Un filo invisibile ma indissolubile unisce le grandi capitali dell’arte europea, e questa volta passa per l’asse Madrid-Palermo. In quello che le istituzioni locali e nazionali stanno già definendo il “rinascimento culturale” della Sicilia, è arrivato il via libera definitivo da parte del Museo del Prado: la leggendaria Pietà (nota anche come Cristo in pietà e un angelo) di Antonello da Messina tornerà temporaneamente nell’isola. La tavola fiammeggiante del genio dello Stretto lascerà le sale del museo madrileno per approdare alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo.
L’esposizione, attesissima, non sarà un evento isolato. La Pietà arriverà per dialogare e fare da straordinario contrappunto all’Ecce Homo, l’altro capolavoro antonelliano recentemente acquisito dallo Stato italiano. Un binomio d’eccezione che si ricongiungerà sotto lo sguardo dell’Annunciata, l’icona assoluta custodita nella stanza magistralmente progettata da Carlo Scarpa, trasformando il capoluogo siciliano nell’epicentro mondiale della filologia rinascimentale.
Il dipinto: la carne, la morte e la vertigine dell’infinito
Dipinta verosimilmente tra il 1476 e il 1478, poco dopo il soggiorno veneziano dell’artista e negli ultimi anni della sua vita terrena, la Pietà del Prado (olio su tavola, 74×51 cm) rappresenta uno dei vertici assoluti della pittura devozionale d’Occidente. In essa, Antonello realizza una sintesi miracolosa tra la rigorosa prospettiva geometrica italiana e il descrittivismo lenticolare dei maestri fiamminghi.
L’opera cattura lo spettatore con un impatto emotivo di devastante modernità. Al centro della scena si staglia il corpo livido del Cristo morto, colto in una torsione drammatica che ne accentua la pesantezza del cadavere. Il costato è squarciato, e le gocce di sangue che ne sgorgano, dipinte con precisione miniaturistica, sembrano quasi reali. A sorreggere il corpo del Redentore non c’è la Vergine Maria, ma un angelo idealizzato, dalle ali spiegate, i cui tratti delicati e i capelli biondi e inanellati stridono volutamente con la crudezza della morte terrena. L’angelo piange, le suas lacrime rigano il volto in una smorfia di dolore partecipe che umanizza il divino.
Lo sfondo è un capolavoro nel capolavoro: oltre la drammaticità del primo piano si apre un paesaggio dettagliatissimo, dove le rocce aspre, i teschi e la natura brulla (simboli del Golgota e della transitorietà umana) si stemperano in una linea d’orizzonte dove svetta una città turrita immersa nell’azzurro, che evoca Messina e, al contempo, la Gerusalemme Celeste, promessa di Risurrezione. La luce, vera cifra stilistica di Antonello, non si limita a illuminare i corpi, ma ne indaga la consistenza epidermica e la profonda valenza spirituale.
Il trionfo della diplomazia culturale e le immancabili polemiche
Il successo delle trattative con il Prado è stato accolto con profonda soddisfazione dal vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè, e dal neosottosegretario alla Cultura, Giampiero Cannella (già vicesindaco del capoluogo), che vedono nell’alleanza con il gigante museale spagnolo un modello di cooperazione internazionale ad altissimo livello e un volano di sviluppo per l’isola.
Tuttavia, com’è consuetudine nelle dinamiche culturali siciliane, l’evento porta con sé una scia di riflessioni e qualche malumore campanilesco. Mentre Palermo si prepara a raccogliere i riflettori della cronaca internazionale e a registrare il sold-out dei visitatori, a Messina si respira un’aria di amara rassegnazione. Diversi osservatori locali e testate giornalistiche della città dello Stretto hanno fatto notare come, per l’ennesima volta, la città natale del pittore sia rimasta “a guardare da lontano”, esclusa dal circuito principale delle celebrazioni antonelliane. Resta l’auspicio, espresso da più parti, che la politica e le amministrazioni sappiano fare rete affinché questo straordinario patrimonio non sia solo motivo di vanto isolato, ma un’opportunità di riscatto diffuso per tutta la terra che diede i natali al più fiammingo dei pittori italiani.
Roberto Greco