Alaa Faraj, quando è scappato dalla Libia, dieci anni fa, aveva vent’anni. Aveva provato a ottenere il visto ufficiale per raggiungere l’Europa in aereo e si è invece trovato ammassato sul ponte di un barchino in cui sono morte 49 persone.
“Sto andando verso i trent’anni, la mia paura […] è di essere una persona vuota. Nel futuro, un giorno, dovrò uscire. Immagino che sono seduto con altre persone. Tutti questi raccontano loro storie e loro esperienze. E io che devo dire? Devo solo ascoltare e lamentarmi? Devo dire che un giudice che non mi ha capito mi ha rubato la vita?”

Queste sono le parole di Alaa, che nel 2015 ha sfidato la sorte in una delle tante tragedie della rotta mediterranea dei barconi di migranti per inseguire il sogno di diventare calciatore e ora sta scontando trent’anni di galera, accusato di essere uno scafista dalla decisione di un giudice (la Corte d’appello di Messina) confermata dalla Corte di Cassazione, che ha negato il giudizio di revisione di una sentenza di condanna a una pena pesantissima.
Uno sfogo contenuto in una lettera ora pubblicata in un libro appena uscito per Sellerio, “Perché ero ragazzo”, che tocca corde profonde e costituisce una preziosa testimonianza dell’esperienza di un ragazzo di vent’anni che aveva provato a ottenere il visto ufficiale per raggiungere l’Europa in aereo e si è invece trovato ammassato sul ponte di un barchino in cui sono morte 49 persone.
La raccolta dei testi si deve all’impegno e alla passione di Alessandra Sciurba, che insegna filosofia del diritto all’Università di Palermo e con Alaa, conosciuto all’Ucciardone nel corso delle attività del progetto “Spazio Acrobazie”, ha intrattenuto una lunga corrispondenza.
Il libro è stato presentato ieri pomeriggio sul sagrato della Cattedrale di Palermo. Presente Alaa, che ha avuto un permesso di tre ore di libertà dal carcere Ucciardone, e l’Arcivescovo Don Corrado Lorefice, con la partecipazione di Gustavo Zagrebelsky, Daria Bignardi e Alessandra Sciurba.
“Perché ero ragazzo” è un esercizio di scrittura in una lingua imparata in cella, che si è rivelato una vera e propria terapia per misurarsi con la vertigine di un fine pena così incredibilmente lontano. Oggi Alaa è uno studente universitario, iscritto al secondo anno di un corso di laurea di Scienze Politiche.
Quello di essere una “persona vuota” era soltanto un timore affiorato in un momento di scoramento. Chi lo ha conosciuto può testimoniare infatti che è una persona piena di energia e di curiosità nei confronti degli altri, interessata alle cose del mondo e caparbiamente determinata a lottare per scrollarsi di dosso lo stigma di una condanna che ritiene di non meritare.
“La sua storia, però, sarebbe stata una delle tante inghiottite dal buco nero delle carceri, se non fosse stata intercettata dalla professoressa Sciurba e se l’Università di Palermo non avesse coltivato progetti formativi destinati a raggiungere le persone detenute, favorendone anche l’accesso agli studi attraverso l’istituzione dei poli penitenziari universitari”, dichiara il Prof. Andrea Merlose, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali.
Se Alaa riuscirà a ottenere la revisione del processo, come spera, è ancora da vedere (un primo tentativo è fallito).
“Oggi si è realizzato un miracolo in una storia piena di ingiustizia. Finalmente Alaa ha avuto un momento di luce dopo dieci anni che non metteva piede fuori dal carcere. Io ho avuto il piacere, il privilegio – dichiara Alessandra Sciurba, l’autrice – di raccogliere le sue lettere in un libro meraviglioso che racconta una storia che non è solo la sua ma quella di tante altre persone e adesso è arrivato il momento di essere qui. Per lui è già cambiato tutto: finalmente è stato ascoltato e creduto, e per chi ha subito un’ingiustizia così grande per tanto tempo, si attende cosa succederà. Non basta leggere questo libro a casa nostra, questa non è infatti una vera recensione, ma un appello: non è possibile che ci rassegniamo ad accettare una vicenda così dolorosa. Col sostegno di Monsignor Corrado Lorefice – conclude Sciurba – penso dobbiamo essere presenti tutti, col corpo e con lo spirito, per richiamare l’attenzione su un fattaccio come questo, caso estremo ma rappresentativo di altri centinaia di casi in Italia, un altro dramma della migrazione”.
Certamente la sua storia e la sua esperienza giudiziaria ci richiamano all’urgenza di ripensare le nostre politiche migratorie che, impedendo di fatto gli ingressi regolari, alimentano il mercato criminale delle traversate.
Fabio Gigante