L’opera, nota come Cristo Giustiniani, arriva a Palazzo Reale grazie alla Fondazione Federico II. Un capolavoro michelangiolesco che torna a raccontare la sua storia di fede, arte e mistero.
Il Cristo portacroce di Michelangelo Buonarroti, conservato nel Monastero di San Vincenzo a Bassano Romano e noto anche come Cristo Giustiniani o Primo Cristo della Minerva, è stato esposto a Palermo, negli Appartamenti Reali di Palazzo Reale, per iniziativa della Fondazione Federico II.
L’opera è stata presentata in anteprima alla stampa nella mattinata odierna, mentre l’apertura al pubblico è fissata per giovedì 13 novembre 2025. All’incontro sono intervenuti Gaetano Galvagno, presidente della Fondazione Federico II, Antonella Razete, direttore generale facente funzioni, Duverly Berckus Goma, priore conventuale del Monastero di San Vincenzo, Gabriele Accornero, manager culturale, e Pierluigi Carofano, storico dell’arte.
La mostra è realizzata in collaborazione con l’Assemblea Regionale Siciliana, il Monastero San Vincenzo Martire – Monaci Benedettini Silvestrini, il Ministero per la tutela del Patrimonio culturale (DIT – Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio), la Soprintendenza per la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, con la partecipazione tecnica di Erco Lighting per il progetto illuminotecnico.
Il Cristo Portacroce Giustiniani è considerato una delle opere più enigmatiche e affascinanti della produzione michelangiolesca.
«La Sicilia accoglie questo capolavoro di Michelangelo – ha dichiarato Gaetano Galvagno, presidente della Fondazione Federico II – e lo fa con un’opera rappresentativa della scultura rinascimentale. Allo stesso tempo, il Cristo Risorto descrive appieno il legame profondo tra la storia culturale italiana e la spiritualità universale. Il traguardo raggiunto oggi dalla Fondazione Federico II esprime un momento epocale e ci rende grati a quanti hanno contribuito per raggiungerlo. Siamo certi che questa esposizione potrà dare ulteriore impulso ai flussi turistici che nell’ultimo anno hanno fatto registrare una crescita considerevole di visitatori a Palazzo Reale».
La storia dell’opera e il mistero del “Primo Cristo della Minerva”
La statua, considerata la prima versione del celebre Cristo della Minerva, fu iniziata da Michelangelo a Roma nel 1514 su commissione di Bernando Cencio, canonico di San Pietro, insieme a Mario Scappucci, Pietro Paolo Castellano e Metello Vari, per la basilica di Santa Maria sopra Minerva. Durante la lavorazione, una venatura nera comparsa sul volto del Cristo convinse l’artista ad abbandonare il marmo e ricominciare da capo.
La seconda versione, completata nel 1518 e oggi custodita nella Minerva, divenne quella canonica. Ma la prima, incompiuta, scomparve per secoli, alimentando leggende e ricerche. Secondo le fonti, la scultura rimase in possesso di Metello Vari, che la collocò nel suo giardino romano, dove nel 1556 fu vista da Ulisse Aldrovandi. Poi se ne persero le tracce fino al 2001, quando un restauro nel Monastero di San Vincenzo a Bassano Romano riportò alla luce una statua con una venatura identica sul volto: sarebbe questa la prova decisiva per identificarla con il misterioso Cristo Portacroce Giustiniani.
Stando alla documentazione d’archivio, la statua fu acquistata nel 1607 dal marchese Vincenzo Giustiniani, mecenate e raffinato intenditore d’arte, che la ottenne a un prezzo modesto. Durante la Controriforma, il marchese fece apportare modifiche alla nudità del Cristo per adeguarla ai nuovi canoni religiosi; secondo alcune fonti, a intervenire sarebbe stato Gian Lorenzo Bernini. Nel 1644, il principe Andrea Giustiniani trasferì la scultura nella chiesa-mausoleo di famiglia a Bassano Romano, dove rimase per secoli.
Un capolavoro riscoperto
«Per lungo tempo – ha sottolineato lo storico dell’arte Pierluigi Carofano – era stata ritenuta opera di un anonimo, seppur abile, scultore del XVII secolo, una libera interpretazione ispirata al celebre Cristo redentore realizzato da Michelangelo tra il 1519 e il 1521 per la chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva a Roma, su commissione di Metello Vari, in rappresentanza degli interessi di Marta Porcari e degli eredi della famiglia Porcari. Si tratta, invece, di un’opera molto importante di Michelangelo per la storia dell’arte, non soltanto per l’originalità dell’invenzione compositiva, trattandosi di un tema così delicato in un momento in cui spiravano i primi venti della Riforma luterana, ma anche per le singolari e forse uniche vicende cui la scultura è andata incontro nel tempo».
Un ritorno alla luce e alla bellezza
«È con grande orgoglio che la Fondazione Federico II – spiega Antonella Razete, direttore generale della Fondazione – offre ai visitatori la fruizione di un capolavoro assoluto dell’arte scultorea rinascimentale, il Cristo Risorto Portacroce Giustiniani. Avere negli Appartamenti Reali una delle sue opere scultoree più importanti rappresenta un moltiplicatore di bellezza per Palazzo Reale. Una presenza caratterizzata da una piena assonanza perché mai luogo poteva essere più idoneo. Qui dove, nella magnificenza della Cappella Palatina, il divino dialoga costantemente con l’arte».
«Con una donazione avvenuta negli anni immediatamente seguenti al secondo dopoguerra – ha ricordato Duverly Berckus Goma, priore conventuale del Monastero San Vincenzo di Bassano Romano – la Congregazione Benedettina Silvestrina ricevette un terreno di cinque ettari nel paese di Bassano Romano, sulla cima di una collinetta dove sorgeva una chiesa abbandonata. Quando i monaci cominciarono i lavori di riparazione della chiesa, emerse dalla foresta di rovi una statua di marmo di un Cristo nudo posta su un’edicola sopra l’altare maggiore. I rovi l’avevano nascosta alla vista per secoli. In seguito, dagli archivi di Palazzo Giustiniani a Roma emersero documenti, tra cui l’inventario della collezione d’arte di Vincenzo Giustiniani, che fecero ipotizzare l’attribuzione a Michelangelo, divenuta certezza all’inizio degli anni Duemila, quando un intervento di pulitura rivelò la venatura nera sul volto della statua, corrispondente a quella descritta da Ulisse Aldrovandi nel 1556».
Fabio Gigante