del territorio, e la storia insegna che per Cosa Nostra questa è una scelta quasi impossibile.

Cosa dobbiamo aspettarci

Quello che vediamo non è solo il degrado di una mafia che non sa più comandare, ma il tentativo di una mafia che sta cercando di ricomandare in un territorio profondamente mutato. I boss usciti dal carcere non sono spettatori: sono protagonisti di una partita complessa, in cui il fuoco e il sangue sono al tempo stesso lo strumento del loro ritorno e il sintomo della loro debolezza.

La vera domanda che dobbiamo porci non è se la violenza aumenterà o diminuirà, ma chi riuscirà a imporre la propria regia su questa violenza. Lo Stato o la mafia? La risposta la scriveranno le strade di San Lorenzo, Sferracavallo e Carini nei prossimi mesi.

Roberto Greco

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