Palermo, 30 aprile 1982: il politico e sindacalista Pio La Torre venne assassinato di fronte la caserma Sole, in via Turba, a Palermo. Con lui, a bordo della Fiat 132, l’autista Rosario Di Salvo.
Giuseppe Lucchese, Nino Madonna, Salvatore Cucuzza, e Pino Greco, furono gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia, fu possibile ricostruire il quadro dei mandanti: i boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci. Il movente: l’impegno antimafia di Pio La Torre, che ne determinò la sua condanna a morte.
Oggi l’altroparlante traccia un ricordo del politico siciliano attraverso le parole del nipote Filippo La Torre, autore – tra l’altro – di un libro in memoria dello zio: “Appunti sullo zio Pio”, edito da “Informazione libera”.
Filippo, quanti anni aveva quando è stato assassinato suo zio e come ha appreso la notizia della sua morte?
«Quando è stato assassinato mio zio avevo 31 anni. Allora non esistevano i telefoni cellulari e stavo lavorando a Monreale, quando mi arrivò al negozio di un cliente la telefonata da un mio collega che mi disse, senza fare il nome di mio zio, che avevano “ucciso un comunista”. Sul momento non ho collegato ma poi, arrivato a casa mia, in tarda mattinata, trovai mia moglie in lacrime e lì ho capito. Quindi ho avuto il “compito” di telefonare a mia zia, la sorella maggiore di Pio, mia zia Felicia, che si trovava in America, per darle la triste notizia. Ma lei, come se ne avesse avuto un sentore, dall’altra parte della cornetta, prima ancora che le dicessi dello zio, iniziò a urlare il suo nome…».
Che ricordo ha di suo zio?
«Ricordo i momenti trascorsi insieme a Villa Nave, quando tornando da Roma passava dei giorni a Palermo. Mio zio era l’eterno bambino, amava un po’ di leggerezza, almeno quando si trovava in famiglia e non si parlava quasi mai di politica a casa. Una volta mi sfidava a fare una corsa, mettendosi in vantaggio, l’altra mi dava lezioni di libertà, proprio come quella volta che lo accompagnai in aeroporto. In quell’occasione volle fermarsi al mare, strada facendo, e lì – non avendo il costume – si denudò e fece il bagno nudo. Io lo “ripresi” ma lui mi disse che quella era la vera libertà, d’altra parte non c’era nessuno nei dintorni. Allora non c’erano tutte le ville che ci sono adesso. E poi mi raccontava ciò che gli succedeva quando organizzava i comizi, quelli che lui chiamava “comizi volanti”. Infatti insieme ad un compagno di partito si mettevano in auto e si spostavano per i quartieri della città. Li definivano “volanti” perché finito il comizio in una strada non autorizzato, appena sentivano che stava arrivando la polizia, subito entravano in macchina e si spostavano in un’altra strada e così via. E sempre a proposito dei comizi, mi raccontò una volta di un tizio che lo fece cadere perché “dava fastidio”. Lui aveva l’abitudine infatti in piazza, di salire su uno sgabello o su una cassetta della frutta. Ecco, quello era il suo palco. Un giorno il mafioso della zona diede un calcio alla cassetta e lo fece cadere. Lui rialzandosi non reagì fisicamente ma usò la parola per difendersi. Mio zio era un tipo calmo, pacifico. Una persona dotata di umorismo».
Suo zio fu arrestato a Bisaquino: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951 è stato in carcere da innocente. Le ha mai parlato di quel periodo nel carcere Ucciardone?
«Quel periodo fu terribile per lui e per la nostra famiglia. Quando lui si trovò in carcere all’Ucciardone lo misero in cella con gli assassini che parlavano solo il dialetto. Pio aveva il terrore di loro perché lo avevano preso di mira, perché comunista e perché si esprimeva in italiano, tanto che parlò col direttore di allora e ottenne di farsi spostare di cella. Nel periodo che era carcerato morì pure sua madre per un tumore all’utero e non gli permisero di vederla. Sempre in quel periodo, nacque suo figlio e la moglie glielo portò in carcere, ma le imposero di avvolgerlo in un sacchetto della spesa. Fu incarcerato ingiustamente, come emerse successivamente, durante l’occupazione di Bisaquino di alcune terre. In quel momento lo zio Pio cercò di mediare tra i contadini e le forze dell’ordine, ma per lui scattarono le manette: lo incolparono di aver colpito un carabiniere».
Serena Marotta